Piove sempre più spesso e con intensità progressiva in Italia e nel resto del mondo. Alluvioni, esondazioni fluviali e frane sono in aumento nelle regioni a maggior rischio di disastro metereologico. Nel nostro Paese dal 2023 viene speso più di un miliardo all’anno per ricostruzioni e soccorsi. Mentre il Piano Nazionale sul dissesto idrogeologico giace ibernato al Ministero dell’Ambiente, in attesa di una “rilettura” che lo adegui al cambiamento climatico, sale il trend degli eventi estremi. Le città hanno bisogno di eliminare le troppe coperte di asfalto, e i cittadini di ogni Comune devono ricevere una formazione completa sulla gestione delle inondazioni. Anche se, a ridosso della tragedia di Valencia, qualcuno dall’alto ha dichiarato che certo ambientalismo è pernicioso, e che la soluzione è costruire nuovi argini e dighe.

In crescita il caro alluvioni
Secondo i ricercatori del Wolrld Weather Attribution, la tempesta Boris che a settembre ha colpito Polonia, Romania, Slovacchia, Austria, Repubblica Ceca e Germania, scaricando in quattro giorni una quantità d’acqua mai registrata finora, non sarà più un episodio eccezionale: eventi di questo tipo diventeranno più intensi del 5% e più frequenti del 50%, con la probabilità di inondazioni ancora più devastanti. Previsione supportata dal caso emblematico dell’Emilia Romagna, finita sott’acqua tre volte in un anno e mezzo.
In Europa le sole inondazioni fluviali colpiscono più di 170.000 persone, fanno spendere 7,8 miliardi ogni anno, e risultano il pericolo più costoso: lo affermano gli esperti di JBA Risk Management.
L’Osservatorio Città Clima di Legambiente riporta 684 allagamenti da piogge intense e 166 esondazioni fluviali avvenute dal 2010 al 2023. Le regioni più colpite dagli allagamenti sono state Sicilia, Lazio, Emilia-Romagna, Campania, Puglia e Toscana. In aumento gli stati di emergenza dichiarati dalla Protezione Civile ogni anno: se nel 2020 erano 103, l’anno scorso sono saliti a 141. Soltanto negli ultimi dieci anni l’Italia ha speso oltre 13,8 miliardi di euro per gestire le catastrofi meteo-climatiche. Quest’anno il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha sollecitato più fondi nella Finanziaria 2025 per la lotta contro il dissesto idrogeologico, e di rimando il Ministro per la Protezione civile Nello Musumeci ha ventilato l’ipotesi dell’obbligatorietà di polizze contro i rischi naturali per le case italiane, affermando che il Governo non può continuare ad erogare fondi alle Regioni, soprattutto se le spese per i cantieri non vengono rendicontate in maniera cristallina e puntuale. Mentre la cabina di regia italiana contro il dissesto idrogeologico è ancora vuota, l’Unione Europea ha destinato al nostro Paese 446,64 milioni di euro, di cui 378,83 milioni all’Emilia Romagna e 67,81 milioni alla Toscana per interventi di riparazione e bonifica. L’UE ha approvato anche un regime di sovvenzioni di un miliardo di euro fino a maggio 2027, agli agricoltori di Emilia-Romagna, Toscana e Marche, per risarcire i danni materiali ai beni come edifici, attrezzature, scorte, e la perdita di reddito provocata dalla distruzione totale o parziale della produzione agricola.

Quando la natura chiede più spazio
Non bastano le opere di “difesa passiva” (così definita da Legambiente nel suo report sulle alluvioni del 2023) come ad esempio le vasche di laminazione, bacini vuoti che ricevono l’acqua delle piene fluviali. A Faenza, per contenere una nuova esondazione della confluenza fra il Lamone e il Marzeno, è stato ricostruito il muro anti-alluvione che era andato distrutto a settembre. Ma quanto resisterà, in una città che ha già subito tre inondazioni?
Sono spesso soluzioni temporanee, che vanno integrate da una corretta gestione dell’ambiente: guardando lontano (ma non troppo), decarbonizzazione contro la crisi climatica e, in una prospettiva ravvicinata, armonizzazione fra presenza antropica e natura. Se una piena diventa fisiologica nel periodo delle piogge battenti, è opportuno non “disturbare” il suo flusso rendendolo ancora più indomabile con ostacoli, edifici o strade, che impediscono un naturale assorbimento delle acque nel terreno.
Occorre far respirare la terra imprigionata nel cemento con coraggiosi interventi di desigillatura, liberare i fiumi tombati, e dispensare da nuove edificazioni le aree naturali prossime ai corsi d’acqua.
Blu e verde: colori anti-alluvione in città
Contro le inondazioni bisogna evitare di aggiungere nuovi “impermeabili” al corpo delle città, e adottare le Nature Based Solutions codificate dall’UE, come piantumare più alberi per la ritenzione idrica, creare mini parchi urbani, installare sui palazzi i tetti giardino che assorbono l’acqua meteorica (quella che non evapora durante la pioggia ma continua a scorrere sulle superfici). E depavimentare per ridurre la superficie asfaltata. Il Comune di Milano lo sta facendo grazie ad un progetto cofinanziato dall’Unione Europea: in alcune strade sono aumentate le aree pedonabili, gli incroci sono diventati più sicuri grazie a spartitraffico verdi, ed è stato ideato un sistema di vasche sotterranee per la raccolta di una parte dell’acqua piovana che viene poi impiegata per l’irrigazione urbana.

Mentre con le grandi piogge si allaga sistematicamente l’hinterland di Vienna, sempre più aggredito dalla cementificazione, il centro città da anni si salva dalle inondazioni. Grazie a Donauinsel, un grande parco cittadino costruito fra il 1972 e il 1988 proprio allo scopo di evitare gli allagamenti. Un pezzo di terra lungo 21 km e largo al massimo 210 metri, che separando a metà il Danubio ha creato una diga dove si scarica l’acqua in eccesso del fiume. E l’isola è anche un luogo di ricreazione molto amato dai viennesi, con i suoi sentieri dove camminare, correre e pedalare, e le aree di balneazione con spiagge di sabbia e giochi d’acqua.
A Forlì l’area antistante la sede della Pinacoteca civica, dove si trova un parcheggio sopraelevato, è diventata il Giardino dei Musei: 3700 mc di cemento armato è stato demolito e smaltito, sostituito da scenografici rettangoli di terreno erboso.
A Copenaghen si trova una piazza anti- alluvione, Tåsinge-Plads, dove due terzi dell’asfalto sono stati convertiti in giardino, e un reticolo di spazi verdi raccoglie l’acqua piovana impedendo l’intasamento della rete fognaria. E il bellissimo Hans Tavsens, ideato da una squadra di architetti che si è aggiudicata il Nordic Built Cities Challenge Awards: un parco “double face” che si adatta al clima, con distese e piazzali dove quando splende il sole si cammina e si gioca, che con la pioggia si riempiono d’acqua e diventano suggestivi specchi di luce.
Sempre nella capitale danese sono poi le Klimaflisen, piastrelle climatiche; collocate su un tratto di 50 metri nel quartiere Nørrebro, creano un pavimento stradale anti-allagamento. Si tratta di blocchi di cemento bucati che lasciano filtrare l’acqua in un sistema di gestione idrica sotterranea.
In Cina, a Xianyang City, oltre tre km di un affluente del fiume Giallo sono diventati il Weiliu Wetland Park, con camminamenti sopraelevati lungo aree ricche di vegetazione, zone umide allagabili e zone alte con spazi di svago; l’acqua inquinata viene raccolta in canali sotterranei, depurata e poi riutilizzata in un water park per ragazzi.

Cosa fare prima-durante-dopo
Il primo passaggio è riconoscere che le alluvioni in alcune regioni sono sempre più frequenti.
Ogni Autorità di Bacino distrettuale in Italia ha predisposto un PGRA (Piano di Gestione Rischio Alluvione), uno strumento tecnico che traccia la mappa delle zone a rischio idrogeologico e indica quali misure ogni Comune dovrebbe applicare per la prevenzione, la protezione, la ricostruzione, e l’informazione ai cittadini.
“Per legge ogni Comune delle aree considerate a rischio deve stilare un Piano di Protezione Civile per il dissesto idrogeologico – spiega Andrea Minutolo, geologo e Responsabile Scientifico di Legambiente – ed ha l’obbligo di renderlo noto ai cittadini attraverso campagne di informazione. Di fatto, ci sono ancora Comuni che non lo hanno predisposto, oppure lo tengono nel cassetto senza divulgarlo.”
E come comportarsi in caso di allerta meteo gialla, arancione o rossa, diramata dal Comune di appartenenza? “Si tratta di uno strumento utilissimo – continua Minutolo – che troppo spesso viene sottostimato dai cittadini, soprattutto se, in precedenza, ad un richiamo di questo tipo non era corrisposto il fenomeno meteo previsto. La messa in sicurezza di un territorio a rischio idrogeologico vuol dire soprattutto evitare meno danni a persone, strutture e attività economiche: sta quindi al buon senso dei cittadini, quando scatta l’allarme, isolarsi e attendere, anche se questo significa perdere una giornata di scuola o di lavoro. D’altra parte, nove volte su dieci le perdite umane delle alluvioni si verificano perché le persone nonostante l’allerta sono uscite di casa con la macchina, che spesso viene trascinata via dall’acqua durante l’attraversamento di un ponte. Bisognerebbe affrancarsi dalla logica della polemica, così come quella del sensazionalismo alimentato troppo spesso dai media, e sviluppare la cultura della convivenza con il rischio.”
I cittadini hanno il diritto di pretendere dal proprio Comune le informazioni principali sulle misure da adottare in caso di calamità naturale. Devono sapere quali sono le aree alluvionabili, e quelle più sicure dove rifugiarsi.
Sul sito della Protezione Civile si trova il manuale per affrontare un’alluvione nel modo più sicuro.
Quando l’inondazione è in atto, tenendo conto che l’acqua sale rapidamente (anche uno o due metri in pochi minuti), chi si trova in casa deve salire ai piani alti portando con sé medicinali salvavita, almeno un documento d’identità e una torcia elettrica, evitando di utilizzare l’ascensore. Quando abbandonare la casa? Solo in caso di allagamento grave, e prima di farlo chiudere gas e staccare la corrente elettrica, ricordando di indossare calzature e abiti impermeabili. È importante anche verificare se il Comune ha previsto misure specifiche per i familiari con disabilità e bisogni speciali. Se invece l’alluvione coglie all’aperto, è vitale tenersi a distanza da ponti e corsi d’acqua, sottopassaggi, al mare non salire su moli e pontili, allontanarsi da pendii e scarpate, e dominare l’istinto di scappare con l’automobile (che può diventare una trappola letale) o con imbarcazioni.

Quando poi l’acqua si ritira, si consiglia di aspettare prima di salire in auto, perché strade che sembrano ormai libere possono nascondere tratti ancora allagati o cedimenti dell’asfalto. A casa sarà necessario far controllare da un tecnico l’impianto elettrico prima di utilizzare ogni apparecchiatura, e non bere l’acqua di rubinetto finché non viene dichiarata nuovamente potabile, onde evitare intossicazioni. Per lo stesso motivo le superfici toccate dall’acqua dovranno essere pulite e disinfettate.
Autore: Amelia Vescovi

















































