Per la quinta volta, no. A limitare la produzione di plastica, a progettarne un tipo meno impattante sull’ambiente. È stata la risposta dei cosiddetti petrolstati, i Paesi più coinvolti nell’industria dei polimeri che stanno avvelenando il pianeta.

È accaduto durante l’ultimo incontro del Comitato intergovernativo di negoziazione sull’inquinamento da plastica che si è concluso a Ginevra il 15 agosto. È ancora utopia un Trattato sulla plastica che metta d’accordo tutto il pianeta. Il potere dei Paesi che possiedono petrolio, gas e carbone, nell’era dell’energia pulita, dipende ora dal prosperare dell’industria della plastica. Negoziati naufragati come rifiuti, su spiagge di disinteresse.
L’obiettivo dei negoziati era siglare il Trattato sulla plastica, uno strumento internazionale, e giuridicamente vincolante, sull’intero ciclo vitale di questa materia: 183 i Paesi partecipanti con oltre 1400 delegati, insieme ad organizzazioni, ministri e viceministri, scienziati, artisti, ma anche la vox populi degli abitanti di terre sempre più invase dalla plastica, come indigeni di regioni dove i colori della natura sono sbiaditi dall’inquinamento, o raccoglitori di rifiuti che dimorano ai bordi delle discariche. Conclusione: aggiornamento dei colloqui a data da definire, causa mancanza di consenso sul testo già elaborato dal Comitato negoziale intergovernativo (INC) durante la precedente riunione di Busan nel 2024 (Corea del Sud,) che doveva servire come base per lo sviluppo del Trattato.
“Sono stati 10 giorni di dura lotta, sullo sfondo di complessità geopolitiche, sfide economiche e tensioni multilaterali. Tuttavia, una cosa rimane chiara: nonostante queste complessità, tutti i Paesi vogliono chiaramente rimanere al tavolo delle trattative.” ha affermato Inger Andersen, Direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Perché la plastica è un pericolo reale, ma è anche il nuovo Eldorado delle multinazionali dei combustibili fossili.
Alleanze di plastica
Petrolio, gas e carbone: il trio fossile da cui si ricava il 98% della plastica mondiale. Uno dei maggiori produttori di plastica è Sabic, in Arabia Saudita, che la esporta sotto ogni forma e in tutto il mondo, sventolando la bandiera dell’economia circolare e della sostenibilità. L’Arabia Saudita è il Paese che durante i negoziati di Ginevra ha guidato con fermezza il fronte del no alla riduzione della produzione di plastica, a cui si sono allineati altri Paesi fra cui Kuwat, Russia, Iran, Cina.

A Ginevra anche gli Stati Uniti si sono schierati con i petrolstati, dichiarandosi favorevoli a misure esclusivamente su base volontaria, e poi esprimendo contrarietà ai vincoli sugli additivi chimici e alla riduzione obbligatoria della produzione di plastica: prima di Ginevra Donald Trump aveva utilizzato l’infallibile chiave populista, dichiarando che ridurre la produzione avrebbe rubato il lavoro a troppe persone oneste. Di fatto, nessuno di questi stati ha intenzione di stringere il rubinetto dell’industria della plastica, anche perché la transizione alle energie rinnovabili galoppa, stimolando l’oligopolio della CO2 ad implementare l’industria della plastica per mantenere il controllo sul mondo.
Se i gli stati vassalli avranno sempre meno bisogno di benzina, che continuino a riempire il cassonetto dei rifiuti in plastica, questa è la filosofia. Ecco perché a Ginevra erano presenti 230 lobbisty dell’industria petrolchimica, inclusi anche fra gli Osservatori e le Delegazioni: sono stati inviati da aziende che possono pagare biglietti d’aereo e hotel di lusso, mentre i paesi più poveri non sono riusciti a portare un loro portavoce a Ginevra. E nemmeno il settore di vendita al dettaglio e beni di consumo, che si è espresso a favore di un trattato ambizioso, riesce a competere con la petrol-squadra.
La barricata anti-plastica conta oltre 120 Paesi, fra cui Unione Europea, Canada, Regno Unito, molti Stati africani e latinoamericani, le cui richieste sono state accolte distrattamente dai titani del fossile: molti di loro sono stati interrotti perché stavano raccontando “la solita vecchia storia” sull’inquinamento della plastica, e in altre edizioni dei negoziati scienziati e rappresentanti di associazioni sono stati accusati di diffondere allarmismo e notizie false sui danni ad ambiente e salute. E il negoziato si è concentrato quindi sulla produzione e sui rifiuti, trascurando la questione sanitaria.Assenze e deboli presenze
Il fallimento è stato attribuito anche all’assenza dei politici più influenti degli stati che almeno a parole spingono per la stesura di un Trattato: l’Italia ha inviato a Ginevra soltanto funzionari del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; il nostro Gilberto Pichetto Fratin non ha rilasciato commenti sull’esito negativo dei negoziati, e il vice Ministro Vannia Gava si è limitata a dichiarare “Dispiace per l’esito della sessione, anche se era chiaro fin dall’inizio che sarebbe stato un confronto complesso. L’obiettivo deve restare la riduzione della dispersione delle plastiche.” Non si sbilanciano i Governi come il nostro, ancora legati a filo doppio ai serbatoi energetici del blocco gas-petrolifero.
Plastic Free, l’unica associazione italiana presente ai lavori negoziali di Ginevra con status di osservatore ufficiale riconosciuto dall’Unep, ha dichiarato che il compromesso, proposto dagli stati del fossile, di incrementare il riciclo, alla luce degli ultimi numeri sull’inquinamento da plastica è ormai inaccettabile: l’unica soluzione è l’imposizione di un tetto obbligatorio alla produzione di plastica vergine. E non solo: vanno messi al bando i prodotti più pericolosi, i monouso.
La stessa Inger Andersen, che dirige i colloqui sulla plastica, è stata criticata da molte associazioni ambientaliste per la sua mancanza di coraggio e ambizione: prima di Ginevra aveva precisato che la riduzione della produzione si deve riferire solo ai polimeri grezzi per i monouso e gli oggetti di breve durata. “Non vedo pezzi di automobili, ali di aerei e cose del genere galleggiare nell’oceano”, ha affermato, cancellando quindi dall’agenda l’argomento dell’inquinamento in fase di estrazione e produzione. E circa la tassa globale sulla plastica, ha temporeggiato facendo slittare la discussione ai prossimi negoziati.
Trattato paralizzato: e ci sono Paesi che stanno valutando se siglare accordi paralleli soltanto fra chi è disponibile a regole stringenti e vincolanti. Il rischio è la frammentazione normativa, mentre la questione è globale.
Drogati di plastica
La plastica è un grande affare, è indiscutibile. Padrona del nostro quotidiano, la stiamo utilizzando ogni giorno di più. La rivista scientifica The Lancet avvisa: dal 1950 la produzione di plastica è aumentata di oltre 200 volte, entro il 2060 dovrebbe raggiungere più di un miliardo di tonnellate all’anno, ed ora abbiamo 8000 milioni di tonnellate di rifiuti che inquinano il pianeta, di cui meno del 10% viene riciclato.

Le sostanze presenti nella plastica PBA, presente in molte bottiglie, cartoni del latte, e rivestimenti di lattine, possono entrare nel corpo umano attraverso ingestione, inalazione o assorbimento cutaneo, provocando patologie cardiache, ipertensione, obesità, diabete di tipo II, asma, sterilità, e l’esposizione materna può recare danni neurologici al feto. Inoltre, tra le montagne di bottiglie accartocciate nelle discariche ristagnano liquidi che favoriscono la proliferazione di zanzare portatrici di virus e patogeni. Ecco come un materiale da sempre giudicato economico può provocare danni alla salute che si traducono in costi sanitari elevatissimi
Un quadro sconcertante di fronte al quale possiamo scegliere di non prestare fede a studi come questo, confidare che le aziende prima o poi rinuncino all’utilizzo di queste sostanze tossiche, oppure acquistare meno oggetti in plastica e ritornare a bere da bottiglie di vetro, come si faceva prima che l’ingegnere statunitense Nathaniel Wyeth inventasse nel 1973 il contenitore monouso in PET. Quella del vuoto a perdere fu una vera rivoluzione: essendo le bottiglie di plastica più leggere, potevano diventare anche molto grandi e contenere più prodotto, incoraggiando il consumo domestico di bevande di ogni tipo.
L’arte di ricordarlo
Oggi un volume incommensurabile di rifiuti di plastica ha creato un nuovo, desolante continente sintetico che lasciamo in eredità alle generazioni future. Quest’anno davanti la sede dei negoziati è stato installato “The Thinker’s Burden” (Il fardello del pensatore), una scultura alta quasi sei metri, dell’artista canadese Benjamin Von Wong, che reinterpreta “Il pensatore” di Rodin: una figura umana seduta sul pianeta Terra, con in braccio un bambino e bottiglie di plastica, mentre una spirale di DNA collega questi elementi. Dall’inizio dei colloqui l’artista ha ricoperto l’opera con rifiuti raccolti dalle associazioni locali: l’incommensurabile quantità di oggetti impiegati informa che stiamo vivendo uno stato di emergenza. Benjamin Von Wong è specializzato nella progettazione di memento ambientalisti dedicati alla plastica, come ad esempio “The giant plastic tap”, presentato ad Ottawa nel 2021, dove la risposta all’inondazione di rifiuti è una sola: chiudere il rubinetto. Subito.
Anche perché, è sempre opportuno rammentarlo, i rifiuti di plastica sono longevi. Prima o poi tornano a casa: lo testimoniano le mostre itineranti e il museo virtuale Archeoplastica ideati da Enzo Suma, guida naturalistica, che quando termina la stagione balneare setaccia le spiagge alla ricerca di “fossili di plastica”. Il progetto ha preso il via quando Enzo ha trovato tra la sabbia un flacone di spray abbronzante databile agli anni ’60: da allora ha raccolto centinaia di rifiuti vintage, come la “miniball” Eldorado, il detergente per brufoli Topexan, il deodorante UP21, la lacca Libera e Bella, e una famiglia di orsetti di plastica rinvenuti in diverse annate lungo la costa del Salento: dopo un’accurata indagine Suma ha scoperto che si trattava di contenitori di ammorbidente prodotto in Albania negli anni 2000. Fanno meno sorridere le immagini della “galleria degli orrori”, che documentano il degrado delle nostre spiagge e il lavorio incessante del tempo che trasforma i rifiuti in malsani coriandoli.
Autore: Amelia Vescovi












































