Clima: secondo le spugne abbiamo già superato i limiti

Un controverso studio sugli scheletri di spugne antiche di 300 anni indicherebbe che il riscaldamento globale ha superato, già dal 2020, i livelli preindustriali di ben 1,7°C. I dati raccolti dai ricercatori suggeriscono un riscaldamento di 0,5°C in più rispetto alle stime dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) anticipando di due decenni il raggiungimento della soglia dei 2°C.

Spugna | Foto di NOAA | Unsplash
Una verità scomoda?

Lo studio, pubblicato da Nature nel febbraio 2024, è stato condotto da ricercatori americani ed australiani delle università di Crawley (Western Australia), Terre Haute (Indiana) e di Mayagüez (Portorico). Ed è stato accolto da più parti nell’ambiente scientifico come un atto di sfida un po’ troppo audace. La pubblicazione, infatti, non solo sostiene che abbiamo passato la soglia di 1,5°C nel 2020, con 1,7°C oltre i livelli preindustriali, ma che anche molti dati sulle temperature riguardanti sia il periodo preindustriale che i nostri giorni vanno messi in discussione.

Il risultato dei rilievi e degli aggiustamenti del nuovo studio offre una prospettiva allarmante: i mari si sarebbero scaldati più del previsto e stiamo viaggiando verso il limite assoluto di 2°C ad una velocità doppia. Scopo della ricerca era dare una risposta ad alcune incongruenze nei dati storici. Uno tra tutti: le temperature del mare e del suolo, nei dati storici, si sovrappongono fin verso la fine del XX secolo, il fatidico 1991 anno in cui il riscaldamento s’impenna, dopodiché le temperature terrestri sembrano raddoppiare il loro incremento rispetto ai mari. Non solo. Le attività vulcaniche, particolarmente intense per frequenza e magnitudo tra la fine del XVIII e la fine del XIX secolo, avrebbero influito nel nascondere (mitigandolo) un trend di riscaldamento già in atto dal 1700. Tutte queste affermazioni in un solo studio hanno suscitato critiche e qualche scetticismo, ma secondo i ricercatori a raccontarci una nuova, scomodissima, verità sono le spugne.

Animali longevi

La ricerca fa seguito ad uno studio precedente, condotto dall’Università di Miami e pubblicato nel 2020, in cui sono state prese in esame spugne di 600 anni di età provenienti dalla zona caraibica. Le demospongiae, o spugne silicee, sono la classe di spugne più diffusa sul pianeta. Si tratta di spugne soffici sostenute da spicole strutture a base di silicio. Come i coralli appartengono al regno animale e alcune specie, come la Ceratoporella nicholsoni, sono incredibilmente longeve.

Esaminare le sezioni di questi esemplari equivale all’osservazione degli anelli di accrescimento di alberi secolari, vere e proprie memorie climatiche. Nelle spugne sono le percentuali di due sostanze: lo stronzio e il carbonato di calcio, presenti nei vari strati, che consentono di definire le temperature del mare negli anni. Se lo studio dell’università di Miami del 2020 inizia a prendere in considerazione l’influenza dell’attività vulcanica sul clima del XIX secolo, lo studio guidato da Malcom McCulloch, dell’univesità del Western Australia, va oltre: ci dice in sostanza che i dati sono da rivedere. Lo proverebbero le spugne raccolte tra Portorico e St. Croix, Isole Vergini Americane, tra i 33 e i 91 metri di profondità, una quota che nei mari caldi, come lo è il Mar dei Caraibi, corrisponde allo strato sottostante il termoclino.

È la zona dove le acque profonde e fredde, ma meno dense e saline, si rimescolano continuamente con quelle di superficie più calde ma più dense, a causa dell’evaporazione che aumenta la concentrazione salina. Se lo strato superiore è influenzato prevalentemente dalla luce solare, quello del termoclino è influenzato da un grande dinamismo in fatto di nutrienti, composizione chimica e rimescolamento di masse d’acqua. Sarebbe proprio questo scenario, instabile per definizione, a fornirci un quadro più attendibile rispetto alle aree delle misurazioni effettuate precedentemente. Con risultati che sollevano non pochi interrogativi, a cominciare dai vulcani e per finire con il vero inizio del riscaldamento globale ed i suoi effetti.

Un secolo di grandi eruzioni

Se l’esplosione del Krakatoa è forse la più nota al pubblico lo dobbiamo al fatto che nel 1883 già esistevano il telegrafo e la fotografia, strumenti che portarono la catastrofe indonesiana sulle pagine dei giornali d’Occidente. In realtà l’esplosione del Tambora nel 1815, sempre in Indonesia, fece molte più vittime e causò l’anno senza estate, il 1816, con intense nevicate a giugno nella zona temperata dell’emisfero nord. Inizialmente si credette che fossero le ceneri, sparpagliate in quota per tutto il globo, a schermare i raggi solari. Secondo dati più freschi lo si dovrebbe invece all’enorme quantità di anidride solforosa rilasciata nell’atmosfera. Le particelle di anidride solforosa, un composto molto reattivo, tendono a legarsi rapidamente con l’umidità atmosferica formando un aerosol di acido solforico. Un aerosol che riflette i raggi solari e li rispedisce nello spazio.

Tra le tante proposte di geoingegneria per il contenimento delle temperature del pianeta c’è proprio l’impiego di aerosol a base di acido solforico. Ma torniamo all’esplosione del Tambora, che causò più di 100.000 morti e una mini-glaciazione nel 1816. Il grafico mostra temperature già in discesa prima dell’evento. Gli scienziati lo spiegano con una eruzione vulcanica sconosciuta. Non è un trucco per far tornare i conti. Le analisi chimiche dei carotaggi suggeriscono che ci siano state altre importanti eruzioni. Una di queste, mai testimoniata fu registrata come Episodio eruttivo 1809.

