Norvegia controcorrente: via libera al deep sea mining

Secondo i vari parametri che misurano il livello di istruzione, accesso alla sanità, potere d’acquisto, qualità dell’ambiente, diritti individuali e altro, la Norvegia figura sempre tra i primi dieci paesi nel mondo per qualità della vita. Un paese modello, si potrebbe dire, ma anche un paese che tende a contraddire la sua immagine. Dopo la caccia alle balene, dopo le autorizzazioni allo scarico in mare dei rifiuti di miniera, arriva il via libera al deep sea mining, all’attività mineraria su fondali marini profondi. Diventando il primo paese al mondo ad averlo autorizzato.

Fiordi | Norvegia
“Un grande passo nella direzione sbagliata”

A novembre 2023 ben 120 parlamentari della UE, in un gesto insolito in quanto la Norvegia non fa parte dell’Unione, avevano firmato un accorato appello al governo norvegese affinché desistesse dall’intenzione di autorizzare le attività minerarie in alti fondali. A sostegno della petizione i molti dubbi sulle valutazioni scientifiche che sostenevano il progetto di legge. Nonostante ciò, il 9 gennaio 2024 il parlamento norvegese vota a favore con una maggioranza schiacciante: l’80%.

Una decisione inaspettata, presa nonostante gli avvertimenti degli scienziati europei e norvegesi sull’impatto devastante che questa attività potrebbe avere sui delicati ecosistemi marini e sul clima, una decisione presa ignorando le preoccupazioni di Regno Unito e UE, con i quali la Norvegia condivide l’affaccio sulle stesse acque. La decisione arriva meno di un anno dopo un importante passo compiuto presso le Nazioni Unite con il trattato sulle acque internazionali.

La Norvegia autorizza inizialmente l’estrazione di minerali solo nelle sue acque strettamente territoriali ma ha intenzione di espanderla in seguito alla sua Zona Economica Esclusiva. Un’area di tutto rilievo dato la ZEE della Norvegia, seguendo la piattaforma continentale, si espande dal Nord-Ovest dell’Islanda fino alle Svalbard e occupa una cospicua porzione del Mar Glaciale Artico. L’area designata per lo sfruttamento minerario copre 280.000 Kmq, una superficie maggiore delle Isole Britanniche.

Dal 9 gennaio qualsiasi azienda che abbia intenzione di sfruttare le risorse dei fondali delle acque più vicine alla costa potrà farlo inoltrando una richiesta di licenza. La domanda dovrà essere accompagnata da un progetto e da un expertise scientifico (prodotto dall’azienda stessa) sull’impatto ambientale, cui seguirà una valutazione da parte del governo.

Le opinioni negative di scienziati e ambientalisti non si fanno attendere. L’Environmental Justice Foundation (EJF) non esita ad affermare in una nota che la decisione marcherebbe “un segno nero irrevocabile sulla reputazione della Norvegia come paese di mare responsabile”. L’Istituto norvegese di ricerca marina (IMR) dichiara che il governo si è basato su studi effettuati su una piccola area e di aver applicato i risultati all’intera zona pianificata per lo sfruttamento quando, stimano gli scienziati, ci vorrebbero ancora 5 o 10 anni di ricerca per comprendere gli impatti sulle specie di profondità. Il commento più duro viene da Frode Pleym, capo di Greenpeace Norvegia:

“Un giorno vergognoso per la Norvegia. È imbarazzante vedere il mio paese dare il via libera alla distruzione dei fondali artici” e alla CNN dichiara: “Un grande passo nella direzione sbagliata”

© Gustavo Graf | Greenpeace
Norwegian distinguo’s

La Norvegia, che dopo le altre virtù è anche il paese con la più alta percentuale di auto elettriche al mondo, non è nuova a strane sorprese. Come paese produttore di petrolio si colloca appena dietro al Kazakistan e al Messico e davanti a colossi come Qatar, Nigeria e Algeria. Tra la sua stessa popolazione c’è chi ammette che la veste green contenga una certa ipocrisia. Come con la caccia alle balene e come con un altro recentissimo decreto che consente di scaricare nei fiordi i rifiuti di miniera, diventando il terzo paese in tutto il mondo che lo consente. Gli altri due sono la Turchia e la Papua Nuova Guinea.

Dall’incidente della piattaforma Ekofisk Bravo, avvenuto nel 1977, cui seguì lo sversamento più grande nel Mare del Nord, alle innumerevoli battaglie degli ambientalisti per contrastare pratiche e decisioni in netto contrasto con l’immagine virtuosa che il paese si è dato, la Norvegia ha fatto scattare spesso delle perplessità. Nel reportage Petrolio: una storia di potere, realizzato nel 2021 dal canale francese Arte, c’è una intervista illuminante ad una importante figura istituzionale che spiega perché secondo lui quella norvegese non è ipocrisia.

L’industria petrolifera è sostanzialmente in mano alla Statoil (ora Equinor) controllata dallo stato con una quota del 70%. Quei soldi, sostiene l’alto funzionario, sono stati utilizzati per costruire scuole, ospedali, poli culturali come biblioteche, sale concerto e musei. In sostanza i proventi del petrolio e del gas hanno garantito protezioni sociali che solo pochi paesi al mondo possono offrire e hanno sostenuto una transizione verde tangibile quanto indolore. Davanti ai comportamenti degli altri petrolieri, pubblici o privati che siano, la Norvegia resta poco criticabile. Tuttavia, quella sorta di giustificazione già nel 2021 offriva la chiave di lettura per il controverso passo intrapreso dalla Norvegia verso il deep sea mining. La transizione ha bisogno di litio, cobalto e altri minerali che, quando non scarseggiano del tutto, provengono da miniere di pochi paesi. Paesi spesso instabili, sotto sanzioni o addirittura in guerra, come il Congo e la Russia. L’apertura allo sfruttamento minerario degli alti fondali marini, secondo l’approccio della Norvegia, consentirà la transizione dall’energia fossile saltando l’ostacolo delle sanzioni e dell’instabilità mondiale. E incasserà miliardi con le revenue delle licenze.

Un precedente pericoloso

Alcuni rapporti della Environmental Justice Foundation dicono che una transizione è possibile senza disturbare ecosistemi dei quali conosciamo ancora pochissimo. E soprattutto senza interferire con il più grande e sensibile deposito di carbonio sul pianeta: quello adagiato sui fondali oceanici.

Tra i paesi che hanno firmato la moratoria contro lo sfruttamento minerario delle profondità spicca la Francia, che ha disposto il divieto totale nelle sue acque e per le sue aziende. Tra i paesi che non hanno aderito alla richiesta di moratoria lanciata da Deepsea conservation coalition, spiccano Cina e Stati Uniti, che per tecnologia e fame di materie prime potrebbero iniziare lo sfruttamento dei fondali su una scala senza precedenti. Come reagiranno questi due colossi davanti a un via libera della credibilissima Norvegia? Non sono pochi gli istituti ambientalisti e i gruppi di ricerca a sostenere che questo tipo di attività mineraria sia, oltre che potenzialmente pericolosa, inutile.

EJF (Environmental Justice Foundation) stima che 16.000 tonnellate di cobalto all’anno, circa il 10% della produzione annuale, potrebbero essere recuperate soltanto migliorando la filiera del riciclaggio dei telefoni cellulari. Stima che una combinazione di economia circolare, di nuove tecnologie per le batterie e per il riciclaggio potrebbe ridurre la domanda generale di minerali del 58% tra il 2022 e il 2050.

“Possiamo migliorare le nostre economie e arrivare a zero emissioni di carbonio senza distruggere l’oceano profondo nel processo”

Steve Trent, cofondatore EJF (The Guardian)

Barlumi di speranza

Ci sono secondo Kaja Lønne Fjærtoft, responsabile delle politiche globali per l’iniziativa del WWF No Deep Seabed Mining Initiative. Le speranze risiedono nel fatto che le licenze di estrazione possono essere approvate solo dal parlamento in virtù di un emendamento aggiunto in seguito, grazie alla forte opposizione internazionale. Cauto, secondo una dichiarazione rilasciata a BBC, anche Walter Sognnes, cofondatore di Loke Minerals, società norvegese che richiederà una licenza estrattiva, il quale ha riconosciuto c’è ancora molto da fare per comprendere le profondità oceaniche prima dell’inizio delle attività estrattive. Prevede anche tempi lunghi per le mappature e le altre ricerche che colmino le lacune cognitive sugli alti fondali.

Piattaforme petrolifere | Foto di Ben Wicks | Unsplash

C’è anche la speranza fondata che faccia prima l’ISA, Autorità internazionale dei fondali marini, a deliberare prima che qualsiasi licenza venga approvata. La riunione dell’ISA è prevista entro la fine dell’anno per finalizzare le norme sull’estrazione mineraria in acque profonde, il voto è previsto per il 2025.

C’è la speranza che le autorità norvegesi ci ripensino o che non concedano mai licenze per mancanza di garanzie sufficienti sull’impatto ambientale delle operazioni, o che i fondali oceanici vengano dichiarati tabù per le attività umane come è stato fatto con l’Antartide. C’è la speranza che i proventi dal petrolio e dal gas che in Norvegia hanno costruito scuole, ospedali, cultura e transizione verde, più che lussuose magioni dalle maniglie d’oro, serva a fermare con la consapevolezza che ha creato l’ultima hybris umana.

 

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