Il problema della Groenlandia non è solo Trump (purtroppo)

Fantasmi a stelle e strisce sull’isola di ghiaccio

C’era da aspettarselo, che l’elezione di Trump alla presidenza degli USA avrebbe finito per riaccendere i riflettori sulla Groenlandia. Intendiamoci, niente di nuovo. Sei anni fa, Trump aveva già provato a comprare l’isola di ghiaccio, destando molto scalpore. E settant’anni prima, un altro presidente americano, Harry Truman, aveva offerto al governo danese 100 milioni di dollari per accaparrarsi la Groenlandia: per via dei suoi ricchissimi giacimenti di petrolio e gas naturale, senz’altro, ma anche (anzi, soprattutto) in funzione antisovietica. La Guerra Fredda, d’altra parte, era appena iniziata.

Nuuk | Groenlandia | Foto di Quintinsoloviev | Wikimedia

Per gli Stati Uniti, in realtà, la modalità “pago-pretendo” rappresenta un metodo già collaudato in passato, sia ai tempi del Louisiana purchase che nel caso dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia. Quando, peraltro, il presidente Johnson aveva valutato l’ipotesi di cogliere la palla al balzo e annettere agli Stati Uniti – già che c’era – anche Islanda e Groenlandia.

Oggi, però, i tempi sono cambiati e i fuochi d’artificio di Trump fanno decisamente più scalpore. Tanto più che in questo caso il Presidente degli Stati Uniti non si è limitato a ribadire l’offerta economica ma ha apertamente parlato dell’acquisizione della Groenlandia come di una “necessità assoluta”, non escludendo la possibilità di un intervento militare. Il motivo? «Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza economica.» ha dichiarato Trump. Ma una cosa è certa: alle tanto strombazzate ragioni di tipo economico vanno anche sommate, come ai tempi di Truman, motivazioni di tipo diverso.

La base di Thule e quella gigantesca esplosione nucleare che per fortuna non ci fu

Quali sono le esigenze nascoste dietro le dichiarazioni di Trump? Andrea Muratore, analista geopolitico per Inside Over, punta il dito su quella che, per lui, è una priorità lampante: contrastare le influenze russe e cinesi sull’Artico. «Nel contesto attuale» sostiene Muratore «la Groenlandia assume un ruolo cruciale come avamposto per il monitoraggio dei traffici navali e delle attività militari nel Nord Atlantico e lungo le rotte polari, dove la supremazia statunitense è insidiata da Pechino e da Mosca. Dal 1967, sull’isola opera la base aerospaziale di Pituffik, la più settentrionale gestita dagli Stati Uniti, in cui il 12th Space Warning Squadron, ora parte della Space Force, ha il compito di analizzare potenziali minacce satellitari e balistiche.»

La base di Thule in Groenlandia | © Airman Magazine | Flickr

Come a dire: attenzione, gli Stati Uniti hanno già messo un piede in Groenlandia più di mezzo secolo fa. Ben prima, quindi, delle dichiarazioni guerrafondaie di Trump. La base aerea di Thule (ribattezzata Pituffik negli ultimi anni) è l’avamposto più a Nord tra quelli gestiti dalla United States Air Force e il suo nome è legato, fra l’altro, a un increscioso incidente non privo di conseguenze, avvenuto nel 1968 quando un B-52 che stava monitorando lo spazio aereo circostante precipitò con quattro testate atomiche a bordo. Per fortuna, la temuta esplosione nucleare non ci fu ma le bombe contaminarono comunque gravemente l’ambiente circostante. Tanto che ben 500, sui 700 operatori coinvolti per ripulire l’area, nei decenni successivi si ammalarono di cancro e di altre patologie debilitanti.

Sotto la calotta ghiacciata, un intero arsenale missilistico

La presenza militare americana avrebbe potuto, peraltro, essere ancora più invasiva se si fosse realizzato il progetto Iceworm: un programma top secret scoperto solo trent’anni dopo dal governo danese, durante un’indagine sullo stoccaggio di armi nucleari in Groenlandia.

Lo scopo reale del progetto, coperto dalla base di ricerca scientifica di Camp Century, era quello di costruire sotto la calotta glaciale quasi quattro chilometri di tunnel sotterranei che avrebbero ospitato 600 missili equipaggiati di testate nucleari, pronti a colpire l’Unione Sovietica in caso d’attacco. Il progetto, per fortuna, non andò a buon fine – la calotta glaciale si rivelò troppo mobile e inaffidabile – ma buona parte dei materiali vennero lasciati in loco. Con rischi ambientali che, allo stato attuale, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe rendere letali. Gli scenari possibili, in questo senso, sono ancora in via di discussione ma, secondo uno studio, entro la fine del secolo l’acqua di fusione potrebbe trascinare in mare 24 milioni di litri di liquami altamente tossici.

Morale della favola: le dichiarazioni di Trump sono solo la punta dell’iceberg di una presenza, quella degli Stati Uniti, che anche senza interventi militari palesi, ha già lasciato la sua impronta e che risale a molto prima delle minacce del tycoon. Ci sono sempre state – e, ahimè, ci sono ancora – ragioni militari e di difesa che rendono la Groenlandia pericolosamente appetibile.

Detto ciò, l’importanza economica dell’isola di ghiaccio di cui parla Trump non è solo uno specchietto per le allodole. L’isola più grande del mondo ha infatti (purtroppo per lei) caratteristiche che fanno e faranno sempre più gola a molti. Si parla di risorse minerarie e di interessi giganteschi che rischiano di avere un impatto macroscopico sull’ambiente.

Perché oggi la Groenlandia fa gola a molti

A Truman, della Groenlandia, facevano gola gas naturale e giacimenti petroliferi. Oggi, a tutto questo, si somma la presenza di massicce risorse minerarie fondamentali sia per lo sviluppo delle nuove tecnologie sia per la transizione energetica. Perché sì, la green economy ha un costo che si misura anche in termini di impatto ambientale: basti pensare, giusto a titolo di esempio, alle famigerate terre rare.

«In termini di impatto ambientale, il problema è che le terre rare vengono estratte in concentrazioni molto basse» sostiene Giovanni Grieco, geologo e professore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano «Prendiamo, ad esempio, una pala eolica: per costruirla servono diversi quintali di terre rare, che andranno estratti da centinaia di tonnellate di roccia, che poi andrà lavorata e macinata per separarne le materie prime. Per dirla in termini semplici: l’impatto ambientale di una pala eolica sarà bassissimo là dove la pala entra in funzione (evitando emissioni di gas serra) e altissimo nei Paesi in cui andranno estratte le materie prime necessarie per costruirla.»

Ma il problema non sono solo le terre rare. Come sottolinea il professor Grieco, il combo transizione tecnologica e transizione energetica ha innescato un vertiginoso incremento della domanda di metalli (rari e non): «Negli ultimi vent’anni, l’estrazione mineraria è praticamente raddoppiata, con picchi in diversi continenti: in Asia, l’aumento è del 97%, in Oceania del 136%. L’unico continente al mondo che, fino ad oggi, è andato in controtendenza è l’Europa dove la produzione è addirittura diminuita del 16%. Sono le conseguenze della globalizzazione: se mi conviene importare, perché dovrei produrre? I recenti chiari di luna geopolitici, hanno però portato anche in Europa a una brusca inversione di tendenza che si è concretizzata due anni fa con la promulgazione dell’European Critical Raw Materials Act». Un documento che, detta in pillole, spinge i Paesi dell’Unione Europea a incrementare la propria produzione mineraria per approvvigionare il Vecchio Continente di “materie prime critiche strategiche”: fondamentali, quindi, allo sviluppo di ambiti nevralgici come transizione digitale, green economy, difesa e applicazioni aerospaziali. Si parla della riapertura di vecchie miniere e ricerca di nuovi giacimenti, quindi.

Tutto questo, con la Groenlandia c’entra moltissimo. Sia per l’appetibilità dei giacimenti groenlandesi a livello internazionale, sia per l’eventuale aderenza alle politiche europee nel caso in cui il Paese, come reazione alle minacce di Trump, decidesse di rinsaldare i legami con il Vecchio Continente e rivedere le proprie scelte politiche, entrando a far parte dell’Unione Europea. Sebbene, infatti, pur non facendo parte dell’Unione, il Paese sia comunque coperto dalla “clausola di difesa reciproca” che dovrebbe mobilitare in sua difesa gli altri Stati europei in caso di attacco, c’è chi ritiene che le minacce americane possano portare la Groenlandia a fare un passo in più e ad aprirsi all’eventualità di un ingresso nell’Unione Europea.

In questo senso, conteranno moltissimo le evoluzioni del panorama politico attuale: cosa succederà alle elezioni, ormai imminenti, dell’11 marzo, tanto per cominciare. E l’evoluzione cha avrà il movimento che chiede l’indipendenza del Paese dalla Danimarca.

E se la Groenlandia diventasse indipendente?

La Groenlandia non è più una colonia danese dal 1953 ma fa comunque parte del Regno di Danimarca ed è questo legame che le elezioni dell’11 marzo potrebbero mettere in discussione. Secondo i sondaggi, l’84% dei cittadini groenlandesi vorrebbe l’indipendenza dalla Danimarca: non perché il Paese divenga parte degli Stati Uniti (solo il 6% caldeggia questa ipotesi) ma in vista di una reale autonomia. Un’ipotesi che spaventa molto Trump. «Per Washington» sostiene Andrea Muratore «lo scenario peggiore sarebbe una Groenlandia sempre più autonoma, sostenuta dalla Cina, che possa chiedere l’indipendenza da Copenaghen e allinearsi con Pechino, riducendo così l’influenza statunitense nell’Artico e posizionandosi su una rotta strategica tra Europa e Nord America. In sostanza, si teme l’emergere di una sorta di “faglia nordica” della Dottrina Monroe, il principio con cui gli Stati Uniti rivendicano il diritto a prevenire minacce dirette nel continente americano, di cui la Groenlandia è una naturale estensione.»

Ma al di là dei timori di Washington, dal punto di vista della Groenlandia, cosa potrebbe significare l’indipendenza all’interno un panorama come quello attuale? Quali sono i rischi concreti di questa scelta per un Paese che molti – troppi – considerano come uno sterminato Eldorado minerario?

Allo stato attuale, il legame con la corona danese porta alle casse della Groenlandia circa 770 milioni di dollari all’anno (tra sussidio vero e proprio e pagamento delle spese giudiziarie e di difesa): una cifra che incide non poco sui 3200 miliardi dell’esiguo PIL groenlandese. Raggiungere l’indipendenza, per la Groenlandia significherebbe anche questo: trovare un modo per sostituire una voce che rappresenta circa un quarto del suo PIL attuale. E questo, da un punto di vista ambientale, rappresenta un rischio enorme.

Detta fuori dai denti, le imponenti georisorse groenlandesi – che, da un punto di vista economico rappresentano la principale opportunità di sviluppo dell’isola – potrebbero trasformarsi per l’ambiente in un gigantesco nodo scorsoio. Con il rischio di sostituire all’influenza danese l’impatto, ben più pervasivo, degli interessi economici e geopolitici internazionali. Già oggi, opera in Groenlandia una nutrita schiera di compagnie minerarie che battono bandiera canadese, australiana e inglese. Con l’indipendenza, giocoforza, il loro numero aumenterebbe in modo esponenziale. La transizione energetica, ma anche lo sviluppo delle nuove tecnologie che la supportano, hanno costi imponenti e la Groenlandia rischia di diventare l’ennesimo spicchio di mondo in cui i nodi verranno drammaticamente al pettine.

Insomma, ovunque la si giri, la questione di fondo rimane sempre la stessa. Le soluzioni al problema ambientale, dal Green Deal europeo all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, si fondano su un assunto: rendere sostenibile la crescita economica. Ma in un mondo densamente popolato come il nostro, tutto questo è davvero possibile? Non dovremmo, piuttosto, rinunciare a volere la botte piena e la moglie ubriaca e orientarci verso soluzioni che, anziché la crescita economica, rendano possibile e sostenibile la decrescita?

 

Autore: Martina Fragale

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