Morire per il Virunga

Il sacrificio dei ranger del Virunga per la difesa del parco Nazionale

I sei ranger uccisi nel Virunga National Park il 10 gennaio si aggiungono ad una lista che supera i duecento caduti. Nessun parco al mondo ha pagato un tale tributo di sangue per la sua protezione. Ma proprio nel Virunga, oasi della biodiversità africana, s’è creata, nel bene e nel male, una bolla di resistenza unica al mondo. S’è creata un’utopia: formando un esercito a difesa della natura si è data dignità umana alla natura stessa.

Gorilla di montagna / © timbuktutravel.com

Joseph Conrad con il suo romanzo più spietato ci descrive il Congo come un cuore dell’Africa che si riempie di tenebra. Cento anni dopo, in un corposo saggio eponimo, David Van Reybrouk ci conferma che il Congo non è soltanto il cuore geografico dell’Africa, è il suo concentrato. Lo è i per i suoi paesaggi e la sua natura, ma soprattutto per gli eventi sociopolitici. Il Congo ha vissuto tutte le dinamiche della storia moderna africana. Oggi sono due gli stati che si chiamano Congo. Quello ad ovest è la Repubblica del Congo, o anche Congo Brazaville, ex colonia francese.

L’altro, più grande, è la Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire, ex Congo belga, ex area vuota sulle mappe contemplate dal giovane Conrad. A nordest della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Kivu settentrionale, lungo il confine tra Uganda e Rwanda c’è il Virunga National Park, una striscia di 4.800 chilometri quadrati che contiene tutti i paesaggi del Congo; aree vulcaniche lunari, savane, laghi, montagne, foreste.

È il primo dono dell’Albertine Rift, una delle due ramificazioni della grande faglia che separa l’Africa orientale dalla piattaforma continentale africana. L’altro dono è la biodiversità. Nel parco Virunga hanno censito 218 specie di mammiferi, 706 di uccelli, 109 di rettili e 78 anfibi diversi. Molte delle specie, come l’okapi una giraffa nana, sono endemiche.

Secondo il sito del Parco, il Virunga è l’unico al mondo ad ospitare insieme lo scimpanzè orientale (Pan troglodytes schweinfurthii), il gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei), e il gorilla di pianura orientale (Gorilla beringei graueri). Tutte e tre le specie sono sulla lista rossa della IUCN e l’ultima, il gorilla di pianura, è classificata come critica. La loro esistenza, già minacciata, sarebbe impensabile senza l’ambiente che li circonda a perdita d’occhio.

Quando circa dieci anni fa le società minerarie comunicarono l’intenzione di sfruttare solo i giacimenti lontani dai gorilla, il direttore del Parco Virunga, Emmanuel de Merode commentò così:

“Sarebbe come lasciare intatta solo la testa di un organismo.”

Il problema del Virunga è un problema tipicamente africano, un problema che nasce sempre, direttamente o indirettamente, dalla più grande sfortuna dell’Africa: l’immensa ricchezza del sottosuolo. Il Kivu è la regione in cui negli anni ’60 infuriò la Crisi del Congo, la regione che nel ’67 si dichiarò indipendente sotto la guida di Laurent-Désiré Kabila, sponsorizzato dalla Cina, e dove in seguito si innescarono le due Guerre del Congo, che tra il 1996 e il 2003 provocarono tra fame, uccisioni e malattie cinque milioni di morti. La prima partì dal paese confinante, il Ruanda, quando i tutsi perseguitati e le loro milizie trovarono rifugio nel Kivu nelle vaste aree disabitate del parco. Nella regione, che già contava un milione di abitanti, s’affollarono un milione di profughi a pesare su un’economia fragile e dalle risorse alimentari limitate. Sfruttando l’alleanza con le milizie tutsi del Ruanda, Kabila spodestò Mobutu e fu eletto presidente della Repubblica Democratica del Congo.

La seconda guerra partì da una rivolta nella città di Goma, al confine sud del parco, sempre sostenuta da milizie ruandesi ma stavolta hutu, generando una reazione a catena di alleanze e interventi che coinvolse nove paesi limitrofi e venticinque fazioni armate.

Ad ogni guerra africana corrispondono sempre due massacri. Uno ai danni degli esseri umani l’altro delle specie selvatiche. Il Virunga, il parco più antico dell’Africa, fu abbandonato a sé stesso e divenne riserva di caccia di bande che si dettero al bracconaggio, sterminando ippopotami, elefanti, leoni e gorilla per fame o per contrabbando di souvenir, come l’avorio, le teste e le pelli di leone. Le mani dei gorilla. Giovani gorilla da vendere agli zoo. Quando il parco riaprì aveva dei nuovi inquilini: i combattenti hutu delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda, coi quali il Parco cercò di trattare, ma senza successo duraturo. La più grande minaccia all’ambiente divenne il contrabbando di carbone ricavato dalle foreste. Un traffico che poi divenne mafia, con il sostegno delle FDLR.

Le immense risorse naturali contese del Virunga

Tutti, troppi vogliono ancora il Virunga. Non solo milizie e bracconieri. Lo vogliono le compagnie petrolifere che per l’immenso giacimento nel lago Edoardo, le cui sponde sono incluse per tre quarti nel parco. Lo vogliono le compagnie minerarie per il famigerato coltan, il minerale essenziale per i telefoni e le turbine dei jet. Lo vogliono gli allevatori, i coltivatori, i cacciatori, i pescatori del lago Edoardo che non intendono rispettare i divieti dell’area protetta, i profughi e la mafia del carbone vegetale. Lo vogliono in così tanti, spalleggiati da veri e propri eserciti, che i ranger del Parco Virunga, il più antico dell’Africa e patrimonio UNESCO, girano armati di fucili d’assalto e ricevono un addestramento degno d’un corpo d’élite. Un corpo che oggi conta 689 effettivi.

Nel 2012, riporta la giornalista tedesca Anke Sparmann, una signora inglese ospite del lodge all’ora di cena chiese al direttore quale fosse la specialità locale. Emmanuel de Merode rispose bullets, proiettili. Due anni dopo in un’imboscata se ne beccò quattro, nello stomaco e nelle gambe. Si salvò per miracolo e tornò al lavoro. Gli autori rimasero sconosciuti. Accadeva il 15 aprile 2014, esattamente a due giorni dalla prima di un documentario presentato al Tribeca Film Festival di New York il 17 aprile. Il titolo? Virunga.

La recensione del Los Angeles Times inizia con queste parole:

“Inchiesta urgente e dramma indimenticabile, Virunga è un’opera di tenerezza straziante e di suspense mozzafiato”.

I gorilla del Virunga vittime del bracconaggio

La maggior parte delle persone che hanno incontrato i gorilla nel loro ambiente naturale descrive l’esperienza come un’ondata di profonda tenerezza. A rendere viva quell’emozione c’era già riuscito Gorilla nella nebbia, film tratto dall’autobiografia di Dian Fossey, zoologa americana che fuggì dal Virunga dopo essere stata arrestata negli anni ’60 e che riparò in Ruanda dove fu uccisa, nel 1985, e non si trovarono mai i mandanti.

Il film Virunga illumina il cuore di tenebra. Alla bellezza mozzafiato della natura, alla tenerezza dei gorilla contrappone il bracconaggio, gli effetti sul parco dell’ennesima rivolta armata, quella del movimento M23 nel 2012, i tentativi di corruzione da parte di contractors e le condizioni di lavoro disumane nelle miniere abusive di coltan. Il risultato fu la rinuncia, nel 2015, della britannica Soco e della francese Total ad ogni concessione petrolifera, e il Goldman Environmental Prize, il premio più prestigioso per l’ambiente, a Rodrigue Mugaruka Katembo, un ranger che smascherò contrabbandieri e contractors a rischio della sua vita e, infine, un’azione più incisiva da parte di Unesco e WWF per impedire trivellazioni ed estrazioni nel parco. Sì, la Repubblica democratica del Congo aveva concesso i diritti d’estrazione per il petrolio nel Virunga. Quando un paese fa scelte disperate la ragione è quasi sempre la stessa.

Nel mezzo della seconda Guerra del Congo salì al potere Joseph Kabila, figlio di Laurent-Désiré, ereditando un debito pubblico stratosferico ma che il FMI decise di sostenere a fronte di contratti che prevedevano lo sfruttamento indiscriminato del sottosuolo congolese. Lo sfruttamento del Virunga sollevò l’indignazione di tutte le associazioni ambientaliste fino, appunto, al WWF e all’Unesco, che lanciarono accorati appelli e durissime condanne, ottenendo una sua modifica. Ma se la Soco e la Total si ritirarono, negli anni subentravano altri attori, generando un pasticcio di cause internazionali miliardarie, che se diverranno esecutive potrebbero determinare il default della Repubblica Democratica del Congo.

A mietere le ultime sei vittime tra i rangers il 10 gennaio non furono le milizie ruandesi né hutu, né tutsi, né M23, ma un gruppo appartenente ai Mai-Mai, milizie autoctone d’ispirazione populista, apparentemente spontanee in tutto il Congo, che si definiscono sorta di esercito di difesa del territorio senza un’etnia, né una religione precisa. In sostanza, bande mercenarie capaci di ogni orrore. I Mai-Mai sono quelli che a Goma nel 2019 attaccarono un centro di trattamento dell’ebola uccidendo personale sanitario e agenti di polizia, sostenendo che l’ebola non esiste, una di quelle milizie che non si sa chi le stia armando e con quali soldi, e di cui conosciamo con certezza solo orrori ed efferatezze. Una di quelle forze della tenebra che come Isis, Al Shabaab e Boko Aram si materializzano spesso, sarà un caso, intorno ai giacimenti di gas e di petrolio.

Secondo David Van Reybrouk relegare a diatribe etniche le guerre africane è un vizio tipicamente occidentale, retaggio di una narrativa coloniale datata e strumentale.

“Il conflitto [del 2003 nel Kivu] sembrava una versione in miniatura del genocidio del 1994 [Ruanda]. Gli hema, con le loro mucche, si sentivano affini ai tutsi: una minoranza etnica che formava lo strato superiore della società. I lendu erano agricoltori che si paragonavano agli hutu: numerosi, ma più in basso nella scala sociale. In sostanza si trattava del secolare conflitto tra allevatori e agricoltori nell’accesso alla terra.”

Ma quel conflitto, continua Van Reybrouk, veniva esasperato dalla sovrappopolazione in una economia di guerra al servizio della globalizzazione.

“In questo il Congo non è in ritardo sulla Storia, è un precursore.”

Il Covid-19 ha creato una crisi nella crisi. Il calo del turismo ha tolto all’ambiente il suo maggior introito. Secondo un rapporto del WWF il Virunga vale 49 miliardi di dollari. Ma oggi nessuna banca, neanche la più etica presterebbe al Congo del denaro per monetizzare i suoi parchi.

Alcuni ricercatori segnalano che i ranger, come corpo militare, stiano svolgendo un compito che non rientra nelle loro competenze. La lotta contro le bande, i contrabbandieri e i ribelli che si annidano nelle adiacenze, spetterebbe all’esercito della Repubblica democratica del Congo. Detto nudo e crudo: li stanno mandando al macello. Altri hanno indagato sul reale sostegno della popolazione civile, per scoprire quello che già sappiamo: il consenso sulle aree protette non c’è quasi mai. Nel resto del mondo costruttori, agricoltori, allevatori e pescatori, semplici cittadini, si oppongono ai parchi nazionali quasi quanto alle discariche. In Italia si bruciano boschi e riserve naturali, si pesca e si caccia di frodo. Si ammazzano i lupi, esattamente come mutilarono i gorilla nel 2011 come sfregio. Succede in tanti paesi più ricchi e scolarizzati del Congo. Ma chi uccide i ranger è ben altra cosa. Non è opera di una popolazione affamata, né di allevatori paranoici convinti d’aver subito un torto. Il Congo è avanti nella storia di un pianeta globalizzato e sovrappopolato, scriveva Van Reybrouk, in Congo operano da tempo gli eserciti delle tenebre.

Se il parco continuerà a vivere intero, e non a pezzi come vorrebbe il mercato delle commodities, o snaturato da allevamenti, disboscamenti e coltivazioni, dipenderà dalle scelte politiche. Ma se laggiù ancora pascola e si riproduce un pugno di gorilla di montagna, se le foreste e i laghi e le savane sono ancora intatti, ricchi di elefanti e di ippopotami, è solo grazie al sacrificio dei ranger del Virunga che continuano a difenderlo al costo delle loro vite e ad adottare, come madri, i gorilla mutilati dalle trappole dei bracconieri.

“Come ranger il mio lavoro è proteggere il Virunga National Park, non solo per la gente del Congo, ma per il mondo intero.”

Ranger Christian Shamavu


 
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