Terre rare: il mondo fa scorta per l’inverno del mercato

Sono diventate risorse strategiche, più critiche del petrolio: l’oro nero è proprietà di un bouquet di bandiere, mentre le terre rare sono monopolio quasi assoluto di un solo Paese, la Cina. E non basta: la Cina detiene il primato anche nell’estrazione e nella trasformazione di questi minerali. Lo sappiamo da anni, ma soltanto ora ci accorgiamo di cosa significa dipendere da un’unica fonte. Abbiamo dichiarato di voler salvare il pianeta imboccando la strada dell’energia pulita e dell’innovazione tecnologica, progettando con euforia un mondo di motori elettrici, pale eoliche, e l’intelligenza artificiale che dovrebbe sostenere il progresso. Tutte applicazioni che contengono terre rare. E per estrarre questi elementi si provoca un impatto ambientale elevatissimo. In sintesi, la transizione ecologica ha molte macchie e un’unica, pesante catena.

Tavola periodica e terre rare | Immagine di Cdang | Wikimedia
Per un pugno di terre

REE: rare-earth elements. Sono 17 elementi chimici della tavola periodica, esattamente la famiglia dei lantanoidi più scandio ed ittrio, chiamati “rari” perché vennero trovati per la prima volta nel 1787 in minerali non comuni nella miniera di di Ytterby in Svezia (da cui il nome di una di esse, Ytterbio). Molti di essi hanno nomi misteriosi, derivati in realtà da divinità greco-romane, come Promezio (da Prometeo), Cerio (da Cerere); dagli scienziati che li hanno scoperti (Samario, Gadolinio); dalle città, come Lutezio (da Lutezia, Parigi in latino), Olmio, (da Olmia, l’antica Stoccolma). E non sono rare perché irreperibili. A dire il vero, si nascondono in tutte le formazioni rocciose del pianeta, ma in concentrazioni più alte in alcuni giacimenti minerari: occorre molta energia per estrarle, ogni miniera ha le sue caratteristiche e richiede un procedimento adeguato.

A cosa servono e perché sono quasi più appetite del petrolio? Hanno svariati utilizzi, tra cui la conversione del greggio in benzina, la colorazione del vetro, le unità mediche per i raggi X. Ma il ruolo chiave lo giocano nell’industria della difesa (droni, laser, radar, missili, satelliti, aerei militari) e nei sistemi di energia rinnovabile, nello specifico i magneti per i veicoli elettrici e i generatori delle turbine eoliche. Guerra e transizione ecologica: i due pilastri della cronaca mondiale.

Secondo la mappatura della United States Geological Survey, fra quantità di recente produzione e quelle già stoccate, oggi a possedere terre rare, in misura inferiore alla Cina, sono Brasile, India, Australia, Russia, Vietnam, Stati Uniti, Groenlandia, Tanzania, Thailandia.

Paesi senza terre: è crisi

Fino al 1948 la maggior quantità di terre rare veniva da India e Brasile; nel 1949 gli scienziati che cercavano uranio per le armi atomiche trovarono per caso a Mountain Pass in California un grande giacimento di REE, e i prezzi di questi elementi salirono insieme alla crescente domanda; tra gli anni ’80 e ’90, la Cina, che già nel 1927 aveva scoperto il più grande forziere di terre rare del pianeta in Mongolia, a Bayan Obo, è diventata il maggior produttore mondiale.

Il momento in cui sono diventate minerali critici lo spiega Sophia Kalantzakosnel in “Terre Rare. La Cina e la Geopolitica dei minerali strategici.” (Bocconi Editore), un libro che racconta dettagliatamente come questi minerali stiano trasformando lo scenario economico e politico mondiale. Settembre 2010: la Repubblica Popolare Cinese blocca le esportazioni in Giappone a causa di un incidente marittimo avvenuto in acque oggetto di contesa, presso le isole Senkaku (per il Giappone) o Dyaoyu (per la Cina). Il Giappone arresta infatti il capitano di un peschereccio cinese, e la Cina risponde con l’embargo dei minerali rari di cui l’antagonista, che fonda la sua economia sull’high tech, è grande acquirente. La Cina viene così accusata di usare le risorse strategiche come ricatto politico e militare. Da allora non molto è cambiato: la Cina controlla tuttora la supply chain, dalla miniera al mercato dell’alta tecnologia. Le principali potenze sembrano prendere coscienza solo ora che occorre valutare nuove strade di approvvigionamento.

E in un mondo in cui la richiesta di terre rare aumenterà fino a sette volte entro il 2040 (dati dell’’Agenzia internazionale per l’energia), la Cina sta progressivamente riducendo l’esportazione dei minerali collegati all’industria sostenibile per rafforzare la sua egemonia, facendo leva sulla corsa alla decarbonizzazione intrapresa dal mondo occidentale. L’ennesimo giro di vite sulla vendita di REE che la Cina ha deciso come risposta all’aumento dei dazi doganali su semiconduttori e veicoli elettrici imposto da Trump, ha innescato una crisi a effetto domino sul mercato mondiale. E i competitor, Stati Uniti, Giappone, Australia e Unione Europea, si stanno mobilitando per trovare disponibilità di terre rare al di fuori del controllo cinese. Pesa tuttavia la mancanza di una cabina di regia che metta d’accordo tutti i concorrenti: la Cina è un avversario ingombrante, e senza una strategia comune sarà difficile svincolarsi.

Meglio tardi che mai

Gli Stati Uniti intendono dimezzare la quota di importazioni cinesi di minerali strategici entro il 2030: per questo Whashington ha siglato una pace economica con Kiev, con la creazione di un Fondo congiunto per investire nelle risorse minerarie ucraine. In pratica, Trump ha ottenuto una prelazione sui diritti di estrazione dei minerali in Ucraina, dove si posizioneranno aziende statunitensi anche se la proprietà del sottosuolo, e l’ultima parola su cosa e dove estrarre, spetterà a Kiev. Trump ora più che mai sollecita il cessate il fuoco Russia-Ucraina: ha molta fretta di inaugurare i suoi cantieri europei. Lo hanno chiamato “accordo sulle terre rare”, anche se di rare-earth elements in Ucraina, ad eccezione di un po’ di scandio, sembra non ce ne siano in quantità rilevante. Mentre è molto più abbondante il titanio, che ha un ruolo chiave nell’industria aerospaziale e militare. Nel mirino di Trump le altre due più vicine riserve di minerali critici, Canada e Groenlandia.

Ma il tempo stringe e bisogna scavare anche in patria: a marzo 2025 è stato emanato l’Executive Order intitolato “Misure immediate per aumentare la produzione mineraria americana”, che dovrebbe accelerare l’approvvigionamento di minerali negli Stati Uniti, semplificando le autorizzazioni per i nuovi progetti di estrazione su cui dovrebbero confluire investimenti pubblici e privati.

Escavatore in azione
Anche gli altri Paesi, come Australia, Giappone, e Unione Europea, che più di tutti punta all’economia green, hanno fatto brainstorming per capire come evitare un futuro distopico dove il paese del Dragone controlla un resto del mondo affamato di minerali per comunicare, spostarsi e difendersi. La diplomazia mineraria è da molti considerata un’opportunità per diversificare la fornitura di terre rare: stabilire partnership internazionali per la ricerca di nuovi giacimenti (ad esempio in India e Kazakistan), investire là dove ci sono più minerali strategici e ottenere una corsia preferenziale di approvvigionamento. Insomma, cercare terre rare in tutte le rocce o fondali marini (è questa l’ultima frontiera) non ancora controllati dalla Cina. E non basta: in ogni Paese occorre accelerare lo sviluppo di impianti di separazione e trasformazione, perché, ricordiamo, la Cina è la prima della classe anche in chimica.

