Il ritorno dello squalo elefante

Il pesce più grande al mondo dopo lo squalo balena, secondo la IUCN è in pericolo di estinzione. Predato per il suo fegato e le sue pinne e vittima delle reti da posta, era praticamente scomparso dalle acque irlandesi. Ma grazie a una legge ed un programma di protezione il Cetorhinus maximus ha ricominciato a popolare le acque dell’isola. Con una velocità che ha sorpreso ambientalisti e ricercatori.

Squalo elefante | Foto di marevivo.it

Sarà stato almeno venti anni fa. I britannici lo chiamavano basking shark, lo squalo che si crogiola. In realtà è un vicino parente dei mako e degli squali bianchi ed è capace di effettuare il breaching, scatti che gli permettono di saltare con tutto il corpo fuori dall’acqua. Stavo tornando in superficie dopo un’immersione su un relitto non lontano dalla foce del Tyne, nelle acque prospicienti Newcastle, nordest dell’Inghilterra.

La visibilità era, come al solito, piuttosto scarsa. Avevamo incontrato delle foche grigie ma la sagoma che si aggirava sotto la barca, poco più di un’ombra, non poteva essere una foca, era grande quasi come la barca e sembrava immobile. In realtà stava nuotando lentamente contro la corrente per catturare il plancton con la sua immensa bocca aperta. Una bocca che sembrava in tutto e per tutto il motore di un jet commerciale. Era lì a nutrirsi, forse sfruttando l’ombra, o la turbolenza nella corrente, della barca ancorata.

Non so quanto sia durato l’incontro, quella rara e fortunata possibilità di osservarlo da pochi metri di distanza, sicuramente una frazione dei canonici tre minuti dello stop di sicurezza. A me parve un’eternità. Gli animali molto più grandi di noi esseri umani, scoprii in seguito, quando li sorprendiamo difficilmente fuggono. Più spesso si allontanano annoiati. Una sicurezza che per molte specie, nel loro lungo confronto con l’uomo che caccia, è stata fatale.

Basking Shark | Jonathan Couch | A history of the fishes of the British Islands (Volume v.1)
Una pesca relativamente facile e crudele

Il Cetorhinus maximus può inabissarsi fino a 900 metri di profondità, ma spende gran parte della sua vita vicino alla superficie, dove la luce solare e le temperature più alte scatenano la fioritura del fitoplancton, il fondamento della rete alimentare marina. Finisce spesso nelle reti da posta e nelle reti superficiali gettate per catturare altre specie target. Quando non è lui la specie target. In questo caso bastano una piccola barca da pesca e una vedetta posizionata in cima a un albero o un promontorio.

Pesca dello squalo elefante | © 2019 Irish Basking Shark Group

Le sue dimensioni, la sua lentezza mentre si alimenta, e le sue abitudini di superficie, fanno di questo squalo una preda facile da individuare e da catturare. Il pescatore, come ha riportato The Guardian in questo articolo, lancia la rete e avviluppa la preda. A quel punto lo squalo elefante abbandona la sua flemma e inizia a dibattersi. Uno squalo che può superare i 9 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso, e che può saltare fuori dall’acqua, è decisamente in grado di affondare una piccola barca. Allora il pescatore interviene con un arpione e lo uccide con un colpo ben mirato tra le vertebre. Non lo uccide per sfamare un villaggio intero, ma per l’olio del suo enorme fegato e per le pinne, così ambite presso i famosi mercati orientali. Una pesca iniziata in Irlanda negli anni ’50, quando ne venivano cacciati fino a 1.500 per stagione. Negli anni ‘80, le catture annuali si contavano nelle dita di una sola mano. Gli squali elefante erano virtualmente spariti dalle acque irlandesi.

