Cronache artiche. Un cacciatore di orsi nella Finlandia del Nord

L’arte del tiro con l’arco

«Prima di tutto, fissa la freccia sulla corda dell’arco. Poi prendi la mira.»

Katja e Keke mi fanno segno di rallentare i gesti e di fare tutto con la dovuta calma. È già il secondo tentativo di tiro che faccio: il primo è andato a vuoto e la freccia, oltre che il bersaglio, ha mancato anche l’albero. Per fortuna Keke ha messo al sicuro i cani, altrimenti avrei l’ansia di trafiggergliene uno per sbaglio.
«No, non così. Devi tenere l’arco alla tua destra, non davanti a te. E poi, su col mento! Mai tenere lo sguardo basso: prendi la mira a testa alta, come se fossi una principessa. Il braccio, tienilo morbido e tendi la corda con un gesto ampio, bello. Poi, scocca la freccia.»

Orso bruno | Lapponia finlandese

Il gesto deve essere bello. Improvvisamente, capisco cosa intende Katja e immagino di pizzicare le corde di un’arpa. La freccia parte, dritta e precisa e va a colpire esattamente il centro del bersaglio. Katja e Keke applaudono felici e io li abbraccio e rido senza ritegno. Non ho imparato a fare centro, no: il mio è solo un piccolo passo avanti nell’apprendistato di un’arte – il tiro con l’arco – che qui a Sevettijärvi, la terra dei Sami Skolt, nel cuore della Lapponia finlandese, si insegna a scuola.
Chiedo a Keke – è lui il cacciatore – se in Finlandia l’arco viene ancora usato per cacciare. Altroché, mi rispondono all’unisono lui e Katja. Lo si usa per cacciare le volpi, gli uccelli, diversi tipi di roditori e di cervidi, tra cui le renne selvatiche.

«E gli orsi?»

Keke scoppia a ridere. No, per gli orsi ci vuole il fucile. E non solo. Rimane in silenzio e guarda verso la foresta. Posso solo immaginare tutti i ricordi che devono passargli per la mente: non è un semplice cacciatore di orsi. È un cercatore, abituato a tuffarsi a piene mani nel silenzio verdissimo dei boschi finlandesi. Dove – me l’hanno già detto in tanti – mentre cammini puoi star sicuro che, nascosto da qualche parte, un orso, a tua insaputa, ti starà di certo guardando.

Seguire le orme. Keke Kyllonen, un cacciatore di orsi nel Nord della Finlandia

Ha gli occhi blu scuro, Keke. Il colore è quello dei laghi, che nel Nord della Finlandia sembrano spuntare un po’ ovunque. È sui laghi che si vive ed è dai laghi che si migra. Keke lo ha fatto quando, dopo anni spesi a girare la Finlandia come chirurgo, è tornato sulle sponde del “suo” lago: quello di Inari. Da cui, poi, è partito di nuovo per insediarsi a Sevettijärvi, sulle rive del lago dove vive Katja, la sua compagna. Anche qui, ad appena trentacinque chilometri dal confine con la Norvegia, Keke caccia gli orsi ma il teatro della maggior parte dei suoi incontri con l’orso bruno sono soprattutto le foreste del suo paese natale, Nellim, al confine con la Russia. Su quella politicamente tormentata, sofferta, ma bellissima frontiera orientale da dove proviene circa l’85% degli orsi cacciati in Finlandia.

Lago nei dintorni di Sevettijärvi | Lapponia finlandese | © Martina Fragale

«Il mio primo orso l’ho cacciato a sedic i anni sul confine orientale», mi conferma Keke «insieme a mio padre e al mio fratello maggiore. È mio padre che mi ha insegnato a cacciare con i cani.» Accarezza Mese, un adorabile cucciolo di pastore australiano che lo segue come se fosse un’ombra. Intuisco che i cani, nella caccia all’orso, devono svolgere un ruolo importante. Keke non mi lascia nemmeno il tempo di formulare la mia domanda. «Non è facile trovare qualcuno che non vuole essere trovato. A volte, sono i corvi a segnalarmi la presenza di un orso. Se li sento gracchiare, in stormo, capisco che stanno sorvolando la carcassa di un animale che potrebbe essere stato ucciso da un orso. È il cane, però, il mio principale aiutante: è lui che, nella stragrande maggioranza dei casi scova l’orso seguendone le impronte.»

E immagino che lo faccia di corsa. Non deve essere facile stargli dietro, obietto.

