Immense riserve d’acqua dolce sotto i fondali oceanici

In un pianeta sempre più assetato la scoperta di immense riserve di acqua dolce sotto i fondali oceanici potrebbe permetterci di affrontare la crescente carenza d’acqua globale. Ora gli esperti stanno valutando costi di estrazione, rischi per l’ambiente e per la salute umana. I primi risultati sono attesi per il 2026 dopo mesi di approfondite analisi di laboratorio.

Foto di Eric S. Taylor | WHOI Graphic Services
57 anni di serendipità ignorata

Molte scoperte scientifiche avvengono mentre si sta cercando qualcos’altro.

Era il 1966 quando fu lanciato il Deep Sea Drilling Project (DSDP), un progetto finanziato dal Governo degli Stati Uniti che prevedeva di trivellare gli alti fondali marini alla ricerca di risorse minerarie. C’erano dentro la National Science Foundation (NSF) lo Scripps Institution of Oceanography (San Diego) e la Global Marine Inc. società esperta in trivellazioni. Ovviamente cercavano petrolio, gas ed altre risorse. Due anni dopo, nel 1968, dalle trivellazioni profonde della Glomar Challenger, la prima nave costruita per questo scopo, risalgono campioni contenenti fluidi intrappolati sotto i sedimenti. Le analisi rivelano che la loro salinità è più bassa rispetto alle acque marine sovrastanti. Gli scienziati iniziano ad ipotizzare l’esistenza di falde acquifere o di riserve di acqua dolce fossile, residuo delle glaciazioni, sotto le piattaforme continentali. Tra gli anni 1990 e 2000, con l’avanzare della tecnologia, soprattutto petrografica i rilevi geofisici indicano che sotto il Mare del Nord e sotto la piattaforma continentale atlantica degli Stati Uniti c’è acqua dolce.

Oltre alla tecnologia c’è un’altra cosa che avanza in quegli anni: la siccità. Dal lontano Darfur al Lago Mead, la più grande riserva di acqua dolce degli Stati Uniti, riserva che alimenta la diga di Hoover e l’irrigazione di immense aree desertiche, si avvertono le prime avvisaglie. Sono gli anni in cui gli USA, malgrado la pressione delle lobby petrolifere, sono ancora capaci di una visione strategica a lungo termine. Sono gli anni, per chi se li ricorda, in cui si pensa di rimorchiare gli iceberg dell’Antartide per portare acqua dolce nella Penisola Arabica. Nel 2019 la Columbia University e la Woods Hole Oceanographic Institution, utilizzando metodi di ricerca sempre più avanzati, confermano la presenza di una consistente riserva d’acqua dolce davanti alle coste del New England, la regione degli Stati Uniti che si affaccia sul Nordatlantico. Nel 2025 la svolta. La Expedition 501 inizia ad esplorare e campionare la riserva.

Expedition 501 | Mappa del sito | New England | Immagine di ECORD/IODP
Acqua dolce in fondo al mare? Sembra un controsenso

Lo sanno bene i nuotatori d’acqua dolce quando si avventurano in mare e viceversa: in acqua dolce ci si sente più pesanti perché è meno densa, quindi più leggera, dell’acqua salata. A parità di temperatura l’acqua dolce dovrebbe risalire verso la superficie mescolandosi durante il tragitto. E viceversa. Ma questa storia ha a che fare con la vita più antica del pianeta. Il sottosuolo del deserto libico per esempio, come quello di tanti altri deserti meno estesi, custodisce grandi riserve di acqua dolce. Molte sono considerate riserve di acqua fossile.

Tra loro le più giovani sono lì da 40 mila anni, le più antiche da forse 1 miliardo. Sono il frutto del dinamismo geologico e climatico del pianeta, che dal continente unico di terre emerse – Pangea – alle innumerevoli glaciazioni ha attraversato fasi così estreme che il guardarle in timelapse ci farebbe spalancare la bocca in un misto di meraviglia e di orrore.

La Expedition 501 scopre che le riserve nascoste sotto i fondali al largo di Nantucket, Martha Vineyard, Cape Cod e altre località del New England cantate da Melville e altri scrittori, contengono una quantità immensa d’acqua dolce. Dal New Jersey al Maine, sotto i fondali oceanici ci sarebbe tanta acqua dolce quanta ne consuma lo Stato di New York in 800 anni. Secondo l’ONU nei prossimi 5 anni la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% la disponibilità. L’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico farà arretrare e contaminare da acqua salmastra le faglie acquifere in prossimità delle coste.

Scienziate a bordo della Liftboat Robert | Foto di RADEMAKER@ECORD_IODP3_NSF
Le donne a bordo non portano sfortuna

Fino ad almeno 20 anni fa questa antica superstizione la trovavi ancora annidata nelle battute. Una superstizione in piedi da secoli ma che originariamente non aveva nulla a che fare con le streghe. Aveva a che fare con le rivalità tra maschi nel loro intento di esercitare il controllo sulle donne a bordo. La Storia della pirateria ci racconta di un numero consistente di donne pirata, anche musulmane. Quasi tutte comandanti, ovviamente.

Il sito di Expedition 501 si preoccupa di confermare che è solo una superstizione. Non ci è dato a sapere quanto lo faccia scherzando o per scongiurare una certa regressione dei costumi al XVII secolo. Intanto fornisce un elenco di ammutinamenti e altre disgrazie accadute proprio perché non c’erano donne a bordo. Tutto ciò per esaltare il fatto che la spedizione è a maggioranza femminile. Acqua, direte voi, acqua dolce che è vita sulle terre emerse. Simbolismi e cosmogonie, almeno in questo caso, si allineano con i risultati. Il 19 maggio 2025 a bordo della Liftboat Robert, una nave precedentemente adibita all’assistenza di compagnie petrolifere e parchi eolici, preleva campioni d’acqua al di sotto del fondale marino con una salinità di sole 4 parti per mille, mentre quella dell’oceano sovrastante è del 35 per mille. Il campione sarebbe ancora troppo salato per soddisfare lo standard degli Stati Uniti per le acque dolci, le quali devono avere una salinità al di sotto di 1 parte per mille, ma la scoperta è entusiasmante:

“Quattro parti per mille è stato un momento eureka”

  • Brandon Dugan co-capo progetto, Colorado School of Mining

 

Il risultato suggerisce che la riserva d’acqua deve essere stata in passato collegata a un sistema terrestre, o forse lo è ancora. Continuano carotaggi, perforazioni ed esplorazioni, finché non estraggono campioni con salinità inferiore a 1 parte per mille. Bingo.

Il team scentifico a bordo della Liftboat Robert | Foto di EVEREST@ECORD_IODP3_NSF
Non è potabile finché non te lo dico io

Sembra la frase pronunciata da un tipico sergente da film ma è l’atteggiamento dei ricercatori: “finché non conduciamo le analisi su quest’acqua fate conto che non esiste”. In questo momento stanno analizzando 50.000 litri (13.209 galloni) d’acqua prelevata sotto i fondali in laboratori sparsi in tutto il mondo. Al progetto partecipano anche enti europei come l’ECORD, European Consortium Ocean Research Drillg. Si tratta di stabilire in primis se quell’acqua è sicura per il consumo umano. Non è un compito facile:

“Questo è un nuovo ambiente che non è mai stato studiato prima. L’acqua può contenere minerali dannosi per la salute umana poiché è filtrata attraverso strati di sedimenti. Tuttavia, il processo è simile a quello che forma le falde acquifere terrestri e che usiamo per l’acqua dolce, e quelle in genere hanno una qualità molto elevata”

Jocelyne Di Ruggiero, Johns Hopkins University – ecologia microbica degli ambienti estremi.

Questa è solo una delle preoccupazioni dei ricercatori. L’altra è scoprire se le riserve d’acqua marina siano rinnovabili o meno. È acqua fossile? Ovvero intrappolata nel sottosuolo da tempi immemorabili o è acqua che proviene da falde acquifere che scorrono nel sottosuolo degli abissi? Dopo sei mesi di analisi di laboratorio, tutti i team scientifici della Expedition 501 si incontreranno in Germania per un mese per trovare indicazioni sull’età e l’origine dell’acqua. Difficile stabilire a priori quale delle due alternative sia la più gradita. L’acqua fossile non è rinnovabile. Ma lo sfruttamento in profondità di una fonte rinnovabile potrebbe causare il dissesto delle falde acquifere in superficie. Le analisi al carbonio 14 e altre ancora ci daranno una risposta. L’altra domanda, forse la più importante di tutte è: quanto ci costerà portarla in superficie?  

“Nihil volentibus arduum”

Nulla è difficile a chi vuole, dicevano i Romani, ma siamo nei tempi dove tutto è ridotto ad un conto profitti e perdite, a strategie pubbliche e private che programmano tutto sull’aspettativa di vita di un moscerino, la volontà e il sogno contano sempre meno. Nel 2018 durante una ‘sorprendente’ siccità durata tre anni Città del Capo in Sudafrica, ed i suoi 5 milioni di abitanti, sono stati sull’orlo di rimanere senza acqua. Ora sembra che il Sudafrica ospiti vasti giacimenti d’acqua dolce sottomarini e, secondo gli scienziati, ogni continente potrebbe essere nella stessa situazione. Compresa l’Australia, dove una gestione a dir poco superficiale della privatizzazione delle scarsissime acque ha messo in crisi coltivatori ed interi insediamenti civili.

Expedition 501, una collaborazione scientifica finanziata con 25 milioni di dollari da più di 12 paesi è sostenuta dalla National Science Foundation del governo degli Stati Uniti e dal Consorzio europeo per la perforazione di ricerche oceaniche.

I fondi statunitensi sono stati erogati prima dei tagli di bilancio richiesti dall’amministrazione Trump.

Lo stigmatizzano Associated Press e portavoce di Expedition 501. E quindi anche noi.

 

Autore: Claudio Di Manao

 

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