Quello strano vizio delle orche iberiche

Tra la Galizia, il Portogallo e le Canarie una piccola popolazione di orche da un paio di anni prende di mira le barche a vela, causando danni e addirittura affondamenti. Da gennaio, però, gli attacchi si sono intensificati. Un filmato diffuso dalla BBC mostra delle orche adulte istruire i piccoli nella pratica di questo sport. Non è chiaro cosa le spinga ad attaccare le barche. Di certo viene subito in mente, almeno a chi l’ha letto, Il Quinto Giorno, romanzo scientifico-profetico di Frank Schätzing, in cui la vita marina si ribella all’invasore umano. Il mondo scientifico frena il melodramma.

© Fjørd.su 2015
Attacchi storicamente poco frequenti

Nella storia della marineria gli attacchi alle imbarcazioni da parte di orche e balene sono rarissimi. L’episodio più famoso è sicuramente l’affondamento dell’Essex, nave baleniera di Nantucket, colata a picco nel 1820 dalle testate di un capodoglio al largo del Cile. Il fatto drammatico ispirò Melville per il suo Moby Dick.

Giorni dopo, la scialuppa dei superstiti viene di nuovo attaccata, stavolta da un’altra specie di cetaceo, un’orca, e spaccata in due. Per rintracciare un altro episodio altrettanto famoso per risonanza mediatica, dobbiamo aspettare circa duecento anni. Verso la seconda metà del ‘900, con il boom della navigazione da diporto, s’intensificano le testimonianze di velisti che raccontano soprattutto di balene ‘innamorate’ del loro scafo, con conseguenze più o meno serie. Mentre gli incidenti con le orche sembrano rarissimi. Quello più noto e ben documentato risale al 1971, quando la Lucette, un piccolo due alberi di 13 metri in navigazione dalle Galapagos verso le Marchesi, viene attaccato da tre orche che riescono a spezzare la chiglia, affondando l’imbarcazione.

I superstiti passeranno 37 giorni nel Pacifico prima di essere recuperati. Ad una delle orche non andrà meglio:

“La più grande delle tre sanguinava copiosamente testa. Cose le aveva spinte a farlo?”

si domanderà davanti alle telecamere della BBC un anziano Douglas Robertson, diciottenne all’epoca dei fatti. 49 anni dopo l’incidente della Lucette nell’Oceano Pacifico, la guardia costiera di Barbate, sulla costa atlantica del sud della Spagna, riceve una richiesta di soccorso piuttosto strana. Così strana che l’operatore è costretto a chiedere conferma di ciò che ha ascoltato:

“Mi sta dicendo che delle orche la stanno attaccando?”

È il pomeriggio del 29 luglio 2020 e Victoria Morris, skipper e biologa marina neozelandese, non crede ai suoi occhi. Ben nove orche circondano la sua barca a vela. È felicissima, pensa sia un regalo del mare. Si fida della loro natura giocosa e amichevole. Pochi secondi dopo attaccano la sua imbarcazione di 13 metri.

“Sembrava un’azione perfettamente concertata”.

