Cronache artiche: viaggio in Groenlandia, tra luci e ombre

Le elezioni che hanno salvato una montagna

Quest’anno ho seguito le elezioni politiche groenlandesi col fiato sospeso. Sapevo infatti che un’eventuale vittoria del principale partito al potere, il Siumut, avrebbe implicato anche il sì allo sfruttamento – e di fatto alla distruzione – del monte Kuannersuit: il secondo giacimento di metalli rari a livello planetario e la quinta miniera di uranio più grande al mondo.

Nuuk | © Martina Fragale

Al di là delle implicazioni ambientali, dietro alla vicenda del monte Kuannersuit, emerge in filigrana il tema dell’indipendenza. Nonostante le ampie autonomie, infatti, la Groenlandia dipende ancora dalla Danimarca con tutti i pro e i contro della situazione. In termini economici, l’appartenenza alla Danimarca offre di fatto alla Groenlandia la possibilità di usufruire di un consistente sussidio che fino ad oggi si è rivelato cruciale per il Paese: il corrispettivo di seicento milioni di dollari ovvero il 40% circa del bilancio locale. Diventare indipendenti, implicherebbe giocoforza l’esigenza di sostituire il supporto danese ed è qui che entra in campo lo spinoso tema dei giacimenti di metalli rari e di uranio, di cui la Groenlandia abbonda. La vittoria dell’Inuit Ataquatigiit (un piccolo partito ambientalista di opposizione) al momento sembra aver scongiurato il rischio più immediato. Il Kuannersuit è salvo ma il problema di fondo rimane e ha radici profonde che si rifanno alla crisi del popolo Inuit e alla difficile transizione del Paese verso la modernità.

Nuuk | © Thomas Leth-Olsen
Nuuk, la piccola capitale del grande Nord

Ad attendermi, al piccolissimo aeroporto di Nuuk, c’è René, la persona che mi ospiterà qui in Goenlandia. Estate 2016, per aggirare i prezzi proibitivi di un viaggio “tradizionale”, ho fatto un vero e proprio giro dell’oca. Milano-Keflavik, notte in aeroporto, aeroporto di Reykjavik-Nuuk. Il volo (tre ore su un piccolo aereo a elica di 32 posti) mi ha mostrato dall’alto un panorama di una bellezza disarmante. La calotta ghiacciata, i frammenti di pack sparsi nel mare come tante tessere di un puzzle, i fiordi, qualche abbozzo di strada che sfuma nel nulla. Quando sbarco a Nuuk, ho ancora gli occhi lucidi.

Spiaggia a Nuuk | © Martina Fragale

René Hansen è un omone dalla pelle color mattone: come molti, da queste parti, ha tratti inuit e danesi, che rendono conto del melting pot tipico dell’Isola. Lungo la strada mi racconta un po’di sé: è il manager della compagnia di trasporti autobus locali ma ha alle spalle anche una lunga esperienza militare, che lo ha portato addirittura in Kuwait. Nei giorni che seguiranno, chiacchiereremo spesso e negli anni a venire mi permetterà di mantenere i contatti con la sua città.

Con poco più di diciassettemila abitanti, Nuuk è una capitale decisamente piccola. Ma tutto è relativo e visto che parliamo di un Paese di 56.000 abitanti, in un certo senso Nuuk è una vera metropoli. Per me, però, è soprattutto una città “altra”: totalmente diversa da tutto ciò che ho visto fino ad oggi. Ne porterò a casa una serie di fotogrammi separati, che rinuncerò a cucire fra di loro in una narrazione sequenziale. Preferisco sfogliarli come se fossero tante cartoline a sé stanti: le case, che dentro sembrano delle serre, da tante piante ci sono, e fuori sono un profluvio di panni stesi al sole.

Panni stesi al sole a Nuuk | © Martina Fragale

Le auto clamorosamente assenti (o quantomeno centellinate): ogni casa, però, ha accanto – in quello che da noi sarebbe il posto auto – la sua barca. Non è un caso, visto che la rete stradale groenlandese arriva appena a 150 km in tutto e i collegamenti tra gli insediamenti sono solo via acqua/ghiaccio o via aria. Nuuk per me è anche un piccolo mercato in mezzo alle vie del centro, dove domina un odore forte e pungente, di carni che non conosco: un misto di terra e di mare. Riconosco, sui banconi, della carne scura che potrebbe essere tanto di balena quanto di foca. Chiedo informazioni ma nessuno parla inglese. Il venditore mi guarda dispiaciuto e per tutta risposta mi sorride scostandomi delicatamente i capelli dal viso. La carne e il sangue, in questa città di mare, sono un leitmotiv in cui incapperò spesso. Anche nel “grande” porto – esclusivamente commerciale, a quanto sembra – in cui, prima di caricarmi a bordo per portarmi a pescare a Qoqquut, il proprietario della barca scaricherà a terra le carcasse di cinque renne. Lavando poi con qualche secchiata sbrigativa il fondo dell’imbarcazione, tutto intriso di sangue.

Un vecchio cimitero di Nuuk | © Martina Fragale

Nuuk per me sarà questo e molto altro: i piccoli cimiteri a ridosso del mare, con gli iceberg che scivolano davanti silenziosi come fantasmi; il silenzio – di una densità impressionante – della baia di Qoqquut. Un uomo dai tratti inuit che suona e canta alla pianola sempre la stessa melodia (forse un motivetto religioso). Davanti a lui, una decina di uomini anziani che ascoltano senza parlare e tanti (troppi) cocci di bottiglia. Nuuk sono le strade fuori città, in cui lo spazio riservato ai pedoni è uguale a quello per le macchine, e la gente che ti sorride quando ti incontra. E la fiorita, profumatissima estate groenlandese.

La questione Inuit: chiavi di lettura diverse

A Nuuk, la prima persona che mi parla dell’indipendenza è un signore di Copenaghen. “La Groenlandia, oggi, sta attraversando una crisi profonda” mi dice “Alcolismo, impennata dei suicidi, incapacità di inserirsi in un contesto urbano, moderno. E poi c’è il discorso dell’indipendenza, che in realtà si innesta su questo contesto. Molti vogliono emanciparsi dalla Danimarca, ma lo desiderano in modo puramente emotivo. In realtà – e lo dimostra proprio la crisi attuale – gli Inuit sono un popolo profondamente conservatore. Non sono pronti ad affrontare le naturali implicazioni di uno Stato realmente moderno: finora hanno delegato tutto questo alla Danimarca. Con l’indipendenza dovrebbero farsene carico”.

Tramonto sul lungomare di Nuuk | © EliaLocardi.com

La tematica mi appassiona tanto che, tornata in Italia (e in preda al “mal di Groenlandia”), penserò bene di approfondire. Con Robert Peroni, in primis: esploratore e alpinista altoatesino che negli anni Ottanta ha deciso di trasferirsi a Tasiilaq, un villaggio della Groenlandia sud-orientale. È qui che Peroni decide di creare la Red House: un progetto di turismo ecosostenibile che gestisce con l’obiettivo di dare lavoro alla popolazione locale. Nel corso di una lunghissima chiacchierata, Peroni mi dice la sua sull’indipendenza: “Oggi la Groenlandia non è indipendente ma è comunque autonoma. Ovvio che la libertà ha un fascino ma essere liberi vorrebbe dire anche essere soli. Non siamo pronti. Siamo un Paese con pochi abitanti in cui mancano troppe cose: infrastrutture ma anche puro e semplice spirito imprenditoriale. Ti faccio un esempio: quando ho iniziato ad abbozzare il progetto Red House, volevo che fossero i locali ad avviarlo. Glielo dicevo sempre: “Siete voi, che dovete mettere la prima pietra, non io!” Il problema è che qui la figura dell’imprenditore non esiste. Di solito, è lo Stato che ne fa le veci”. Al di là della scarsa imprenditorialità – che ha a che vedere col background storico, fortemente comunitario degli Inuit – chiedo a Peroni quale sia stato, però, il punto di rottura rispetto al passato. L’incipit della rovinosa crisi sociale di oggi. Su questo, Peroni non ha dubbi: “Dobbiamo ringraziare Greenpeace e la battaglia che ha ingaggiato contro la caccia alla foca” ironizza “L’azione, in realtà, è nata contro lo sterminio delle baby foche, principalmente in Canada e in Norvegia. Quelli che ne hanno fatto davvero le spese, però, sono stati gli Inuit. La foca è sempre stata un elemento importantissimo per loro, sia a livello di sostentamento sia nell’ambito della loro – rudimentale – economia. Certo, ultimamente la Commissione Europea ha riconsiderato il problema ma ormai il danno è fatto. Senza contare che è stata riconosciuta la caccia di sussistenza ma non la commercializzazione dei prodotti derivati”.

Alessandro Belleli | © Alessandro Belleli

In realtà, rimango con qualche dubbio. Mi è difficile pensare che una crisi così radicata e diffusa abbia un’origine puramente monocausale. Ne parlerò con Alessandro Belleli, antropologo ed esperto di popoli e culture dell’Artico, che infatti – pur senza sminuire l’impatto della messa al bando della commercializzazione dei prodotti derivati dalla foca – mi abbozzerà una chiave di lettura più articolata. Mettendo in luce, per esempio, il legame con l’urbanizzazione contestuale al processo di “danesizzazione” dell’isola: “Il processo di urbanizzazione non è stato forzato nel vero senso del termine: diciamo, però, che sono stati dati forti incentivi. Parliamo di anni fa, comunque, e di un processo che mirava a introdurre in Groenlandia il modello danese di welfare”. Mentalmente unisco i puntini: mancanza di gradualità nel passaggio dal nomadismo alla vita sedentaria, l’immissione in un contesto urbano, le conseguenze delle decisioni relative alla foca. Gli elementi per una crisi ci sono tutti.

Con il tramonto della figura tradizionale del cacciatore, come sottolinea Belleli, si è innescato un vero e proprio sgretolamento di valori, con una forte valenza identitaria: “I valori della vecchia società inuit erano la forza, l’integrità fisica e morale, la generosità, il fatto che non servisse essere molto comunicativi (se parliamo di comunicazione basata sulla parola). Si tratta di valori che è difficile calare nel contesto della società moderna. Diverso è il caso di chi invece riesce a mantenersi in una posizione intermedia fra tradizione e modernità, sviluppando più “appartenenze”. I valori e le competenze che servono oggi in Groenlandia sono trasversali e in realtà sono tante le persone che li hanno sviluppati e stanno cercando di fare qualcosa. Il problema è non se ne parla.”

Eriophorum scheuchzeri, Nuuk | © Martina Fragale

Belleli fa riferimento a persone che sono andate a studiare e a lavorare all’estero e poi hanno deciso di tornare per cambiare le cose. Belle storie che faticano a trovare spazio in una narrativa diffusa, che continua a raccontare il mondo – Groenlandia compresa – dividendolo in vittime e carnefici, puri e corrotti: In Groenlandia oggi si sta tentando di formare una classe di giovani, con un livello di scolarizzazione più elevato, che possano andare a sostituire i danesi nella gestione di vari ambiti: dalle scuole, agli ospedali alle associazioni culturali. Esistono alcuni settori in cui è evidente la carenza di personale formato in modo adeguato. La migrazione di ritorno degli ex cervelli in fuga è una risposta a queste carenze. Ti faccio un esempio. Ho un’amica groenlandese che ha studiato a New York e collabora con le Nazioni Unite. La sua, è una famiglia di cacciatori e lei stessa è molto impegnata nella causa Inuit. Te ne parlo perché il suo è un esempio perfetto di figura trasversale. La mia speranza è che persone come lei possano arrivare a svolgere un ruolo di primo piano. Aiutando anche gli altri, i portatori della cultura più strettamente tradizionale, ad avere voce in capitolo.”

E oggi?

Ripenso proprio a questo, alla nuova Groenlandia che fatica a mettersi in luce ma che esiste, mentre leggo i risultati elettorali e tiro un sospiro di sollievo. Il Kuannersuit non diventerà una miniera a cielo aperto. Il mare non verrà contaminato dalle scorie radioattive. La crisi sociale non è risolta ma questa, almeno, è un’ottima notizia.

Nuuk | © A. M. Andersson.

Chiamo René per parlarne con lui: “In realtà la vittoria del partito ecologista non risolve molto le cose” mi spiega René “C’è una forte contraddizione interna nel loro programma: vogliono l’indipendenza ma sono contrari allo sfruttamento delle miniere di uranio. Il problema è che una cosa non può esistere senza l’altra. È un po’come volere la botte piena e la moglie ubriaca. La verità è che abbiamo ancora bisogno dei sussidi che arrivano dalla Danimarca, soprattutto per esigenze sociali. C’è un divario colossale tra città e insediamenti minori. Nuuk, Sisimiut o Ilulissat non sono la Groenlandia. Nei villaggi più isolati, problemi come alcolismo, disoccupazione e abuso sui minori sono enormi.” E quando gli chiedo se, secondo lui, il turismo non potrebbe diventare un’alternativa economica valida, René mi risponde: “Il problema, da noi, è che qui il turismo può essere solo stagionale: il nostro inverno spaventerebbe chiunque. Detto ciò, nonostante questi limiti, il 2019 è stato un’ottima annata; poi purtroppo è arrivato il Covid. Ce ne vorrà di tempo, per tornare ai livelli di due anni fa! Un aspetto positivo c’è, però: l’ampliamento e il potenziamento degli aeroporti, che saranno senz’altro di grande aiuto. I nuovi aeroporti di Nuuk e Ilulissat ora sono in fase di costruzione, ma saranno i primi ad aprire i battenti nel 2023-2024. Si stanno costruendo piste di atterraggio più larghe, in modo che gli Airbus 330 possano atterrare. Anche al Sud si progetta la costruzione di nuovi aeroporti. Al momento, però, hanno solo preso una decisione politica: non hanno ancora trovato i fondi necessari e le offerte sono troppo care.”

Gli sviluppi e le contraddizioni di cui parla René sono elementi in più che rendono conto della complessità della situazione. La Groenlandia è a un bivio. In un momento in cui lo sfruttamento dei giacimenti di uranio e metalli rari rappresenta l’unica alternativa oggettiva al supporto economico danese, evitare il taglio del cordone ombelicale con la Danimarca sembra essere l’unica scelta sicura per scongiurare pesanti conseguenze. Sia sul piano ambientale sia nel senso dell’effettiva indipendenza politico-economica: ora come ora, il rischio – infatti – è che le compagnie minerarie sostituiscano al legame con la Danimarca una dipendenza molto più subdola e pervasiva.

Il posto auto, qui è il “posto barca”, Nuuk | © Martina Fragale

Ma la realtà non è mai univoca. Guardando le cose da un altro punto di vista, le istanze di indipendenza potrebbero innescare un effettivo processo di modernizzazione e la gestazione di una nuova identità per i locali. Il processo è già work in progress, in realtà, e porta alla luce un interrogativo valido a livello globale e che in Groenlandia – per ovvi motivi – è solo più evidente che altrove: come conciliare le esigenze di modernizzazione con la tutela ambientale? Come innescare un processo di sviluppo che sia realmente sostenibile? In questo senso, forse, il turismo potrebbe rappresentare – se non un’alternativa – almeno una parte della soluzione. A patto, però, che non si trasformi in turismo di massa: un vero rompicapo per un Paese in cui le condizioni climatiche rendono molto difficile la destagionalizzazione dei flussi turistici.

Il dilemma rimane aperto, quindi, ma alla luce di una situazione tutt’altro che stagnante.

Aurora Boreale sui cieli di Nuuk
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