Rifugiati climatici: esistono ma non lo sanno

Nelle zone del mondo dove gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più devastanti le persone per sopravvivere hanno sviluppato uno spirito di rassegnazione e adattamento tale da renderli spesso ignari delle dimensioni della crisi. E quando fuggono da siccità, alluvioni, uragani, il loro primo pensiero è trovare un lavoro per sfamare la famiglia, altrove.

Sono migranti inconsapevoli, perché non riconoscono il loro reale status, quello di rifugiati climatici. Una categoria che ancora non esiste a livello giuridico, ma che di fatto si riferisce a tutti coloro che sono costretti a migrare a causa di una crisi climatica permanente. Invisibili alla legge, secondo gli scienziati nei prossimi anni aumenteranno, in combinazione con altri fattori come i conflitti e le epidemie, una tremenda sinergia che genera quella che è stata definita una “tempesta perfetta”.

Migranti
La lunga strada verso la consapevolezza

La Convenzione di Ginevra del 1951, stabilisce che una persona che chiede asilo in uno dei 144 paesi contraenti non può essere respinta verso il luogo dove corre pericolo di morte a causa della sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza a gruppo sociale o opinioni politiche. Il cambiamento climatico ad oggi non è incluso fra i criteri del non-refoulement, il principio di non-respingimento.

L’identikit del rifugiato climatico prende forma nel 1985, quando Essam El-Hinnawi, ricercatore del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), li definisce come rifugiati ambientali, ossia “persone che sono state costrette a lasciare le loro case per esigenze temporanee o permanenti a causa di gravi perturbazioni (naturali e/o indotte dall’uomo) che hanno messo in pericolo la loro esistenza o danneggiato seriamente la loro qualità di vita”. Non si parla ancora di crisi climatica ma si attribuisce alle catastrofi naturali una ragionevole motivazione per essere accolti da un altro paese e, dato non trascurabile, si affaccia l’ipotesi che alluvioni, desertificazione o uragani possano essere provocati anche da attività umane.

Nuove tessere del mosaico da parte dell’ambientalista britannico Norman Myers, che negli anni ’90 così descrive i migranti climatici: “persone che non possono più assicurarsi i mezzi di sostentamento nella loro patria a causa di fattori ambientali di portata eccezionale e che, di fronte a queste minacce ambientali, sentono di non avere altra alternativa che cercare mezzi di sostentamento altrove, all’interno del loro paese o fuori dai suoi confini, in modo semipermanente o permanente.” Quindi persone in stato di grave fragilità economica, originata da un clima che rende probabilmente impossibile fare ritorno in patria.

Una demarcazione rafforzata nel 2007 dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni che li dichiara: “persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di un cambiamento improvviso o progressivo dell’ambiente che influisce negativamente sulla loro vita o sulle loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro dimore abituali, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e si spostano all’interno del loro paese o all’estero”.

Migranti somali in attesa dei soccorsi | U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Daniel Barker | Wikimedia
È il punto di svolta: mentre il migrante ambientale fugge a causa di un evento circoscritto, il migrante climatico abbandona una terra resa inabitabile da un cambiamento del clima innescato da tempo e sempre in movimento. La conseguenza: non migrazione ma esodo, di milioni di persone che dicono addio a terre un tempo ospitali e ora paragonabili a lande di un pianeta che non sembra il nostro ma quello di un film di fantascienza.

In Europa prevale un immobilismo normativo: il diritto internazionale ha incoraggiato atti di “soft law” volti al riconoscimento dell’impatto del clima sulla migrazione, che ad oggi si riducono a indicazioni ma non sono vincolanti.

E in Italia? Il Decreto Sicurezza 113/2018 ha stabilito che i migranti per disastri naturali contingenti devono essere accolti per un periodo di tempo limitato, escludendo quindi la migrazione reattiva, quella cioè provocata dal cambiamento climatico di lenta insorgenza. Nel 2020 il “decreto Lamorgese”, ha sostituito la parola “contingente” con “grave”, in riferimento ad un evento atmosferico che ha modificato l’ambiente.

E sempre nel 2020, la Cassazione evidenzia che le attività umane che minacciano l’equilibrio ambientale possono essere considerate come una violazione del diritto alla vita, perché corrompendo l’ecosistema ed il clima possono rendere non abitale una regione.

L’atlante dei sempre-in-viaggio

Il rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre indica che alla fine del 2022 erano 71,1 milioni i migranti interni, oltre 32 milioni in più rispetto agli anni passati, di cui il 98% per eventi atmosferici.

E diversi altri rapporti avvertono che entro il 2050, se non saranno applicati interventi efficaci per diminuire l’impiego di combustibili fossili, responsabili del cambiamento climatico soprattutto nel settore energetico ed industriale, saranno almeno 200 milioni le persone costrette alla migrazione climatica. Perché i paesi delle migrazioni sono quelli più colpiti dagli schiaffi della crisi climatica, e paradossalmente i minori responsabili delle emissioni di gas serra nel mondo.