Gruppo di orche insegue una imbarcazione | Spagna | © MITMA
Le orche cominciano a colpire lo scafo e il timone, la barca sbanda e poi ruota di 180°. Volano pezzi da tutte le parti e Victoria è sbatacchiata in giro per il pozzetto, procurandosi serie contusioni. Non governa più, il timone è andato. Victoria, sottocoperta, lancia l’allarme e prende la sua sacca con il kit di sopravvivenza. Sente le orche fischiare e colpire duramente la chiglia. Capisce che può affondare da un momento all’altro ed è pronta ad attivare la scialuppa. Non affonderà, ma l’attacco durerà novanta lunghissimi minuti. Il tempo impiegato dalla guardia costiera per raggiungerla e trainarla in porto. Quella di Victoria Morris è solo la prima di una lunga serie di richieste di soccorso. E non è il primo incidente. La notizia corre e si scopre che la sera prima le orche avevano attaccato un’altra barca a vela ed una da pesca, ma senza conseguenze, mentre una settimana prima uno skipper spagnolo, sempre nella stessa area, si era slogato una spalla nel cercare di controllare il timone sotto i colpi dei cetacei. Tra Spagna, Portogallo, stretto di Gibilterra, costa marocchina e le isole Canarie, gli attacchi documentati nel 2020 saranno 49, in alcuni casi con danni seri. Nel 2021 salgono a 197 e a 205 nel 2022. Il 4 maggio del 2023 lo schema d’attacco al Lucette si ripete identico. Due orche più giovani prendono di mira il timone mentre l’adulta colpisce ripetutamente la fiancata della Champagne, barca a vela con bandiera elvetica. I colpi, soprattutto al timone, aprono una falla e l’equipaggio lancia l’allarme. Interviene immediatamente in soccorso la guardia costiera spagnola ma il danno è grave, la Champagne affonda in porto a Barbate.

Orcinus orca o killer whale?

Balena assassina, il nome comune scelto dagli anglosassoni, è nato probabilmente dall’osservazione del loro comportamento con le prede naturali. Gli attacchi delle orche sono coordinati, creativi. Spietati. In un episodio di Frozen Planet, ennesima serie di David Attenborough per BBC, si può osservare un gruppo di orche coordinarsi per creare un’ondata in grado di sormontare una lastra di ghiaccio allo scopo di spazzare via una foca. Per poi accoglierla con denti e rostri dal lato opposto. Questo è forse il più spettacolare tra gli stratagemmi inventati dalle orche per le loro incursioni. Sui loro attacchi ai cuccioli di foca e di balena, orchestrati con azioni diversive per contenere le reazioni degli adulti, le immagini nei documentari abbondano. Riguardo all’umano, gli unici attacchi con conseguenze gravi o mortali si sono verificati solo nei Seaquarium.

Orche a caccia di foche | © Callan Carpenter | Wikimedia Commons
Se cerchiamo invece testimonianze di attacchi inferti ad esseri umani da orche in libertà, il più grave tra quelli pienamente verificati si è risolto con la sopravvivenza della vittima, anche se con un centinaio di punti di sutura. Una goccia nell’oceano, se paragoniamo l’orca a qualsiasi altro predatore marino per agilità, dimensioni, potenza. E intelligenza. A differenza degli squali le orche sanno distinguere un surfista, o un nuotatore, da una foca. Le loro comunità sono matriarcali e ogni subpopolazione ha sviluppato una cultura ed un linguaggio propri. Una di queste subpopolazioni in particolare è ritenuta responsabile degli attacchi alle barche. Si tratta dell’Orca iberica, una comunità di orche protetta e in via di estinzione. Ne fanno parte al massimo una sessantina di esemplari, ma sono circa sedici gli individui, tra maschi, femmine, cuccioli e adulti, a condurre gli attacchi.

Il mondo scientifico è incredulo

La continuità degli attacchi è un fenomeno difficile da coniugare con l’odontoceto Orcinus orca, una specie particolarmente intelligente. Ai ricercatori non resta che rastrellare dati per capire questo strano comportamento e per dare indicazioni sulla sicurezza in mare. Secondo i dati analizzati da Atlantic Orca Working Group – GTOA, le orche sembrano prediligere barche a vela mediamente di tredici metri. Rari i casi di attacchi ad imbarcazioni a motore, tranne che nell’Algarve, dove ad essere presi di mira sono più spesso i gommoni a chiglia rigida. Gli attacchi durano mediamente meno di mezz’ora con un massimo di 90 minuti. Le orche sembrano prendere di mira soprattutto i timoni. Nel 20% dei casi vengono riscontrati danni. Tre i casi di affondamento, ma mai conseguenze gravi per gli equipaggi. Il colore dello scafo, secondo l’organizzazione, sembra essere ininfluente. Atlantic Orca Working Group ha anche raccolto i dati durante una regata tenutasi in Galizia, al nord della Spagna, gara svoltasi nell’arco di un mese. Su più di 90 imbarcazioni partecipanti 4 sono state attaccate e solo una ha riportato gravi danni. Dalle testimonianze sembra che le orche desistano più facilmente dall’attaccare le barche che si fermano, ma la percentuale di scarto con quelle che continuano a navigare è irrisoria (+4%). Leggermente più elevato è lo scarto percentuale sui danni riportati dalle barche che non si fermano (+7%)

