Se l’attivista climatico è il nemico

Attivisti ambientali come terroristi? Ancora un passaggio e sarà attivo il DDL Sicurezza che stringe le misure nei confronti dei manifestanti del clima, che rischieranno multe salate e carcere. Un compendio di 24 leggi: ma non esiste pagina in cui si spieghi perché gli attori della “disobbedienza civile” una volta arrestati debbano essere sottoposti ad un trattamento umiliante. E che a riceverlo siano soprattutto le donne. Come è avvenuto già due volte alle attiviste scese in piazza contro la supremazia dei combustibili fossili e l’industria delle armi belliche.

Roma | Foto di lorenzoove | Extinction Rebellion | CC BY-NC-SA 2.0
Pugno di ferro per gli eco-attivisti

Approvato dalla Camera, il Disegno di Legge Sicurezza 1660, è ora all’esame delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato. Una rosa di provvedimenti che colpiscono anche gli attivisti climatici. Ecco i punti chiave che si riferiscono più espressamente ai manifestanti green: per i “danni durante le manifestazioni” carcere da 1 anno e 6 mesi a 5 anni, multa fino a 15mila euro; ancora carcere, da 2 a 7 anni, per chi impedisce l’accesso ad un immobile al suo proprietario. E poi le nuove pene che sembrano tagliate su misura per gli attivisti del clima: chi organizza sit-in di gruppo sui binari e autostrade che impediscono la circolazione di mezzi o persone rischia il carcere da 6 mesi a 2 anni. Se un manifestante aggredisce o minaccia un pubblico ufficiale durante una manifestazione contro la realizzazione di opere pubbliche che il Governo ha deciso siano di importanza “strategica” per il Paese, come TAV o Ponte sullo Stretto, le pene possono aumentare fino a un terzo.

Esulteranno gli haters degli attivisti ambientali, quelli che sui social si spendono nelle invettive: “fannulloni”, “pagliacci” “figli di papà” gli insulti più frequenti, fino alle volgarità riferite alle donne e all’incitamento alla violenza del tipo “usare il manganello fra capo e collo”. E si rafforza l’immagine dell’attivista come “il nemico” da bloccare, da odiare.

Tolleranza zero per chi manifesta per l’ambiente: sembra la nuova tendenza dei paesi cosiddetti “sviluppati”. Lo conferma anche un rapporto di Climate Rights International: mentre sono i primi a criticare il bavaglio e la catena che molti paesi del sud del mondo pongono a giornalisti e attivisti ambientali , i governi di stati che sventolano la bandiera della sostenibilità come Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e Germania stanno trattando gli stessi manifestanti climatici alla stregua di criminali. Il rapporto cita diversi esempi di pene sproporzionate al reato comminate a persone che hanno manifestato o che avevano organizzato la protesta e sono state poi arrestate ancora prima di uscire di casa, con l’accusa di aver formato un’organizzazione criminale.

Anche in Italia il pericolo che ambientalista faccia rima con terrorista esiste già, foraggiato dagli opinionisti più estremi che per rastrellare attenzione paragonano la nostra epoca agli anni di piombo, gli attivisti climatici a scellerati delinquenti senza scrupoli.

Eppure manifestare è un diritto, se si rispetta il principio di “non violenza”. E se la protesta, seppur pacifica, non avesse un volume abbastanza elevato, chi la ascolterebbe? Sono le voci che ci ricordano che a gennaio ci siamo vestiti come a primavera, che il dissesto idrogeologico sta mettendo in ginocchio le imprese, che abbiamo la chimica ospite d’onore ogni giorno a pranzo e cena. Questa legge vuole abbassare il volume del dissenso, e rimuovere in modo sbrigativo tutti gli ostacoli dal plastico luccicante delle “grandi opere”. Gli automobilisti esasperati si sporgono dal finestrino e gridano di andare a protestare sotto Montecitorio: dove in realtà risulterebbero invisibili, aggirati dalle auto blu e scavalcati da politici che ormai li ignorano.

Disparità di genere in questura

Il DDL che tutela dagli “eco-vandali (come sono stati definiti da qualche testata) associa le sanzioni ai diversi reati, ma tace sulla modalità di trattamento degli attivisti arrestati durante un blocco stradale: vanno perquisiti come se fossero terroristi o trafficanti, ricorrendo anche a procedure invasive che ledono pesantemente la dignità? Perché è quello che è successo ben due volte, a gennaio a Brescia, l’anno scorso a Bologna, a membri di Extinction Rebellion.

Brescia | Foto di mediaxritalia | Extinction Rebellion | CC BY-NC-SA 2.0

Uniti fra loro tramite canaline in pvc, ad impedire l’ingresso dei camion nella fabbrica di armi dell’azienda di difesa che per grandezza è quattordicesima nel mondo e seconda in Europa: Leonardo, ex Finmeccanica, suo maggiore azionista il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Erano gli attivisti di Extinction Rebellion, insieme ai colleghi di Ultima Generazione e Free Palestine, che a gennaio hanno protestato a Brescia contro la partecipazione dell’Italia al conflitto arabo-israeliano, inneggiando anche alla conversione dell’azienda ad una produzione sostenibile e pacifica.

Un sit-in come altri, forse più organizzato e soprattutto scomodo, perché non riguardava solo il clima: secondo una nota di ER, l’azienda avrebbe “registrato un aumento dei suoi profitti dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023”. All’arrivo di ambulanza, Carabinieri, Vigli del Fuoco e Polizia locale, dei 22 attivisti presi di peso e trattenuti in questura, sette ragazze hanno subito un trattamento degradante che ha indotto ER a sporgere denuncia.

Le ragazze sono state perquisite in una stanza con la porta spalancata su un corridoio aperto al passaggio indistinto di uomini e donne: solo a loro, e non ai ragazzi, è stato chiesto di togliere i vestiti, biancheria intima inclusa, e fare lo “squat”, il piegamento in avanti.

L’attivista Valentina Corona | Extinction Ribellion Italia (XRItaly)

Anche Valentina Corona, l’attivista che aveva partecipato l’anno scorso al G7 Scienza e Tecnologia di Bologna, aveva denunciato l’agente che l’aveva sottoposta a questo rituale mortificante. Sembra che la poliziotta indagata avesse ricevuto l’ordine di controllare la ragazza senza conoscere il motivo per cui era stata trattenuta in Questura e che quindi, per non sbagliare, abbia poi scelto di compiere una perquisizione molto invasiva, che l’agente stessa ha poi definito una “procedura ordinaria”. In un secondo momento sarebbe emerso che l’ordine era di cercare materiale di propaganda. E quali sono i più comuni strumenti di promozione degli attivisti ambientali? Striscioni, volantini, bombolette spray.

Ad oggi la denuncia è stata archiviata perché “non si tratta di reato”. Extinction Rebellion con il sostegno di un avvocato si è opposta all’insabbiamento. Mentre dopo sole due settimane dalla notifica di archiviazione, lo stesso umiliante trattamento è stato riservato alle attiviste di Brescia.

Il caso Bologna: la difesa di Valentina

Per aprire un’ulteriore finestra di consapevolezza su quello che potrebbe ancora accadere ad un’attivista donna a seguito di un arresto durante un sit in, abbiamo interpellato Ettore Grenci, Avvocato Penalista del Foro di Bologna e difensore di fiducia di Valentina Corona.

Con quale accusa Valentina Corona è stata trattenuta in Questura?

“La ragione formale dell’accompagnamento in Questura riguardava una sua semplice “identificazione”, per eventualmente procedere alla segnalazione di notizia di reato per art. 18 TULPS (manifestazione non autorizzata). Valentina aveva già dato i documenti all’atto del primo controllo.”

Il tipo di perquisizione con il denudamento e lo squat si può ritenere una pratica ordinaria o dovrebbe essere eseguita solo in alcune e precise situazioni?

“Questa pratica non è assolutamente normale (Concita de Gregorio, nel corso della trasmissione Carta Bianca in cui è stata intervistata Valentina, l’ha definita “prassi cilena”), tanto è vero che delle 20 persone portate in Questura Valentina è stata l’unica a cui è stato “dedicato” questo trattamento. Può accadere in casi assolutamente particolari, ovvero quando vi è il fondato sospetto che un soggetto possa aver occultato all’interno del proprio corpo droga o armi, e quindi vi sia un pericolo concreto per la sicurezza propria o altrui, tale da giustificare un atto così invasivo e deteriore per il pudore e la dignità della persona. Tali circostanze non erano neppure minimamente ipotizzabili nel caso di Valentina.”

 Nel caso di Valentina era stata ordinata una ricerca di “materiale di propaganda”…

“Sì, materiale che evidentemente non può essere occultato all’interno del proprio corpo, e che comunque non costituisce un pericolo per la sicurezza propria o altrui come potrebbe essere invece il caso di armi o droga.”

Ritiene che quanto accaduto a Valentina e poi alle ragazze a Brescia sia una mossa intimidatoria, finalizzata a spegnere l’iniziativa di tanti attivisti che vogliono far sentire la loro voce in modo a volte esuberante ma di fatto non violenta?

“Non posso sapere quali siano state le finalità di tali atti. Quello che posso dire è che si tratta di trattamenti del tutto ingiustificati, sproporzionati sia per le esigenze delle indagini sia per eventuali esigenze di sicurezza. Tali atti così invasivi ledono la dignità di chi le subisce, e provocano sofferenze psicologiche che inevitabilmente condizionano anche le scelte sulla partecipazione ad altre iniziative, perché è inevitabile si pensi che possa capitare di nuovo, anche quando non si commette alcuna azione delittuosa o pericolosa.”

Avrei voluto chiedere all’avvocato perché una situazione così degradante sia toccata in entrambi i casi alle ragazze, perché non è stato chiesto agli uomini di spogliarsi e piegarsi a 90°. Rispondo da sola: le donne vengono prese di mira come le ruote più cigolanti del carro, ancora considerate bersagli facili da colpire e affondare puntando sull’umiliazione sessuale. E l’immagine che arriva da una parte della stampa è quella di una gogna pruriginosa che alimenta non solo l’odio per l’attivismo climatico, ma anche per le donne che non vogliono restare in silenzio. Anche nel mondo ambientale le donne sono penalizzate: rischiano più dei loro colleghi di suscitare la pubblica ostilità, perché infastidiscono il patriarcato pro-fossile che con ogni mezzo le emargina dai tavoli decisionali, o le dipinge come folkoristiche paladine nel neo femminismo.

 

Autore: Amelia Vescovi

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