Declino di un gigante dei mari

Inserito dal CITES, che regola il commercio delle specie, solo nel 2000 e protetto con sanzioni severe dalle leggi irlandesi solo nel 2022, la specie stava affrontando un pericoloso declino. Diffuso in tutte le acque temperate del mondo, nella regione nordatlantica era stato decimato. Tra le cause, citano le ricerche, il cambiamento dell’habitat, e della distribuzione dello zooplancton di cui si nutre, e la pesca mirata o accidentale che sia. Ma è stato quest’ultimo fattore, la pesca, che ha più influito sul grave declino della popolazione. L’olio del suo fegato veniva utilizzato come lubrificante, come combustibile, e nelle industrie cosmetiche e farmaceutiche. Sulle pinne, è ormai quasi estenuante tornarci su, pesa la domanda folle della gastronomia cinese che ne consuma in grandi quantità per le loro presunte proprietà benefiche, soprattutto afrodisiache. La protezione dello squalo elefante iniziò in ritardo, negli anni ’90, quando era già quasi scomparso da molti ambienti costieri, soprattutto dall’Irlanda che nella pesca è uno dei principali attori nell’Atlantico nordorientale e che applicò le prime timide misure solo nel 2007. In quel settore dell’oceano gli avvistamenti dello squalo elefante erano rimasti costanti solo intorno alle Isole Ebridi, al nord della Scozia, durante la stagione estiva, dove era stato prontamente inserito nelle specie protette o soggette a restrizioni.

Basking Shark | © Ireland’s Wildlife
Una protezione difficile

Parliamo di una specie che migra percorrendo lunghissime distanze ma poco conosciuta, i cui pattern migratori sono per lo più ignoti. Le prime ricerche con tag satellitari sono state effettuate nel 2010 al largo della costa della California. Il Cetorhinus maximus è presente in tutte le acque temperate del pianeta e questa ubiquità suggerisce una sua migrazione lungo i due emisferi ma non ci sono prove concrete. Si suppone che attraversi l’equatore e le acque tropicali in costante immersione e in profondità. Si sa che i suoi piccoli, per peso e dimensioni, sono i più grandi tra i pesci e che ha una gestazione lunghissima, circa tre anni. Quest’ultimo è un altro punto a sfavore della specie. Un periodo di gestazione esteso nel tempo prolunga l’esposizione della madre, e quindi dei nascituri, a più rischi. Inoltre rallenta il suo ciclo riproduttivo. Il tallone d’Achille della specie è, paradossalmente, la sua lentezza. Si riproduce lentamente e si nutre lentamente. A differenza dello squalo balena, che per nutrirsi apre e chiude la bocca, lo squalo elefante mantiene le fauci spalancate per tutto il tempo filtrando zooplancton, soprattutto piccoli crostacei, attraverso le branchie ed i suoi minuscoli denti, circa millecinquecento per fila. Se pur capace di scatti che gli permettono di uscire dall’acqua (è il più grande dei pesci che riescono nell’impresa) con la bocca aperta non può raggiungere grandi velocità e questo lo rende una preda facile per chi lo pesca intenzionalmente. Per quanto la sua protezione sia complessa, meno di due anni di bando totale nelle acque irlandesi hanno già dato i suoi frutti. Gli avvistamenti si sono moltiplicati.

© 2019 Irish Basking Shark Group
Le grandi capacità del mare

Il Cetorhinus maximus nella lista rossa dalla IUCN, quella delle specie in pericolo, nel 2019. Ma solo nell’ottobre del 2022 il governo irlandese decise di sanzionare la sua cattura e di incentivare misure di comportamento in mare che aiutassero la sua protezione. Il progetto di legge conteneva finalmente delle normative delle quali avevano beneficiato, fino al momento, soltanto i cetacei. Era il frutto di anni di lavoro e di dati raccolti tra le due sponde dell’Oceano da IBSG, Irish Basking Shark Group, un pool di ricercatori e biologi marini che con la loro insistenza, sostenuta da prove scientifiche, hanno indotto il governo irlandese a prendere misure più efficaci. Un anno e mezzo dopo, a maggio del 2024, gli squali elefante tornano a popolare le acque irlandesi, da dove erano virtualmente scomparsi. Nel suo saggio ‘Rewilding, pubblicato in Italia con il titolo Selvaggi, George Monbiot ci aveva avvisati che le più grandi sorprese della rinaturazione, ovvero del bando totale delle attività umane nelle zone naturali, le avremmo avute dal mare.    

 

 

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