Conseguenze delle interazioni basate sul comportamento delle navi | © Atlantic Orca Working Group

In alcuni attacchi alle imbarcazioni, le orche si feriscono. Resta la domanda, ancora senza risposta di Douglas Robertson: “Cosa le spinge a farlo?”.

La Teoria Moby Dick e dell’orca rovesciata

Secondo alcuni esperti potrebbe trattarsi della conseguenza di un trauma subito da una certa Gladis Blanca, la capobanda, da parte di un’imbarcazione. Sembra sia stata lei a trasmettere l’atteggiamento al resto del branco. Un’ipotesi del genere non può non stimolare l’immaginazione di giornalisti, scrittori e ambientalisti che si aspettano una risposta eclatante del mare alle nostre azioni. I più consapevoli sanno che l’ambiente sta già rispondendo alle nostre aggressioni ma l’immagine di un’orca che si vendica è senz’altro degna di un romanzo di Melville o di Sepúlveda: incarna il nostro bisogno di un irriducibile antieroe a difesa degli ecosistemi. Più ampio è invece lo sguardo di Frank Schätzing, che vede una sorta di intelligenza collettiva in cima al concerto di attacchi contro gli umani. Ad alimentare dubbi e teorie, le caratteristiche delle imbarcazioni attaccate. Alcuni suggeriscono che le orche attacchino più volentieri le imbarcazioni che riflettono le loro forme e dimensioni. Una barca a vela può sembrare un’orca rovesciata. Può un animale tanto intelligente commettere un errore così grossolano?

Orche | © Espen Bergersen | naturepl.com
Uno strano passatempo

C’è forse di mezzo l’irrefrenabile tendenza dei mammiferi al gioco. Non sarebbe aggressività, ma sport di squadra, allenamento. Altri esperti indovinano in questo atteggiamento una sorta di capriccio, di moda passeggera. Secondo la lettera aperta firmata da trenta scienziati è molto probabile che questi comportamenti siano parte di una nuova abitudine che si è diffusa nella comunità delle orche iberiche.

“La scienza non può ancora spiegare perché le orche iberiche stiano facendo questo, anche se ripetiamo che è più probabilmente legato al gioco / socializzazione che all’aggressività. Tuttavia, è infondato e potenzialmente dannoso per gli animali affermare che è per vendetta per torti passati o per promuovere qualche altra trama melodrammatica.”

La stessa lettera, destinata ai media e firmata da trenta biologi marini di fama mondiale, conclude così:

“Quando siamo in mare, siamo nel regno della vita marina. Non dobbiamo punire la fauna selvatica perché è selvaggia. Dobbiamo mantenere il sangue freddo quando gli animali selvatici mostrano comportamenti inediti e dobbiamo impegnarci maggiormente per adattare le nostre azioni e i nostri comportamenti alla presenza della fauna selvatica”.

Siamo noi gli intrusi, dunque. Nel tentativo di adattarli alle nostre esigenze abbiamo alterato: il clima, la flora, ed i comportamenti della fauna selvatica. Ora tocca a noi adattarci ai cambiamenti che abbiamo imposto al pianeta, come per esempio il clima. Sempre che ci siano ancora orecchie pronte ad ascoltare il messaggio. Nel frattempo, qualcuno ha deciso di aprire il fuoco contro una comunità già ridotta al lumicino, parte di una specie che non ha mai ucciso un essere umano. Mai in mare, solo in prigione.

 

   Facebook  Twitter  YouTube Linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *