L’insostenibile vulnerabilità delle infrastrutture marine vitali

Gli ultimi due anni hanno sancito il record delle infrastrutture sottomarine danneggiate in modo più o meno accidentale o sabotate intenzionalmente. Più di tutti è il caso del North Stream a mettere in luce la vulnerabilità di questi sistemi.

Gas metano che affiora in superfice nel Mar Baltico

Fontane di metano

Quando ho visto le immagini del metano che ribolliva in superficie, non mi sono chiesto chi fosse stato. Le ipotesi snocciolate dai vari esperti-analisti e date in pasto al pubblico erano tutte diverse tra loro. E stavano tutte in piedi. Alcune vedevano come movente il tentativo degli americani – che nel frattempo avevano iniziato a rifornire di gas l’Europa – di isolare definitivamente il vecchio continente dalla Russia. Altre ipotesi suggerivano un probabile inside-job dei russi adducendo che il fornitore avrebbe dovuto pagare forti penali per ritardi e mancate consegne. Altre ancora indicavano come mandanti gli ucraini che in quei gasdotti vedevano un’arma di ricatto, una fonte di reddito per il nemico e un tentativo di impoverire Ucraina, Polonia e Paesi Baltici, in quanto li bypassava correndo nelle acque (allora) neutrali di Svezia e Finlandia. Le mie domande, vi deluderò, erano altre. Per prima cosa mi sono chiesto come sarebbe stato possibile fermare le perdite. Migliaia di metri cubi di metano, il peggiore dei gas serra, stavano risalendo in superficie ribollendo da tre punti. Mi domandavo se incendiare quelle fontane fosse stato il passo giusto da compiere. La CO₂ che si sarebbe sviluppata è una molecola più duratura, ma venti volte meno potente. Da subacqueo mi ponevo anche un’altra domanda: a quale profondità giacevano i gasdotti? Scoprii che erano ad una profondità alla portata di un gran numero di civili.

 

Ottanta metri di profondità per un subacqueo tecnico sono una quota entry-level

Chiunque abbia voglia di avventurarsi in immersioni profonde oltre i quaranta metri può farlo superando un corso subacqueo tecnico che include, tra le altre cose, l’abilitazione all’uso del trimix, una miscela di profondità composta essenzialmente da aria ed elio e anche all’uso del rebreather, un autorespiratore a circuito chiuso, o semichiuso, che amministra le percentuali di gas durante l’immersione. L’aria, se respirata oltre i cinquanta metri, gioca bruttissimi scherzi. L’azoto ubriaca già dai -30 e l’ossigeno può indurre convulsioni oltre i -60. È per la pericolosità di questi due componenti quasi esclusivi dell’aria atmosferica che si aggiunge elio nelle miscele di profondità.

La scelta comporta l’uso di un certo numero di bombole (il trimix è ipossico a quote poco profonde) o di un rebreather che gestisce i gas nelle varie fasi dell’immersione. In quel tipo di corsi una profondità di ottanta metri è da considerare come entry-level. Sono corsi costosi e complessi ma non così proibitivi. Basti pensare che sulla petroliera Haven, affondata a -90 metri davanti ad Arenzano in Liguria, ogni anno si immergono migliaia di subacquei, e altrettanti si immergono ogni anno nei vari Blue Hole nel mondo, dal Belize all’Egitto. Sono meno i subacquei che s’immergono sull’Andrea Doria, colata a picco nel 1956 a sud di Nantucket, ma lì più che la profondità sono le correnti ad essere proibitive. Nel Mar Baltico, invece, le correnti sono l’ultima preoccupazione. A quel punto sabotare due condotte che corrono una a -60 e l’altra a -80 metri, almeno così riportavano più o meno tutte le fonti attendibili, era una missione alla portata di migliaia di subacquei.

“Potrebbe essere stato qualunque subacqueo tecnico” era la frase che circolava di più tra gli esperti di mia conoscenza. Tutti civili. Trovare un oggetto in fondo al mare conoscendone anche solo vagamente le coordinate è possibile anche senza l’ausilio di sensori o di sottomarini a controllo remoto. Soprattutto se si tratta di strutture continue che corrono per tutta la lunghezza del mare. Se batti il fondale con una rotta perpendicolare al tracciato, prima o poi ci inciampi. Nei vari corsi di ricerca e recupero (SAR) si apprende come trovare sul fondale oggetti molto più piccoli, per esempio un motore fuoribordo, come segnalarli in superficie e infine come recuperarli. Nel caso dei North Stream (I e II) non c’era nulla da recuperare, c’era semmai qualcosa da trasportare sul fondo: esplosivo. In una quantità considerevole, a quanto pare. Tuttavia, in assenza di correnti un subacqueo munito di scooter, una specie di siluro con motore elettrico, potrebbe portarsi dietro anche un’automobile. Aggiungendo galleggianti o zavorre qualsiasi peso, sott’acqua smette di essere un problema. La vera domanda semmai è come gli autori del sabotaggio abbiano ottenuto una gran quantità di esplosivo, visto che non lo si trova nei supermercati. Seymour Hersh, un famoso quanto meritato premio Pulitzer pubblicava uno scoop che sembrava rispondere a questa domanda. Ma a naso, si sbagliava.

Tham Luang Cave | Thailandia | Foto di Manoonp | Wikimedia

 

Il precedente thailandese

A caldo, dopo aver letto la tesi di Hersh, che prevedeva l’impiego di una nave appoggio durante un’esercitazione NATO, avevo scritto un post sul mio blog. Un post che ho poi ritirato perché il tema, sensibilissimo, aveva generato troppe visite da zone del mondo un po’ sospette, visto che era in Italiano, quando la zona non ricadeva in ‘area geografica sconosciuta’. Non volevo quel tipo di attenzioni, volevo solo aggiungere un punto di vista tecnico che non era stato preso in considerazione dalla stampa in generale. Succede anche quando c’è un incidente subacqueo: nessuno si prende la briga di interpellare un esperto del settore.

Nel post avevo immaginato una discussione tra me e Patty, una sorta di Wonderwoman carattere fisso dei miei libri, davanti a un tavolo in un bar. Il dialogo rifletteva quello che ci dicevamo tra subacquei sull’argomento. E cioè che per una cosa del genere non servono né incursori né commandos. Come non sono serviti in altre situazioni. Il precedente storico, anche se lo scopo e i risultati furono completamente diversi, risale al 2018, quando dei subacquei tecnici recuperarono dei ragazzi a Tham Luang Cave, in Thailandia. Forse qualcuno si ricorderà della scolaresca rimasta intrappolata in una grotta dopo un flash-flood. Ebbene, l’operazione di salvataggio fu pianificata e condotta, pur con l’aiuto di alcuni sommozzatori delle forze speciali della Marina Thailandese, da subacquei tecnici. Tutti volontari civili. Era quella un’operazione assai più complessa e rischiosa, tanto che un subacqueo della Marina Thailandese perse la vita, del far saltare due condotte del gas sul fondo del Mar Baltico. Ma la tesi dei militari americani l’aveva tirata fuori proprio Seymour Hersh, quel Seymour Hersh che sbatté in faccia al pubblico il racconto e le immagini della strage di My Lai, in Vietnam. Il suo reportage contribuì a cambiare la percezione della guerra in Vietnam presso nell’Occidente intero a cominciare dagli Stati Uniti.

Quel reportage gli valse il prestigioso premio Pulitzer nel 1970, uno dei più meritati di sempre. Cinquantatré anni dopo, pubblica lo scoop che qui ci interessa: a bordo di una nave appoggio norvegese, con la copertura di esercitazioni congiunte in Mar Baltico, un super-team di Navy SEALS avrebbe distrutto il gasdotto. Fonte? confidenziale. Se è vero che la razionalità nel mondo in cui viviamo è ormai tutta da discutere, l’ipotesi di Hersh appariva, almeno a noi subacquei, esagerata. Perché spostare e coinvolgere centinaia di persone, personale che sa sempre esattamente dov’è, che sa cosa sta succedendo a bordo? Immaginare che tutti tacciano, anche se militari, è un po’ come credere al cover-up sullo sbarco sulla luna.

Quando invece, secondo le nostre ipotesi, sarebbe stato sufficiente un team di una manciata di persone a bordo di una barca da diporto, un piccolo natante che dà meno nell’occhio di una nave specializzata, civile o militare che sia. E poco dopo spunta la tesi di un gruppo di subacquei ucraini. L’unica cosa che non torna, su quella faccenda, è solo l’utilizzo di una barca a vela, un mezzo scomodissimo, quasi proibitivo per chi deve immergersi con pesanti carichi e pesanti attrezzature. Lo scoprirà un tribunale. Restava comunque quello, il quadro più plausibile di qualsiasi altra speculazione pubblicata. O diffusa sui social. Pochi giorni fa, un tribunale tedesco accusa formalmente dei subacquei ucraini. Tutti civili. O almeno così sembra.

 

Non è per niente una buona notizia

Sulle reali responsabilità, sulla legittimità e sulle eventuali sanzioni da infliggere al team sospettato si esprimeranno la Storia, un tribunale tedesco e, molto probabilmente, una corte internazionale. Temo che, comunque vadano le cose, per la natura di questo genere di affari il quadro completo delle responsabilità non ce l’avremo mai. Attendiamoci tante indiscrezioni da tante fonti anonime, cui va dato il peso che meritano: il nulla. Dal punto di vista dell’ambiente, che è il tema principale di questa testata, quel sabotaggio ha causato il più grave rilascio accidentale di metano nell’atmosfera terrestre. Le stime parlano di 150.000 tonnellate di metano, una quantità di gas il cui effetto serra sarebbe pari alle emissioni della Danimarca in un anno. Per un’azione sostanzialmente inutile e controproducente, visto che i paesi beneficiari dei gasdotti, uno dei quali non operativo, avevano già avviato un percorso irreversibile di smarcamento dal fornitore russo.

Uno smarcamento che purtroppo non si è concluso, come sarebbe stato preferibile, con una svolta verde ma con forniture dall’Algeria e con dei rigassificatori per il gas liquido trasportato da oltremare. Tutto il tempo che avevamo avuto per costruire centrali eoliche e installare pannelli solari era stato abbondantemente sprecato. Gettato all’aria da impedimenti burocratici e da narrative fuorvianti costruite su falsi presupposti. Narrative che alla fine hanno prevalso e continuano a prevalere. Vi parrà manicheo, il mio modo di vedere, ma a me sembra che ogni patto sui combustibili fossili prima o poi si riveli per quello che è nella sua intrinseca sostanza: un patto col diavolo.

 

Connessioni e infrastrutture mai così a rischio

Sempre di questi giorni è la notizia che la Cina ha ammesso che è stata l’ancora di una nave cinese, la Newnew Polar Bear a tranciare accidentalmente nell’ottobre del 2023 il Balticconnector, un gasdotto tra Finlandia ed Estonia nel Golfo di Finlandia, Mar Baltico. E sempre nella stessa zona vengono tranciati la EE-S1 una linea di cavi internet tra Svezia ed Estonia. Ci sono, ovviamente, dei sospetti. Citarli sarebbe entrare nel campo delle speculazioni. Ciò che è importante è che la Cina abbia ammesso la responsabilità. In Mar Rosso sembra siano state le ancore di un’altra nave, la Rubymar, abbandonata alla deriva nel Febbraio 2024 dopo essere stata colpita da un drone degli Houti – ne abbiamo scritto qui – a tranciare la connessione internet tra Europa e Asia. Causando serissimi problemi alla rete mondiale. E fin qui parliamo di navi gigantesche e di ancore che pesano decine di tonnellate, di navi che possono essere facilmente rintracciate e alle quali è possibile imporre un corridoio di navigazione, di vietare l’ancoraggio in alcune zone

Cosa possiamo fare quando le infrastrutture (e l’ambiente) possono essere messe in pericolo da persone ordinarie, dei civili che si avvalgono di una logistica minimale? Siamo nell’epoca in cui i subacquei civili hanno più esperienza dei militari, nell’epoca in cui dei privati compiono gitarelle nello spazio e negli abissi oceanici. Siamo nell’epoca in cui le compagnie petrolifere posseggono una tecnologia anni luce più avanzata di quella delle marine militari e lo si è visto con l’incidente del DeepWater Horizon, quando il governo fu costretto a rivolgersi alla compagnia stessa che aveva causato il danno per metterlo a posto. Con i risultati che conosciamo. Siamo nell’ epoca in cui dei subacquei civili, o dei comandanti di navi, potrebbero decidere chi riceverà i flussi di energia e di informazioni e chi no. Volevamo tecnologia accessibile a tutti e ce l’abbiamo. Volevamo il futuro ed il futuro è arrivato. È arrivato molto diverso da quello che ci aspettavamo. Ora dobbiamo farci i conti. Dobbiamo proteggere la complessità che abbiamo creato: le nostre reti. E magari dimenticarci per sempre di quelle che trasportano gas e petrolio. Una cosa in meno cui pensare.

 

Autore: Claudio Di Manao

 

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