Quella precedente è invece sostenuta da fior di testimonianze. Si tratta dell’eruzione del vulcano Laki, in Islanda, avvenuta nel 1783. Il picco del 1816 registrato nelle strutture scheletriche delle spugne è il frutto di una somma di eventi precedenti all’esplosione-eruzione del Tambora. Questi eventi avrebbero forzato il trend delle temperature verso il basso, contrastando un processo di riscaldamento già iniziato. Falsando le proiezioni. E se queste cause-effetti erano già stati esplorati da precedenti studi, McCulloch ed il suo team di ricercatori mettono definitivamente in dubbio la validità dei dati sulle temperature, da quelli dell’era preindustriale a quelli odierni.

1961 – 1991: l’impennata

Il decollo delle temperature è stato definito dagli scienziati come Evento 1961- 1991. È in questi anni che decolla anche lo sviluppo industriale, umano sociale, anni che corrispondono al massimo di autovetture pro-capite e al culmine dello sviluppo dell’aviazione commerciale. È solo verso la terza decade di questo trentennio che la cultura e i media si accorgono di questa spirale di dannazione, quando le sale di prima proiettano film come Koyaanisqatsi.

Locandina del film Koyaanisqatsi

Da lì in poi l’aumento delle temperature nei grafici diventa quasi esponenziale. Come non bastasse, i ricercatori australiani e statunitensi sostengono che ci siamo affidati a statistiche redatte sulla base di strumenti e modelli ormai obsoleti. Nel 1850, anno dell’inizio delle registrazioni, si affondavano termometri in mare un po’ a casaccio, si recuperavano e si ascrivevano le letture sui registri. La pratica ebbe larga diffusione solo anni dopo, nel 1860 ma i metodi e gli strumenti restavano gli stessi.

“Il periodo preindustriale è definito come lo stato climatico medio stabile appena prima che le attività umane iniziassero a cambiare il clima in modo dimostrabile attraverso la combustione di combustibili fossili. Dato che le concentrazioni antropogeniche di CO atmosferica iniziò ad aumentare nei primi anni del 1800, il periodo di riferimento preindustriale dovrebbe idealmente essere definito precedentemente, a metà del 1700 o prima. A complicare questo requisito c’è la serie di eruzioni vulcaniche eccezionalmente grandi all’inizio del 1800 che hanno causato un raffreddamento su scala globale a livelli senza precedenti nella storia recente. La cosa più limitante, tuttavia, è che le registrazioni strumentali della temperatura globale della superficie del mare siano iniziate solo nel 1850 e poi con una copertura limitata. Così, per ragioni pragmatiche, le prime letture strumentali disponibili dal 1850 al 1900 sono state utilizzate per definire il periodo preindustriale dall’IPCC.”

Nature – 300 years of sclerosponge thermometry
shows global warming has exceeded1.5 °C

A poco a poco metodi e strumenti migliorarono ma bisogna attendere gli anni 2010 per capire che gusci di molluschi e infine sezioni di coralli e di spugne possono essere letti come gli anelli di accrescimento degli alberi. Secondo lo studio recentemente pubblicato su Nature le spugne ci raccontano una storia di riscaldamento dei mari che inizia già prima degli anni 1850-60, e che le temperature globali hanno superato la temuta soglia di 1,5°C con un bel 1,7°C già quattro anni fa. E che quindi le stime dell’IPCC sono da rivedere. Come sono da rivedere i tempi di raggiungimento dei 2°C. I critici non mettono in discussione l’attendibilità dei dati raccolti ed procedimenti, mettono in discussione l’ampiezza delle osservazioni.

Un solo mare, una sola spugna

Alcuni scienziati accusano gli autori dello studio di aver globalizzato dati relativi a una sola specie di spugne e a un solo mare, anzi: due soli spot di un solo mare, il Mar dei Caraibi, ovvero Portorico e St. Croix. Tutti i dati sarebbero stati raccolti esclusivamente nelle acque di queste due isole e da una sola specie di spugne, che è la più diffusa e facile da trovare. Quando si mettono in dubbio risultati tirati insieme dall’IPCC, che ha alle spalle un corpo multidisciplinare di più di tremila scienziati provenienti da ogni angolo del pianeta, l’animosità è comprensibile. Dir loro, con una certa sicumera, che si sono sbagliati di mezzo grado centigrado al ribasso nelle stime e dirlo senza usare il condizionale… pare che nel mondo scientifico sappia di boria. Inoltre, un risultato del genere, a prescindere dalla sua attendibilità, potrebbe nutrire un certo pensiero scettico e anti-catastrofista che da scettico e anti-catastrofista si sta trasformando in informato-fatalista.

Un pensiero che si convince (e convince) che non ci sia più nulla da fare, che ogni sforzo è inutile, che tutti trasformino le loro economie: spostare la produzione industriale nelle zone aride e l’agricoltura nelle zone vicine ai poli. Oppure impoveriscano e muoiano in pace. Il web e le sale conferenze traboccano di guru che le promuovono. Essenzialmente economisti. Tornando allo studio, andrebbe sicuramente riprodotto in altri mari e con altre specie. Tenendo in mente una cosa che spesso sfugge: è l’enorme massa d’acqua che ci circonda a mantenere un clima accettabile alla nostra sopravvivenza, ad assorbire e mitigare i picchi delle temperature. Gli audaci autori dello studio, se non altro, ci indicano dove guardare.

 

   Facebook  Twitter  YouTube Linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *