Nessun Dorma

Il silenzio apparente del bosco innevato

Due fili d’erba apparentemente insignificanti spuntano dal manto nevoso: un pranzo appetitoso per la lepre bianca in cerca di cibo. Sembra intoccabile lo strato di neve appena caduta, è un privilegio per pochi scalfire questa coperta bianca, ma una concessione naturale per gli animali.

Il fascino del bosco innevato / © Chiara Baù

Vivo questa forzata permanenza in città come un’ingiustizia e una mancanza d’attenzione nei confronti della natura. Poter ammirare ogni ago di pino, scorgere lo sguardo spaurito del capriolo, osservare il fiocco di neve nelle sue diverse trasformazioni. I rumori assordanti nelle vie trafficate della città devono sostituirsi al silenzio che solo la natura è in grado di far percepire. Fedele ai boschi e alla pace che sanno trasmettermi non riesco a rimanere lontano da quell’atmosfera. Un’ora e mezza di macchina è sufficiente a raggiungere le montagne vicine a Milano e camminare sul sentiero nei boschi ammantati di neve. Tutto torna in una situazione naturale.

Esplorando il bosco / © Chiara Baù

Nella celebre romanza di Giacomo Puccini la principessa Turandot ordina ai suoi sudditi di rimanere svegli tutta la notte per scoprire il nome del principe che è riuscito ad indovinare gli enigmi da lei richiesti. Come un suddito di madre natura, anch’io non voglio dormire, ma scoprire e conoscere nuovi segreti che il mondo naturale sa offrire. Mi immergo nella foresta, dove il silenzio è in realtà solo apparente. Pochi secondi e percepisco il battito del cuore del bosco, almeno così mi piace definirlo. D’inverno tutto pare sopito e dormiente sotto la coltre invernale, ma in realtà tra gli alberi si trova un traffico di suoni, solo più tenui e delicati da captare. Il picchio la fa da padrone col suo tambureggiare inconfondibile che sembra scandire il respiro delle piante. Per alimentarsi, preda larve e insetti adulti che vivono nella corteccia o negli scarti del legno sottostanti. Se l’albero è morto e marcescente, si limita a scalzare la corteccia e a farla cadere sul terreno. Poi la frantuma in piccoli pezzi fino a scovare gli strati interni abitati dalle larve. Se invece l’albero è ancora sano e vegeto, il picchio scava profondi coni nel legno finchè riesce a catturare l’insetto. La sua è una tecnica molto raffinata: percuotendo il tronco riconosce dall’eco del battito il vuoto della galleria scavata dall’insetto. Il martellare in questo caso è singolo. Un altro motivo per tamburellare i rami o i tronchi degli alberi è quello di intonare una canzone d’amore. In primavera specialmente le coppie di picchi rossi maggiori comunicano la reciproca attrazione battendo ritmicamente il becco sui rami più sonori di un albero. È facile riconoscere questo suono particolare, perché entrambi picchiettano contemporaneamente, intrecciando frasi di un’armonia inconfondibile.

Da poco ha smesso di nevicare e ogni fiocco di neve nella sua singolare intimità emette un suono impercettibile quando lentamente si trasforma a causa dei cambiamenti di umidità e temperatura.

Mentre ascolto questi rumori silenziosi il pensiero sperimenta una condivisione più intensa con la natura. Osservo ogni angolo del bosco e mi accorgo che quasi nessuno sta dormendo.

Il vento nel bosco / © Chiara Baù
Orme e tracce degli abitanti del bosco

La neve è leggermente scalfita da misteriosi segni a denti di pettine. Li fisso subito nella memoria prima che un debole soffio di vento li faccia svanire. Sono piccole striature, verosimili tracce delle penne di un uccello lasciate dalle ali nel momento del decollo, ma ci sono altri indizi. Dall’impronta delle zampe, con tre lunghe dita avanti e una piccola dietro posso dedurre, dato l’ambiente d’alta quota in cui cammino, che si tratti delle orme di un fagiano di monte. Qualche passo avanti lungo il sentiero attirano la mia attenzione alcune pigne malamente rosicchiate e sparse sul terreno. Apparentemente insignificanti, rappresentano un nuovo segno di vita. Il modo in cui sono state sgranocchiate rivela l’autore del pasto. È probabile siano opera dello scoiattolo. Estirpata la pigna dall’albero, lo scoiattolo si rannicchia sopra un ramo ed inizia ad aggredirla alla base. Con i denti estrae le squame inferiori, quelle meno saldamente fissate all’asse. La base della pigna appare sfrangiata e con varie punte. Verso la metà dove le scaglie sono attaccate più solidamente lo scoiattolo le rosicchia fino in fondo. Ecco perché le pigne ghermite dallo scoiattolo appaiono disordinatamente sfilacciate.

Pigne prima di essere rosicchiate / @ Chiara Baù

Al vertice della pigna non resta che un ciuffo di squame. Trovandole disposte in modo diverso, sarei risalita al picchio. Infatti è il picchio rosso maggiore che stacca le pigne per nutrirsi dei semi oleosi prodotti dai pini e dagli abeti. I semi in coppie sono incapsulati alla base delle squame, a loro volta disposte a spirale attorno all’asse dello strobilo. Per raccogliere una pigna, questo uccello blocca il ramo con una zampa e con l’altra ne afferra la base. Poi con mirati colpi di becco ne stacca il picciolo e, agguantata la pigna all’estremità opposta, se ne vola via. Sempre trattenendola stretta nel becco, va a posarsi solitamente sopra un tronco d’albero vicino e la incastra dentro l’incavo marcito di un ramo, oppure in una biforcazione, o più semplicemente in una fenditura della corteccia. In mancanza di una cavità idonea, pratica con secchi colpi di becco una fessura o un foro. Una volta incastrata la pigna, l’estrazione dei semi risulta facilitata. Per far questo il picchio rosso maggiore assesta potenti beccate partendo dalla cima e una volta staccate le squame, ne estrae i semi con la lingua viscosa. Consumata la metà anteriore, rivolta la pigna dedicandosi all’altra metà. Anche in questo caso i resti della pigna sono riconoscibili per la disordinata dispersione sul terreno: squame spezzate, infrante e strappate. Diversamente il crociere dal caratteristico becco adunco affronta le pigne appese all’albero senza staccarle. Ma i più abili a ripulire le pigne dai semi sono i topi selvatici o topolini di campagna, velocissimi ad arrampicarsi sui tronchi. Dotati di dentini troppo minuscoli per afferrare e strappare le singole squame, devono rosicchiare le pigne dall’esterno, incidendole alla base per provocarne la caduta. Un lavoro lungo e laborioso, ma dall’aspetto più ordinato e omogeneo rispetto al disfacimento compiuto dai precedenti compagni del bosco.

Sono segnali, questi, che inducono ad affinare i sensi e a scoprire come una semplice pigna rosicchiata sappia rivelare gli sforzi e gli stratagemmi cui gli animali ricorrono per nutrirsi e sopravvivere alla stagione invernale. Il segreto non sta solo nell’affinare i sensi, ma nel saper fondere in una percezione unica i segnali provenienti da udito, odorato e vista. Dalla loro unione, i singoli sensi vengono esaltati e potenziati.

L’osservazione meticolosa in natura unita al senso di meraviglia portano ad una condizione che definirei immateriale. Come per incanto ci si ritrova in perfetta integrazione con l’ambiente circostante. Ne nasce una sensazione di completezza e totale appartenenza al mondo del bosco, un senso di meraviglia che non ha confini e non si ha più bisogno di niente. È un tempo sospeso, fluttuante, come se la gravità non esistesse più. Renoir affermò a proposito di un suo dipinto: l’essenziale di un quadro è quello che non si può spiegare. Non si tratta di uno stato d’attesa, ma di un lento e profondo ritmo di ascolto, un aspetto spirituale della natura visibile. Ascoltare il silenzio della foresta, del mare o del deserto porta a vivere una dimensione trascendente e incontaminata.

La struttura di una pigna / © Chiara Baù
Fibonacci e la perfezione matematica della Natura

Ciò che invece è chiaramente spiegabile è la perfezione della struttura delle pigne. Si deve al matematico Leonardo Fibonacci, nel 1200 circa, la scoperta del segreto che unisce matematica e bellezza. È nota come successione aurea o successione matematica di numeri interi, secondo la quale ciascun numero equivale alla somma dei due numeri precedenti, ad eccezione dei primi due. Fibonacci studiò tale successione numerica con l’obiettivo di definire la legge matematica che consente di prevedere il tasso di crescita della popolazione di conigli in un determinato allevamento. Per arrivare alla soluzione del problema giunse a formulare la seguente successione numerica: 1,1,2,3,5,8,13,21, in cui ciascun numero rappresenta la somma dei due precedenti. Tali numeri stavano ad indicare quante fossero le coppie di conigli un mese dopo l’altro.

Osservando la geometria di piante, fiori o frutti è facile riconoscere la presenza di strutture e forme ricorrenti. In una pigna si può notare dalla parte del peduncolo che le bratte, cioè le scaglie, formano spirali che si avvolgono in senso orario o anti-orario a seconda del punto di visualizzazione. Ad un esame più attento si nota che le spirali sono 8 anti-orarie e 13 orarie: due numeri della successione di Fibonacci. Le stesse osservazioni si possono fare verificando il numero di spirali presenti sul guscio di un ananas o in un girasole, sempre due termini consecutivi della sequenza matematica. I numeri di tale successione appaiono anche nella disposizione delle infiorescenze di alcuni fiori come le margherite, ma anche in quelle di broccoli e cavolfiori.

Nel campo delle piante, questa è la base per uno sviluppo e una crescita più efficienti; per tale motivo una pigna contiene il maggior numero possibile di semi e grazie allo stesso principio le foglie delle piante crescono secondo una sequenza che consente di ricevere una maggior quantità di luce. Nel caso di piante grasse o a foglie stratificate, come i cavoli ad esempio, questi numeri permettono un’organizzazione ottimale dello spazio. Nulla è casuale in natura nella incredibile genialità e precisione che si cela dietro ogni singola pigna o dietro ogni singolo fiore.

Esplorando il bosco / © Chiara Baù

Continuo il cammino nel bosco con circospezione. Due alberi spogli, scheletrici risaltano incisi contro il cielo sul pendio coperto di neve. Il più alto sembra incoraggiare il più piccolo a resistere alle intemperie dell’inverno. Nella neve le tracce tendono ad ampliarsi man mano che lo strato superficiale disgela, deformandosi a tal punto che anche le impronte di tasso, orso, volpe risultano quasi irriconoscibili. Dalla disposizione di certe impronte, ecco che quella che sembrava rivelare il passaggio di un animale, si anima all‘improvviso lasciando intendere vari momenti di vita: fermate, esitazioni, corse, brucatine, agguati, incontri piacevoli e spiacevoli.

Orme di capriolo nella neve / © Chiara Baù

Molti animali sono nascosti, per timore o paura e diventano attivi solo al crepuscolo o di notte. Ma con l’occhio allenato ai minimi particolari noto tra un albero e l’altro un covile, un giaciglio riparato dove abitualmente i caprioli si rintanano per dormire o nascondersi. E prima di accucciarsi il capriolo spazza dalla neve o dal terreno tutto ciò che lo disturba, rami, fronde, foglie. Dietro ogni dettaglio ci sono le vicende del bosco.

E nella notte spesso c’è più vita che di giorno. Neanche la marmotta durante il profondo letargo in tana dorme del tutto, perché continuamente si sposta verso i suoi simili per star loro il più vicino possibile e non disperdere il calore vitale necessario per sopravvivere al rigore invernale. Anche l’orsa nel suo rifugio in un anfratto nascosto non dorme, perché sta partorendo un cucciolo che pesa appena tre etti. E neanche la pigna con le sue spirali perfette riposa, pronta ad offrire i semi ad animali affamati.

Ad un certo punto una folata improvvisa di vento gelido sembra cancellare ogni orma impressa nella neve. È giusto così. Tutto torna immacolato. Nuove tracce da osservare, nuovi segnali da scoprire.

Guardo il paesaggio intorno a me, completamente diverso dal manto bianco trafficato di orme di pochi istanti prima. Riprendo il cammino per conoscere altri segreti che la natura mi continua ad offrire. Intanto luminosa sorge la luna, incapace anche lei di dormire.

Il sorgere della luna
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4 pensieri su “Nessun Dorma

  1. Manfredi de Francesco dice:

    Come in tutti i Tuoi racconti, anche in questo, leggendo mi sembra di essere dentro nella storia. Bravissima Chiara. Complimenti

  2. Claudio dice:

    Che Fibonacci avesse a che fare con la natura è una vera scoperta per me! Come dice Chiara nulla è lasciato al caso ma è sorprendente scoprirlo attraverso una formula matematica…pensare alla fatica e alla genialità che ogni animale deve investire per cibarsi mi fa riflettere sulla facilità che invece noi umani abbiamo di nutrirci, qualsiasi sia la stagione. Almeno in occidente e nelle nazioni più evolute. Altre popolazioni purtroppo non hanno lo stesso agio e devono industriarsi proprio come gli animali per poter sopravvivere giorno per giorno. Dovremmo sempre esser coscienti di questa nostra fortuna e di quanti uomini e donne, bambini e anziani di qualsiasi età debbano soffrire questa disparità che ha proprio poco di umano. La natura non è mai egoista, magari dura, ma giusta e senza differenze di pelle, razza o potenza fisica.

  3. Maria dice:

    Bellissima l’ultima immagine: la luna.Non si può dire che anche tu esalti e potenzi udito odorato e vista come gli animali che hai descritto nella loro intensa attività.Bellissimo il tuo racconto come al solito così ricco di particolari riguardanti la vita della natura che un “comune mortale” non percepirebbe se non in ‘minimissima’ parte.Mi è piaciuto l’ossimoro ‘rumori silenziosi’ che tu però con la tua sensibilità hai percepito a gaudio nostro.Bravissima Chiara e grazie ancora!

  4. Liz dice:

    Bellissimo pezzo! La Natura sta respirando senza la nostra presenza, si sta ripopolando e vive uno spazio e un tempo speciali. Ne gioveremo anche noi quando sarà possibile. È un rispetto che le dobbiamo, sempre.

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