Secondo GEMMA, il database dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, in Italia ci sono 76 miniere, soltanto due delle 34 materie prime critiche individuate dall’Unione Europea, il feldspato e la fluorite. Terre rare? Sembra in minima quantità. La risorsa italiana da coltivare è la tecnologia.

Riciclo e REE-free

L’impatto ambientale della produzione di REE è enorme: per pochi grammi di questi ricercatissimi elementi bisogna scavare molti chili di roccia, danneggiando l’ecosistema e il paesaggio, e per separarli dai minerali si utilizzano gas, acidi, radiazioni, interventi che creano rifiuti altamente tossici che vengono rilasciati nell’acqua e nell’aria. Senza contare l’energia impiegata in ogni passaggio, fino alla produzione dell’oggetto che a fine vita viene scaraventato in una discarica elettronica.

La start up milanese Rarearth estrae le terre rare dai motori elettrici dei veicoli a due ruote, come scooter, biciclette e monopattini, per la produzione di nuovi magneti. Abbiamo già segnalato come ci siano aziende, come la General Computer Italia che riciclano i telefonini, che ricordiamo contengono almeno 1 grammo di terre rare. Le REE conferiscono i colori vividi dello schermo, formano le parti magnetiche del microfono, consentono la vibrazione.

Altre soluzioni: un articolo di Springer Nature punta l’ago della bussola verso le centrali elettriche come potenziali fonti di terre rare, che si potrebbero estrarre dalle ceneri di carbone, stoccate in bacini o discariche malsane che spesso non vengono bonificati.

E il mondo della geologia segnala anche gli scarti delle miniere: tonnellate di terre rare nascoste nella roccia già scavata, senza bisogno di aprire nuovi cantieri di estrazione, ma utilizzando la spazzatura mineraria che viene immagazzinata e dimenticata.

Se fino a qualche anno fa gli ingegneri dell’automotive si adoperavano per progettare motori a basso contenuto di terre rare, ora che la Cina ha stretto il rubinetto commerciale l’obiettivo comune sarebbe eliminare del tutto questi minerali dalla lista delle risorse strategiche. Già nel 2024 il team della Texas A&M University ha cominciato a sviluppare un motore dove ai magneti al neodimio si sostituiscono elementi più sostenibili come il rame, che prima di tutto è più abbondante ed accessibile, e si estrae con un impatto ambientale limitato. E in Italia Green Silence Group, un polo composto dalle aziende Settima Meccanica, Motive e Spin, ha di recente presentato un motore elettrico con magnete privo di metalli critici. Che potrebbe interessare a Elon Musk. I robot a marchio Tesla contengono REE: le restrizioni all’esportazione dei minerali critici rischia di paralizzare l’avanzata di un milione di umanoidi Optimus programmata per il 2030.

Tesla optimus robot | Foto di Phillip Pessar | Flickr

Elon aveva annunciato che entro la fine del 2025 sarebbe avvenuto l’ingresso sul mercato dei primi cyber-operai dalle articolazioni sofisticate che consentono di piegare magliette e maneggiare le uova senza romperle. Una risposta alla mancanza di manodopera negli ambienti dove il lavoro è più ripetitivo o pericoloso, con inevitabile richiamo allo scenario distopico narrato nel film “Io robot” del 2004 (a proposito, il regista Alex Royas in un tweet diretto a Musk ha rivendicato la paternità del design dell’umanoide). Ma proprio a maggio 2025 Mr Musk ha dichiarato che la produzione ha subito una battuta d’arresto, e che sta “lavorando con la Cina per sbloccare la situazione.” Dovrà trovare una soluzione alternativa o sollecitare un miracolo diplomatico, dato che la Cina, terre rare a parte è uno dei principali fornitori di Tesla.

 

Autore: Amelia Vescovi

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