Keke sorride. «Oggi è semplice: il cane – quasi sempre un cane da orsi della Carelia – ha un localizzatore GPS sul collare. Quindi, di fatto, posso tranquillamente seguirlo passo dopo passo dal mio cellulare.»

Già. Capita spesso di sposare, anche senza volerlo, facili clichés che ci portano a immaginare popolazioni fortemente legate alla tradizione, tipo i Sami, come se vivessero in una sorta di impenetrabile bolla spazio-temporale. Invece no. In Lapponia, la tradizione è qualcosa di favolosamente ibrido e poroso. Permeabilissima, soprattutto, alle innovazioni tecnologiche. Anche i pastori di renne utilizzano comunemente il GPS e monitorano le loro mandrie grazie all’uso del cellulare: cosa che, unita all’utilizzo delle motoslitte, permette anche a chi mantiene vivo questo ramo della tradizione di farlo senza dover per forza abbracciare uno stile di vita nomade come in passato.

In fondo non mi stupisce che anche i cacciatori seguano gli stessi metodi. La realtà, però, è meravigliosamente complessa e le moderne forme di monitoraggio convivono con metodi più antichi. Come l’arte di riconoscere – visivamente ma anche sul piano olfattivo e intuitivo – le orme delle proprie prede. Qualche giorno fa, per esempio, Keke era preoccupatissimo. Suo figlio, che era andato a caccia sul confine russo con due amici di Rovaniemi, non dava notizie da due giorni. «Da quelle parti è facile perderti, se non conosci i sentieri. Se domani continua a non rispondermi al telefono, gli sguinzaglio dietro mio padre. Ha più di novant’anni ma dovresti vederlo: quando si tratta di seguire le tracce è come un indiano.» Il figlio di Keke era venuto direttamente a trovarlo il giorno dopo, sano e salvo, e al “nonno indiano” era stata risparmiata la fatica di seguirne le tracce. Ci ripenso mentre Keke mi spiega la strategia che fa da filo rosso alle sue battute di caccia.

«In Finlandia, la caccia è strettamente regolamentata. Per gli orsi, per esempio, è possibile ucciderne solo una quota che viene stabilita di anno in anno: per il 2023, per esempio, la quota è di 180 individui. Anche la durata della stagione di caccia è regolamentata in modo preciso: va dal 20 agosto fino a quando non è stata esaurita la quota di orsi stabilita. E ad ogni modo, anche se la quota non è stata raggiunta, entro la mezzanotte del 31 ottobre ogni cacciatore deve obbligatoriamente deporre le armi. Prima che gli orsi vadano in letargo. Capirai, quindi, che in un lasso di tempo così limitato (due mesi appena) il segreto sta nello studiare il terreno prima che inizi la stagione di caccia. Uno dei metodi che seguo di più consiste proprio nell’osservazione dei sentieri. Da fine agosto, l’attività principale degli orsi è nutrirsi per accumulare lo strato di grasso necessario per superare l’inverno. Sul terreno, finiscono per crearsi dei solchi evidenti, che seguono i percorsi abitudinari dell’orso: dal luogo di alimentazione mattutino fino al luogo di riposo diurno e poi verso la zona di procacciamento del cibo serale. Seguo le tracce, studio i loro percorsi e quando arriva la stagione di caccia, cerco di raggiungere la mia preda poco prima del crepuscolo. L’attenzione, durante il percorso, è duplice: devo tenere d’occhio le orme ma devo anche rigorosamente muovermi sottovento, cercando di seguire ogni minimo cambiamento delle correnti d’aria per evitare che il vento porti all’orso il mio odore. Un altro metodo – una volta studiato il terreno – consiste nel liberare direttamente il cane su una pista fresca. A volte, l’orso interagisce con il cane e il cacciatore può cercare di prendere la mira e tirare ma, nella maggior parte dei casi, la preda scappa non appena sente abbaiare. Bisogna essere davvero abili.»

«Tendenzialmente vai a caccia di orsi da solo. Non hai mai paura?» gli chiedo.

«Non ho mai paura, quando sono in mezzo alla natura. È il mio habitat. Mi basta avere un cane con me e mi sento al sicuro.»

Caccia all’orso e sostenibilità: è davvero un aut aut?

Proprio nei giorni in cui intervisto Keke, in Italia l’orsa Amarena viene uccisa dal proprietario del pollaio in cui si è intrufolata. Ripensando agli ultimi incidenti italiani da quassù– dall’incontro con un runner in Val di Sole alla morte dell’orso Juan Carrito, investito da un’auto – il problema di base del nostro Paese mi sembra fin troppo evidente. Spazi naturali non urbanizzati troppo ristretti e mancanza di politiche adeguate.

«L’obiettivo principale del Piano di gestione degli orsi bruni è tutelare questi grandi carnivori garantendo che non perdano la loro naturale paura dell’uomo. Gli studi dimostrano che, di norma, in Finlandia gli orsi tendono a evitare l’uomo ed è importante che le cose rimangano così» sostiene Vesa Ruusila, del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Ed è qui che sta il punto.

Negli anni, la Finlandia ha cercato di creare una strategia che mira a conciliare il più possibile caccia, tutela della fauna selvatica e, più in generale, sostenibilità. Il cuore del sistema consiste in capillari piani di monitoraggio della fauna boschiva: ogni anno vengono prodotti censimenti che, allo stato attuale, sono considerati fra i più avanzati al mondo. Attraverso l’uso del monitoraggio satellitare e di censimenti sul campo (tramite il sistema dei “trangoli di caccia”) operati in sinergia con la popolazione locale e i cacciatori stessi, vengono studiate le fluttuazioni numeriche della fauna selvatica tenendo conto anche dell’incremento oltre cui un animale potrebbe trasformarsi in una minaccia per altre specie. La caccia è legittimata principalmente in questa chiave: come un metodo per tutelare l’equilibrio dell’intero ecosistema. Per gli orsi e i grandi carnivori, viene poi monitorato un fattore aggiuntivo, cioè i danni provocati alla comunità: non si registrano praticamente mai aggressioni spontanee dirette all’uomo ma è normale che, soprattutto in primavera, gli orsi attacchino le renne che i pastori allevano in uno stato di semi libertà.

Sulla base di questi dati, ogni anno il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste stabilisce le quote di selvaggina – orsi compresi – che possono essere cacciate da chi sia dotato non solo del tesserino di caccia ma anche di tutti i permessi aggiuntivi necessari. E con limiti precisi che riguardano le modalità di caccia e le armi utilizzabili. Oggi, i cacciatori in Finlandia sono poco più di 300.000: praticamente il 6% della popolazione totale, cioè la più alta percentuale all’interno dei Paesi europei. E fra di loro è in crescita il numero delle donne, poco più di 9000 all’inizio del Millennio e attualmente quasi 27.000.

È un male? È un bene? Può la caccia essere realmente sostenibile? La risposta è complessa ma sicuramente vanno considerati diversi aspetti. Tanto per cominciare, il miglioramento della tutela faunistica che i piani di monitoraggio hanno innescato. A partire dagli orsi, che alla fine del Settecento sembravano aver toccato il punto di non ritorno. In questo senso, i censimenti e il sistema delle quote sembrano funzionare molto bene. Ma la risposta sta anche in un altro aspetto.

Il funerale dell’orso

Quando gli chiedo che sapore abbia la carne di orso, Keke mi guarda scandalizzato. Non lo mangerebbe per nessun motivo al mondo, mi dice. Per i Sami Skolt l’orso è un fratello: puoi ucciderlo, se serve – soprattutto se rischia di attaccare le tue renne – ma di mangiarlo non se ne parla proprio. Sarebbe un atto di cannibalismo.

Keke mi racconta che nei tempi antichi, quando il cacciatore uccideva un orso era uso comune che all’animale si offrisse un vero e proprio funerale. All’epoca, spesso la carne dell’orso veniva effettivamente consumata ma subito dopo il pasto, lo scheletro dell’animale veniva ricomposto in modo scrupoloso perché l’orso potesse raggiungere l’Aldilà integro. Per i Sami, ieri come oggi, la natura rimane sacra ma questo non implica che il rapporto tra uomo e natura sia esente da spargimenti di sangue. È di carne e sangue che sono fatti i legami e quassù la caccia viene vissuta in questa chiave. Come legame, umano, con il passato. Come legame con la terra e con i suoi sottili equilibri, che includono anche l’ombra e la morte.

Può la caccia essere sostenibile? Nel Paese del vento, dove l’arte di seguire orme invisibili agli occhi dell’uomo di città è ancora cosa viva, la neve anche oggi ha cento nomi. I grandi carnivori possono evitare la presenza umana muovendosi su un territorio che per il settanta per cento è occupato da foreste. Gli orsi sembrano aver scongiurato il rischio di estinzione. Queste, forse, sono le uniche risposte che contano.

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