Cronache artiche. La notte polare: il suo buio e la sua luce

I miei viaggi nordici, di solito, li faccio a fine estate. Due anni fa, però, sono riuscita a passare un po’di tempo nella Lapponia finlandese a metà gennaio: durante quella che – in modo molto approssimativo – alle nostre latitudini viene definita Notte Polare.

A differenza della maggior parte delle persone che viaggiano nell’Artico in inverno, non ero partita con l’idea di andare a caccia di aurore boreali ma con la convinzione (questo, sì) che il filo conduttore del mio viaggio sarebbe stato l’impatto con il buio. Un incontro che di fatto c’è stato ma che si è sviluppato in modo molto diverso da ciò che mi aspettavo.

Lapponia Finlandese | © Martina Fragale
Notte Polare reale e falsi miti. C’è buio e buio

Quando si ha a che fare con realtà molto lontane dalla nostra, capita spesso di cadere vittime di un diffuso errore cognitivo.

Ne parla anche Hans Rosling nel suo libro “Factfulness”. Abbiamo la tendenza a guardare alle realtà lontane come se le monitorassimo dall’alto: ricavandone una visione appiattita, come se al loro interno tutto fosse uguale e privo di sfumature. Questo capita spesso anche quando si parla di Notte Polare: il periodo di tempo in cui il sole rimane costantemente sotto la linea dell’orizzonte. L’errore sta tutto in un’equazione che si tende a dare per scontata, ovvero Notte Polare = buio.
In realtà, esistono diverse declinazioni di buio e diverse Notti Polari, scandite principalmente dalla latitudine.

Isole Svarbard | © Bublik Polina

Partendo dalle latitudini più a Nord, cioè dai Poli, dai 18 gradi in su sopra il Circolo Polare Artico, durante la Notte Polare Astronomica si registrano effettivamente 24 ore di buio completo per tre mesi all’anno.

Scendendo più a Sud, dai 12° gradi in su oltre il Circolo, si ha la Notte Polare Nautica: il sole viaggia sotto la linea dell’orizzonte dai 12° ai 18°, diffondendo un debole chiarore (il crepuscolo astronomico) appena percepibile intorno a mezzogiorno.
Dai 6° in su oltre il Circolo, il sole rimane tra 6° e 12° sotto l’orizzonte e si registra la Notte Polare Civile. All’altezza delle Isole Svalbard, per esempio, verso mezzogiorno sarà visibile una luminosità più diffusa e meno diafana: il crepuscolo nautico.

Nella fascia più a Sud delle terre artiche, tra i 66°33’del Circolo Polare e i 72°33,’ il sole, per un lasso di tempo che varia a seconda della latitudine, si mantiene costantemente sotto la linea dell’orizzonte per un massimo di 6°.

È il Crepuscolo Polare: il disco solare rimane invisibile ma la sua luce continua a irradiarsi dando origine a una sorta di lungo crepuscolo che si alterna con le ore di buio vero e proprio. All’interno di questa flebile fascia diurna, esiste poi un’intera gamma di sfumature luminose differenti. Fino al finis terrae con il buio notturno: la famosa “ora blu”. Una porzione di tempo in cui il paesaggio si tinge di una misteriosa luce azzurra che sembra sorgere dalla terra.

L’ora blu, Ivalo | © Martina Fragale
L’impatto della neve sul buio

Quando scendo dall’aereo, il mio primo impatto invernale con Ivalo non è con il buio, ma avviene proprio all’insegna dell’“ora blu”. Una luminosità contenuta ma pervasiva, quasi una fluorescenza amplificata dalla neve che sembra sfumare i contorni delle cose. Ivalo si trova a 68°40’, appena due gradi sopra il Circolo: rientra quindi nella fascia del Crepuscolo Polare.

Kaamos (in Finlandia, la Notte Polare viene chiamata così) qui dura 36 giorni. Me ne parla un amico di Ivalo, che mi racconta come la presenza del sole declini gradualmente: dal 13 novembre, il disco solare è visibile a Ivalo solo per tre ore al giorno. Poi, a partire dal 4 dicembre fino al 9 gennaio, il sole diventa invisibile. Non la sua luce, però. Il lungo crepuscolo delle ore diurne sgrana un caleidoscopio di colori che vanno dal rosa dell’aurora al rame ambrato del tramonto. Ma anche la notte ha le sue luci, quando il cielo non è nuvoloso: se il disco solare è invisibile, infatti, la Luna continua a viaggiare nel cielo seguendo i suoi ritmi e l’aurora boreale disegna lunghe pennellate verde smeraldo.

Aurora boreale

C’è poi una variabile di cui tener conto. Un elemento di cui non avevo considerato l’impatto in termini di luminosità, cioè la neve.

Me ne parla Piritta, un’insegnante di yoga di Helsinki che si è trasferita a Kuusamo. “Tempo fa, ho conosciuto un italiano che è venuto qui nel mese di ottobre e ci è rimasto malissimo” mi racconta “Chi viene dal Sud pensa che qui, il periodo di buio coincida con la Notte Polare. In realtà non è del tutto vero. La differenza, la fa soprattutto la neve. A ottobre, per esempio, il disco solare è ancora visibile eppure per noi quello è il ‘mese della terra buia’. La terra è spoglia perché non ci sono più né erba né foglie e la neve non è ancora arrivata. Tutto sembra scurissimo, e anche se il sole c’è ancora, quei giorni sono i più deprimenti. Li viviamo in un’atmosfera di attesa, aspettando che la neve riporti la luce.”

A Nord di Ivalo | © Martina Fragale
Il dark side della Notte Polare

La luce, appunto. Nella sua assenza e al tempo stesso nella sua presenza sotto mentite spoglie, paradossalmente è la luce la grande protagonista della Notte Polare. Me ne ero già resa conto per deduzione durante i miei viaggi estivi. Per quanto piccola sia una città lappone, i negozi che vendono lampade e lampadari saranno proporzionalmente più numerosi rispetto a tutti gli altri esercizi commerciali. Un’eccedenza clamorosa che, subito dopo i negozi di lampade, vede al secondo posto i negozi di fiori e piante.

L’ho notato per le strade di Ivalo e di Kemi, nel Nord della Finlandia, nei reparti di diversi supermercati della Lapponia svedese ma anche più a sud. Così come una passeggiata serale estiva per le vie di Nuuk – in Groenlandia – o nel nord della Norvegia mi ha spesso regalato piccoli squarci domestici che parlavano da soli: interni praticamente gremiti di lampade di tutti i tipi, e di fiori. Un vero e proprio esorcismo contro il buio e i suoi effetti.

Morokkajarvi, Finlandia | © Martina Fragale

Secondo la letteratura più diffusa, infatti, il lato oscuro della Notte Polare sul piano psicofisico è il Disturbo Affettivo Stagionale (SAD) teorizzato da Norman Rosenthal negli anni Ottanta. Sul fenomeno, in realtà, esistono anche oggi chiavi di lettura diverse e alcuni studiosi relegano il disturbo nel campo della mitologia psichiatrica. Esistono tuttavia alcuni elementi oggettivi, che hanno a che vedere con il ridotto apporto di vitamina D – sintetizzata principalmente a partire dall’esposizione ai raggi solari – e con l’incremento della produzione di melatonina, il cosiddetto ormone del sonno che rappresenta il complemento e il logico contraltare dell’ormone del buonumore, la serotonina. La produzione della melatonina si attiva col buio, mentre il rilascio di serotonina viene attivato dalla luce solare.

Tutti fattori che, almeno in parte, spiegano l’aumento della sonnolenza e i sintomi depressivi del cosiddetto winter blues.

Le cure più diffuse, sono in parte la terapia farmacologica (con integratori a base di vitamina D) ma soprattutto la fototerapia, praticata con lampade di potenza superiore rispetto a quelle comuni. A Nuuk, René, un amico groenlandese, mi aveva già accennato qualche anno fa a questo tipo di terapia – praticata, mi dice, anche in ospedale – che conosceva però solo per sentito dire.

In Finlandia, un amico mi dice di soffrire di una sintomatologia blandamente simile a quella della SAD nel mese di febbraio, quando – paradossalmente – la luce solare ha già iniziato a tornare ma si soffre a posteriori del cumulo di ore di buio che si hanno alle spalle. Il buio pesa. E non coincide necessariamente con la Notte Polare: nel Nord della Finlandia, secondo la percezione di molti, il mese più duro è quello che precede l’arrivo della neve. Ottobre, quindi: il “mese della terra buia” di cui mi parlava Piritta.

Ora blu a Longyearbyen, Isole Svalbard | © Bjørn Christian Tørrissen – CC SA 3.0
Comunque la si voglia collocare all’interno dell’anno, la SAD è comunque un problema circoscritto a chi vive la Notte Polare come un fattore di quotidianità. Diverso è il discorso per chi, come me, è solo di passaggio. Questo non significa, tuttavia, che l’impatto del buio non si senta. Anzi. Personalmente, conoscendo gli effetti della melatonina, ho sperimentato in modo molto concreto il suo incremento naturale durante la mia permanenza a Ivalo. Non ho dormito di più ma ho sognato di più e l’impressione è stata quella di vivere un tipo di sonno qualitativamente diverso. Più spesso. Più profondo e continuativo. Lo stesso che viene regolato assumendo artificialmente melatonina.

Il buio e noi

La realtà cambia a seconda del punto di vista da cui la si guarda. La stessa cosa vale per quanto riguarda la percezione della Notte Polare. Pensandola dalle nostre latitudini, abbiamo una visione molto più estrema sia della sua oscurità che del suo impatto emotivo. La percezione dell’incidenza – ma soprattutto della gravità – della SAD su al Nord è molto più estrema considerata dall’esterno. La maggior parte delle persone che ho conosciuto sul posto, ne ha minimizzato la portata manifestando anche un certo stupore all’idea che da noi se ne parlasse tanto.

Sul legame tra depressione e latitudine esistono dubbi concreti anche all’interno della comunità scientifica: diversi studi in Norvegia e in Islanda, hanno rilevato una scarsa incidenza del disturbo. Parallelamente, altri studi – come quelli Anthony Levitt in Ontario – sembrano addirittura suggerire che alcune forme di SAD siano più frequenti tra le popolazioni che vivono a latitudini meridionali.

Al di là della diffusione della SAD, inoltre, per chi vive al Nord, la Notte Polare ha un intero spettro di valenze aggiuntive. È per esempio considerata la stagione degli amori. Aimo, un amico finlandese, mi ha riferito un detto popolare che suona più o meno così: “L’estate è fatta per pescare e fare l’amore. In inverno… non si pesca.

Il sottointeso è piuttosto ovvio. Robert Peroni, in Groenlandia, mi ha invece detto che per gli Inuit il cosiddetto “bel tempo” non è quello soleggiato dell’estate, ma la stagione invernale. Per il semplice fatto che quando la superficie del mare e dei laghi è ghiacciata, è più semplice andare a caccia per procacciarsi cibo e viaggiare. Questo, peraltro, è un aspetto che riguarda tutto il Nord. La Notte Polare non è la stagione del buio totale ma è la stagione del ghiaccio. E sul ghiaccio, paradossalmente, è più semplice spostarsi. Basti pensare alla Finlandia, un Paese frammentato in terre e laghi, che in inverno si trasformano in un’unica pista facilmente attraversabile in motoslitta.

Notte polare a Svalbard | © Marcela Cardenas

Su al Nord, peraltro, il periodo della Notte Polare coincide anche con il picco della stagione turistica e con l’arrivo dei “cacciatori di aurore”, con conseguente intensificazione degli scambi internazionali. In ultima analisi, nei mesi invernali il Nord è tutto meno che solitario, buio e ovattato.

Ma allora, perché – per noi che viviamo a Sud – la percezione della Notte Polare punta così tanto sulla sua identificazione con il buio? Per motivi che hanno strettamente a che vedere con la nostra cultura, che non è una cultura della luce ma una cultura dell’illuminazione. Artificiale.

Il buio è uno degli aspetti più demonizzati e rimossi dalla società in cui viviamo che è – nella sostanza – una società istericamente diurna. Basti considerare l’incremento dell’inquinamento luminoso, un fenomeno sempre più in crescita secondo i dati.

Ma l’inquinamento luminoso è in realtà solo la punta dell’iceberg. Nel 1933, Jun’ichirō Tanizaki scriveva il suo bellissimo “Libro d’ombra” criticando la diffusione dell’illuminazione occidentale in Giappone e rivendicando, appunto, il diritto alla propria porzione vitale di oscurità: “C’è forse, in noi Orientali, un’inclinazione naturale ad accettare i limiti, e le circostanze della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza alcuna repulsione. La luce è debole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano e scopriamo la loro bellezza. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo il mito di una chiarità che snidasse fino all’ultima particella d’ombra”.

Una tematica che, neanche troppo alla lontana, anticipa le riflessioni di Philippe Ariès, che in “Storia della morte in Occidente” parlò di un’altra rimozione forzata: quella della morte, prima condivisa e accettata come parte integrante della vita e oggi ostracizzata e confinata nell’invisibile anonimato dei reparti ospedalieri. D’altra parte, la morte è la gemella siamese del buio. Per tutti questi motivi, per noi che veniamo da Sud la Notte Polare è un potente faccia a faccia con l’oscurità: quella che manca alle nostre latitudini. Il buio che ci spaventa, che ci annichilisce ma che è così vitale come controparte della luce. Quello senza cui è impossibile vedere le stelle.

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