Il diritto di tornare a casa

Isole Svalbard, Circolo Polare Artico: latitudine 78 gradi e 13 primi. Mese di Aprile. Il vento soffia a cento chilometri orari, la temperatura ha raggiunto i meno trenta.

Il cuore di questo arcipelago del Mar Glaciale Artico, nella corona del Circolo Polare, è diventato per una decina di giorni la mia nuova casa le cui pareti sono montagne ammantate di neve. Uno scalo a Tromso in Norvegia, poi un piccolo aereo locale permette di raggiungere in poche ore queste isole disperse tra i ghiacci. All’orizzonte una distesa glaciale apparentemente infinita, sì perché il vento in alcuni giorni è talmente violento da offuscare la linea di confine tra cielo e terra, considerata la sua intensità.

L’unico riparo in mezzo ai ghiacci | © Chiara Baù

Tramite una spedizione francese mi sono spinta a queste latitudini alla ricerca dell’orso polare, ma le condizioni climatiche spesso sono proibitive anche per l’uomo. La fatica di trascinare una slitta pesantissima, la paura costante che la pelle si ustioni a causa del freddo, la sensazione di essere completamente abbandonata nel nulla dopo che un piccolo gatto delle nevi ci scarica in mezzo a una distesa bianca e sconfinata. La voglia di tornare a casa è immediata. Si dorme in una piccola tenda che viene ogni sera ancorata in luoghi diversi, assicurata da appositi chiodi in grado di perforare il ghiaccio. Un generatore e un filo elettrico delimitano il minuscolo campo tendato. Il bagno viene ogni giorno costruito scavando buche nella neve, rigorosamente a distanza di 300 metri dalla tenda. L’orso polare, padrone di questo habitat sterminato, ha un olfatto proverbiale ed è carnivoro a differenza dell’orso bruno che ha un regime alimentare da onnivoro. Nulla è lasciato al caso, ogni dettaglio diventa vitale soprattutto in un territorio tanto severo come le isole Svalbard in primavera.

Ogni partecipante alla spedizione è dotato di uno sparapetardi per dissuadere l’orso polare in caso di attacco improvviso. Un piccolo espediente di cui mi dimentico ben presto, più attenta a coprirmi adeguatamente per sopravvivere alle impetuose bufere e al freddo infernale. A latitudini tanto elevate la luce del sole da aprile ad agosto è costantemente presente, il buio non esiste, come non esistono tramonti né albe. I ritmi del giorno sono scanditi più che altro dalla fatica del percorso che quotidianamente dobbiamo affrontare. I giorni successivi il vento inizia a placarsi, così come si quieta il desiderio di tornare a casa. La capacità di adattamento ha il sopravvento.

Trasportando la slitta, detta pulka | © Chiara Baù

Seguendo l’itinerario previsto con sci d’alpinismo si percorrono circa venti chilometri al giorno. Lungo il percorso neanche l’ombra di un orso bianco, probabilmente, precisa la nostra guida, provvidenzialmente munita di fucile, si è spinto sulla banchisa alla ricerca di foche. Il paesaggio che al primo impatto appariva severo e inospitale diventa più dolce e rassicurante, la meravigliosa macchina del corpo umano si adatta a tutto, lo stesso vale anche per la mente.

Più che a scrutare i dintorni per avvistare l’orso polare sono intenta ad ammirare un paesaggio dove non è presente alcuna forma di vita ad eccezione del lichene che con notevole fortuna riesco a scorgere su una roccia affiorante nel ghiaccio, spazzata da un’impetuosa raffica di vento. Una minuscola forma di vita che diventa il mio super eroe, perché in grado di resistere alle condizioni più proibitive del pianeta.

Si tratta dell’associazione simbiotica di un fungo e un’alga. I licheni costituiscono la più complessa forma di vita sopravvissuta a una prolungata esposizione nello spazio (effettuata in una sperimentazione della NASA su una navetta spaziale). Sembra che durante tale periodo questi piccoli organismi siano sprofondati in una sorta di letargo arrestando il loro metabolismo. I licheni sono composti da organismi individuali stratificati l’uno sopra l’altro, pertanto gli strati esterni potrebbero aver fornito una certa protezione alle cellule sottostanti. Durante il volo nello spazio pare che la capacità fotosintetica dei licheni sia rimasta intatta, dimostrando come il microbionte, cioè la parte fungina sia in grado di proteggere il delicato ficobionte ossia la parte algale, dalle radiazioni letali. La natura provvede ad autoproteggersi.

I licheni possono crescere su una molteplice varietà di substrati, in quanto per simbiosi possono convertire in nutrimento il materiale inorganico. Dall’unione di questi due organismi risultano dei complessi con caratteri sia morfologici, sia fisiologici, non riscontrabili né nei funghi autonomi né nelle alghe. L’alga, essendo provvista di clorofilla, provvede al fungo sostanze organiche, mentre il fungo provvede all’alga acqua e sostanze organiche cosicché il lichene può svilupparsi in luoghi dove l’alga e il fungo da soli non potrebbero vivere.

© Chiara Baù

Percorsi circa 150 chilometri sugli sci ad esplorare un territorio immenso, la spedizione termina a Longyearbyen, la città più popolosa delle Svalbard. Nessun avvistamento di orsi, ma non importa. L’aereo mi aspetta. Ritorno a casa e mi ritengo fortunata di poterlo fare.

In futuro potrà accadere in alcune zone del pianeta che gli abitanti sfrattati a causa dei mutamenti del clima non potranno più tornare a casa. Già oggi si è arrivati ad un limite in cui il riscaldamento globale inizia a interessare il genere umano oltre agli animali e all’ambiente. In alcuni atolli corallini le popolazioni stanno già migrando a causa dell’innalzamento del livello del mare e nel giro di un centinaio d’anni toccherà a Venezia e a Manhattan ad essere sgomberate, precludendo la possibilità di tornare nelle proprie case. Entro il 2030, mantenendo gli attuali livelli di emissione dei gas serra, la temperatura media globale si alzerà ancora arrivando a +1,5 C fino a 2 gradi entro il 2060.

Rientrata dal Mar Glaciale Artico in Italia, scopro quest’anno che c’è qualcuno che sta tentando di tornare nelle isole Svalbard o nella vicina Groenlandia.

Wally il tricheco errante, un naturale ritorno a casa

Wally è il suo soprannome, originato dall’inglese walrus che significa tricheco. Si tratta di un esemplare maschio di 4-5 anni proveniente dalle Isole Svalbard o dalla Groenlandia. Si pensa possa essersi addormentato, forse adagiato su una lastra di ghiaccio finita alla deriva, per poi smarrire la rotta e non riuscire a ritrovare la via del ritorno. Persosi dapprima nelle acque della Danimarca, successivamente in Irlanda, qualche settimana dopo in Galles e infine in Cornovaglia.

Il tricheco Wally | © Seal Rescue Ireland

Mai era successo al largo della Cornovaglia di avvistare un mammifero di questa specie, così lontano dal Circolo Polare Artico; un esemplare che avrebbe percorso oltre 4000 chilometri prima di approdare sulle coste britanniche intorno al 20 aprile scorso. I trichechi sono animali sociali, vivono in gruppi e si alimentano vicino alla costa principalmente di molluschi, in minor misura di pesci. Wally si è trovato da solo, separato dalla sua comunità. È un miracolo che sia sopravvissuto, non tanto perché sradicato dal suo habitat naturale, ma per aver attraversato zone ad intensa attività marittima, riuscendo ad evitare rischi di collisione con navi e imbarcazioni, a superare durante gli spostamenti lunghi periodi in mare aperto senza possibilità di alimentarsi. È riuscito a sopravvivere anche in acque più calde rispetto a quelle abituali. Il riscaldamento globale diminuisce la differenza di temperatura dell’acqua tra artico e zone temperate. Lo stesso global warming è responsabile della rottura precoce, già a fine inverno, della banchisa polare e provoca la deriva a sud di lastroni di ghiaccio sui quali a volte possono trovarsi anche trichechi e orsi bianchi.

Ora sembra che Wally abbia ritrovato la via di casa. Ciò che ha sorpreso tutti però è che, dopo Irlanda, Galles e Cornovaglia, Wally abbia proseguito la navigazione fino alle coste della Spagna prima di cominciare il percorso a ritroso e risalire in Irlanda e poi in Islanda dove è stato avvistato il 19 settembre a Hòfn. Come tutti i pinnipedi, Wally ha bisogno di riposarsi di tanto in tanto. E per farlo necessita di un appoggio. Per questo durante il percorso a ritroso lungo la costa occidentale dell’Irlanda, ha scelto come rifugi momentanei alcune imbarcazioni ancorate lungo le coste.

Diverse specie di animali come trichechi, orsi polari e molte varietà di foche si affidano al ghiaccio marino come loro habitat, ma con la scomparsa dei ghiacci gli animali perdono l’orientamento. Ci si aspetta di vedere un numero sempre maggiore di esemplari di queste specie artiche vagabondare e abbandonare gli habitat naturali. Ciò che si può fare è assicurarsi di mantenere questi animali al sicuro quando cercano rifugio sulle coste e fare tutto il possibile per evitare di stressarli e disturbarli.

Sono meno di 22.000 i trichechi atlantici nel mondo. Nei secoli passati a causa della caccia erano vicini all’estinzione, ma il loro numero ha iniziato a riprendersi quando è stata riconosciuta la loro protezione legale. La nuova minaccia del cambiamento climatico tuttavia potrebbe metterli nuovamente a rischio.

Fortunatamente Wally sta tornando a casa, ciò che non è avvenuto con M49, l’orso rinchiuso in un recinto elettrificato sulle montagne del Trentino e lontano dal suo habitat di origine.

Dignità di un orso, il diritto di tornare a casa

M 49, l’orso più famoso d’Italia, era già fuggito due volte dal recinto del Casteller, in Trentino dove peraltro era segregato in un angolo di un’apposita struttura, stretta e angusta per qualsiasi orso abituato a vivere in libertà.

L’orso M49 | © FB Animal Aid

L’orso come qualsiasi animale selvaggio è nato per vivere nei boschi tra le montagne. Coltivare e custodire la natura significa prima di tutto rispettare il sacrosanto diritto di un animale di essere libero. M49 deve poter tornare a casa, dove casa sta a significare il suo habitat, cioè il bosco, la libertà. L’uomo ha invaso il suo territorio per poi imprigionarlo. M49 è figlio di una reintroduzione dove orsi liberi sono stati riportati in Trentino dalla Slovenia. Che diritto ha l’uomo di rinchiudere un animale che di suo è per definizione libero? M49 non proviene né da un circo, né da qualsiasi altra condizione di prigionia, proviene dalla libertà, dalla necessità di vivere nel suo habitat. Un orso è un’opera d’arte della natura e come tale deve vivere in un museo, il museo è il bosco. Quando si ama veramente la natura e i suoi abitanti, si stringe un silenzioso patto di dignità, un patto che prevede un profondo rispetto e la corretta conoscenza anche di ogni singolo stelo d’erba. Situazioni come i lockdown forzati, cui l’uomo è stato sottoposto negli ultimi due anni, hanno ulteriormente fatto comprendere quanto la libertà di azione e movimento siano importanti. Ma a nulla tutto ciò serve se si arriva a rinchiudere un orso nato libero. Tenere un orso chiuso in gabbia rende noi schiavi dell’ignoranza e di una paura ingiustificata. E a quel punto è l’uomo a perdere la sua dignità personale. La natura è una guida armoniosa, prudente e giusta. L’orso M49 deve poter tornare a casa proprio come il tricheco Wally che ci insegna quanto sia importante rientrare nel proprio habitat naturale.

Non è raro comunque che accanto ad episodi vergognosi come quelli di M49 si affianchino episodi di storie esemplari in cui l’uomo riesce a distinguersi per dignità ed empatia nei confronti degli animali.

Little white and little gray, un aiuto dall’uomo

È la vicenda di due cetacei beluga, chiamati Little White e Little Gray e della loro prolungata permanenza in uno zoo di Shangai, dopo la cattura al largo delle coste della Russia, nel 2011, quando erano ancora cuccioli. Questi meravigliosi cetacei, appartenenti alla famiglia dei Monodontidi, come tutti gli animali non hanno il dono della parola, ma l’hanno i loro addestratori che, dopo anni di permanenza dei beluga in una vasca dello zoo di Shangai, hanno capito quanto fosse di vitale importanza il loro ritorno nelle acque di origine e si sono dati da fare; la dignità dei beluga non doveva essere motivo di spettacolo per turisti affamati di selfie. Riportare i beluga a casa era il sogno dei loro addestratori. Ma si trattava di un percorso pieno di insidie.