Al loro arrivo nel luogo dove si augurano di essere ospitati, interrogate sul motivo del loro spostamento queste persone parlano di povertà, guerra, malattia. Hanno viaggiato sfidando deserti e mari in tempesta per trovare un lavoro. Quasi mai accennano al clima. Eppure milioni di famiglie ogni anno fuggono da regioni che campeggiano nella classifica delle aree più colpite dalla crisi climatica.

Sono le alluvioni la spinta più intensa alla migrazione, a cui seguono tempeste, cicloni, siccità, e poi incendi, frane e temperatura estrema. Le zone del mondo più indebolite da un clima senza misura sono: l’Africa sub-sahariana, in particolare Congo, Nigeria, Etiopia, dove il fenomeno La Niña ha provocato alluvioni e siccità, distruggendo raccolti e intere fattorie; in Asia, Yemen, Iran, e Siria, dove le nevicate hanno distrutto le tende degli sfollati di guerra; medio Oriente e nord Africa, per siccità, incendi, con inaridimento che ha decretato lo sterminio di molti allevamenti dei preziosi bufali d’acqua; Asia sud-orientale, investita da tifoni soprattutto in Cina e Filippine; Pakistan, India e Bangladesh, in ginocchio per le alluvioni monsoniche; America centrale e meridionale, colpite da uragani.

Chi migra, all’interno del proprio paese o all’estero, sostiene perlopiù di farlo per guarire un collasso economico. Sono in realtà rifugiati climatici, che hanno perso case e fattorie, spesso anche i familiari, a causa di un cambiamento progressivo del clima che negli anni ha reso gli eventi atmosferici estremi più frequenti ed intensi. Ma non ne sono consapevoli, sono i primi a non identificarsi nella categoria, e continuano ad annunciarsi come migranti economici. Che dopo la maggior parte delle volte diventano clandestini in terra straniera, o vengono trasferiti in centri di detenzione, o rimpatriati. Un destino amaro ma, ironia della sorte, avvalorato da un titolo giuridicamente riconosciuto.

Guardare in alto

Elena Morelli, giurista, è anche ricercatrice di Look Up un progetto lanciato da A Buon Diritto onlus insieme ad ARCS-culture solidali, che ha coinvolto giovani fra i 18 e i 30 anni in laboratori, progettazione e comunicazione sul tema della migrazione.

Ha realizzato un video che spiega chiaramente lo stato attuale del rifugiato climatico. E parlando con molti migranti, Elena ha rilevato come la consapevolezza della fuga da un paese devastato dal clima estremo si sfaldi lungo il cammino: il primo passaggio è dall’ambiente rurale alla periferia della metropoli, dove i migranti vivono precariamente, disprezzati dalla società. Seguono poi numerosi altri spostamenti interni alla ricerca di un luogo ospitale dove mettere radici, fino alla dolorosa rotta verso paesi stranieri da cui rischiano di essere espulsi. E dove il cambiamento climatico è ormai dimenticato: è la ricerca di lavoro ad averli portati così lontano. “Stimolare la persona a raccontare la sua storia di migrazione può risvegliare la consapevolezza di rifugiato climatico – spiega Morelli – che può risultare determinante per l’introduzione alla Commissione Immigrazione.”

Un colloquio che diventa quasi una seduta di psicoterapia volta al recupero della propria identità. “Ricordo una donna, proveniente dall’India, che dichiarava di voler rimanere in Italia per avere un futuro migliore – continua Morelli – ed esortata ad essere più specifica ha detto una casa sicura, finché scavando dentro di sé ha espresso il terrore delle catastrofi naturali che ha affrontato in patria.”

E il desiderio di un uomo del Bangladesh: stabilirsi in Italia perché c’è più lavoro. A suo carico anche il fratello mutilato: un incidente avvenuto nel bel mezzo di un tornado, evento che in quell’area geografica è sempre più frequente, distrugge i raccolti e riduce in miseria i contadini.

Gli effetti devastanti di un tornado

Il primo passo per il riconoscimento del rifugiato climatico? “Prendere coscienza che il cambiamento climatico esiste – conclude Elena Morelli – da parte delle vittime e dei responsabili. Per farlo è necessario accettare che il surriscaldamento terrestre è provocato in larga misura dalle azioni umane.” Se da una parte manca la consapevolezza, dall’altra si gira la faccia. Look Up invita a guardare in alto e rivendicare i propri diritti.

Anche perché di questo passo anche i popoli dei paesi industrializzati potrebbero essere costretti a migrare. Proprio come profetizzato dal climatologo Luca Mercalli, che ha già operato la sua personale “migrazione verticale” trasferendosi in montagna per sfuggire all’aumento delle temperature. Saremo tutti migranti climatici, arroccati sulle vette del mondo come i castellani delle fiabe, o nei bunker sotterranei stile film distopico? E per prevenire questo scenario: ridurre davvero l’impiego dei gas serra e, come sta facendo l’Agenzia ONU per i Rifugiati, alimentare i fondi per la resilienza a favore delle comunità sfollate e per il ripristino ambientale delle regioni colpite dalla crisi climatica. Senza dimenticare che i paesi più ospitali sono anche quelli a rischio disastro climatico, ed occorrono quindi finanziamenti per fornire rifugi a prova di clima ed infrastrutture sostenibili.

 

Autore: Amelia Vescovi

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