Little white e little gray | © Sea Life Trust

Dopo anni di progettazione del trasferimento che prevedeva il trasporto su un apposito aereo oltre a una serie di procedure e a un congruo finanziamento, il piano è saltato. Ma la libertà dei beluga era troppo importante. Un successivo tentativo fortunatamente ha avuto buon esito. Grazie all’organizzazione Sea Life Trust, dopo il faticoso iter di un anno intero, i due cetacei sono finalmente tornati in mare. Il grande giorno, così è stato definito dagli addestratori, è arrivato. Dalla cattività in Cina alla libertà in Islanda. Rilasciati improvvisamente in acque libere dopo essere vissuti troppo tempo in cattività, i due beluga avrebbero però corso il rischio di morire. È stato quindi necessario provvedere ad irrobustirli, dato che per nuotare in acque più fredde occorreva un più corposo strato di grasso a loro maggior protezione.

Durante la fase di preparazione verso la libertà, gli addestratori hanno dovuto creare forti correnti d’acqua nelle piscine dove i beluga erano vissuti per anni, in quanto nelle acque dell’Islanda sarebbero stati soggetti a correnti naturali totalmente inesistenti nelle vasche degli spettacoli. Per riadattarsi alla libertà hanno quindi trascorso un anno in una piscina di quarantena per abituarsi gradualmente alle temperature della loro nuova casa, l’Oceano. Un ammirevole esempio da parte dell’uomo per promuovere e salvaguardare il diritto di tornare a casa.

Zugunruhe

In natura lo spostamento di un singolo animale ha un profondo significato, la stessa migrazione è un ritorno a casa. Gli animali si spostano per trovare condizioni più favorevoli per la riproduzione, la ricerca del cibo. Questo è il significato di casa. Zugunruhe è un termine tedesco composto da due parole Zug (movimento) e Unruhe (ansia), traducibile come “ansia migratoria”. La Zugunruhe è un comportamento irrequieto, ben visibile quando si tiene in gabbia un uccello migratore che dovrebbe essere in viaggio; costretto a sbattere le ali contro le pareti, tenterà di volare seguendo istintivamente la rotta di casa. Un orso che percorre compulsivamente avanti e indietro l’angusto spazio all’interno di una gabbia ha la propria Zugunruhe annientata, così come un salmone allevato in vasca. Zugunruhe è il richiamo dell’animale verso un luogo remoto, inseguendo un odore nel vento, una stella nel cielo, una sorta di richiamo della foresta. È un messaggio ancestrale che induce i propri simili a spiccare il volo e a radunarsi. Che sia una sterna artica, una tartaruga che torna sulla spiaggia da cui è partita, la Zugunruhe è insita nell’animale e in ognuno di noi. Dar adito a questo richiamo sia per gli animali che per l’uomo è vitale. Nel caso delle tartarughe, ad esempio, il ritorno verso la spiaggia d’origine è un percorso pieno di ostacoli e rischi eppure è l’unico posto dove le tartarughe sono sicure di trovare tutti i comfort del caso, sabbia soffice e pochi predatori. Ognuno ha la propria Zugunruhe, il tricheco Wally, l’orso M49 e i beluga rinchiusi nelle vasche. Ascoltare e sentire quel richiamo è per l’uomo un privilegio, soprattutto quando presi da mille futilità si perde la capacità di ascoltare ogni voce interna e il richiamo alla libertà.

© Chiara Baù

Seduta sul poggiolo della baita in montagna dove sono cresciuta, ascolto la mia Zugunruhe che mi porta nel luogo dove la semplicità e la natura incontaminata riempiono ogni angolo della mente, dove poter spaziare con lo sguardo oltre il confine delle montagne e ripensare alla prigionia di M49, l’orso che ha molto più diritto di me di vagabondare libero nelle foreste e di ritornare nella sua casa d’origine.

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3 pensieri su “Il diritto di tornare a casa

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