Non più di dieci anni fa alcuni guru dell’economia e del marketing, dei divulgatori di ‘visioni’ erudivano ricche audience a suon di conferenze ben retribuite su come il cambiamento climatico sarebbe stato portatore di nuove opportunità.

Le zone in via di desertificazione, annunciavano i guru, grazie a manodopera a basso costo si sarebbero trasformate in hub industriali mentre l’Europa e l’America del Nord in territori agricoli hi-tech sempre più produttivi. Non avevano fatto i conti con l’effetto del clima sulla Corrente del Golfo, per ora chiamiamola così. La
La Royal Navy, la Marina Reale Britannica, aveva notato già nel 1996, da bordo dei suoi sottomarini, i primi segni di rallentamento. Un recente studio lancia l’allarme: la Corrente del Golfo sta collassando e il collasso avverrà prima di quanto previsto: tra il 2037 e il 2064. Non sono date campate in aria, vengono da modelli matematici. Insomma, il lungo viaggio della Corrente, almeno da quanto affermano la maggior parte degli studi, potrebbe finire con il XXI secolo, il nostro.
La scoperta della Corrente del Golfo
Hemingway la descriveva come una massa scura, che è tipico delle acque profonde, eternamente in moto: un segno dell’inquietudine imperscrutabile del mare. Meno poeticamente gli scienziati la vedono come una sorta di motore termico. Le prime osservazioni sulla Corrente del Golfo si devono all’esploratore spagnolo Juan Ponce de León, che nel 1513 scoprì che esisteva una sorta di nastro trasportatore.
“Una corrente tale che, nonostante il vento forte, non potevano procedere in avanti, ma solo all’indietro, e sembrava che stessimo avanzando sull’acqua. Alla fine, si capì che la corrente era più potente del vento”.
Dal diario di bordo – 22 aprile 1513
Fu però Benjamin Franklin, politico e presidente degli Stati Uniti nonché inventore (si deve a lui l’invenzione del parafulmine tra le tante) a sondare per primo la portata della Corrente.

Nel XVIII secolo, epoca di Franklin e di Newton, gli effetti della Corrente sul clima dell’Europa settentrionale non erano ancora ben chiari, ma la mappa che Franklin disegnò di un grande fiume che corre verso Nord-Est lungo le coste atlantiche americane favorì l’attività cui tutti, dagli Inglesi agli Americani, tenevano di più: la pianificazione delle rotte commerciali. Benjamin Franklin fu anche tra i primi a scoprire che ad ogni corrente superficiale corrispondeva una corrente profonda che viaggiava in direzione opposta.
Non si dovette aspettare molto per capire che quella enorme massa d’acqua surriscaldatasi nell’Atlantico tropicale e poi nel Golfo del Messico permetteva alla Scandinavia e alle Isole Britanniche di ospitare natura e paesaggi diversi e più vivibili di quelli della Groenlandia, dove la Corrente inizia ad affondare. Con il tempo gli scienziati scoprirono che la Corrente del Golfo faceva parte del Grande Nastro Trasportatore, o Circolazione Termoalina, la circolazione delle correnti oceaniche alle quali contribuisce per il 50%. La Corrente del Golfo era solo la parte superficiale di un sistema complesso che gli scienziati chiamarono AMOC: Atlantic Meridional Overturning Circulation, ovvero Capovolgimento Meridionale della Circolazione Atlantica.
AMOC: anatomia di un fenomeno complesso
Cominciò a svilupparsi 34 milioni di anni fa, poco dopo che l’Oceano Atlantico smise di essere un mare chiuso. Alla sua formazione contribuirono gli alisei che, per effetto della rotazione della Terra, alle latitudini più basse spirano verso Ovest, mentre a quelle più alte diventano venti di ponente. I navigatori portoghesi avevano intuito il meccanismo da tempo e Colombo usò questa sorta di orologio, che nell’emisfero Nord gira in senso orario, per andare e tornare dalla Spagna alle Americhe e viceversa.

Questi venti tropicali sospingono una enorme massa d’acqua nel Golfo del Messico, dove continua a scaldarsi, per uscire all’altezza delle Florida Keys, lambire le Bahamas, Bermuda, e continuare il suo viaggio con rotta Nord-Est, lungo la costa orientale americana. Durante tutto il tragitto, per via dell’evaporazione, la Corrente diventa sempre più salina e densa, ma non affonda. Al di sotto scorre un’altra corrente, in direzione contraria, meno salina ma molto più densa per via della sua temperatura assai più bassa. Superate le coste del Labrador, s’infila tra la Groenlandia e la Scozia, dove inizia a raffreddarsi. In quel punto interviene una dorsale sottomarina, la Greenlan-Scotland Ridge, che mette in contatto acque profonde e superficiali creando una immensa cascata sottomarina. A quel punto la corrente superficiale si disperde e affonda per poi intraprendere un viaggio in profondità ma a ritroso. Secondo un buon numero di studi attendibili in alcuni punti la AMOC ha perso dal 70 al 75% di forza.
Per quanto l’influsso negativo delle alte temperature possa sembrare paradossale, su quello che per molti aspetti assomiglia ad un motore termico, il meccanismo di un eventuale collasso è relativamente semplice. Le precipitazioni sempre più intense e il massiccio scioglimento dei ghiacci, soprattutto groenlandesi, aggiungono acqua dolce sempre più fredda alla corrente di superficie alterandone direzione e densità. Il suo rallentamento, come è stato osservato, può causare innalzamento dei livelli medi di marea lungo le coste del New England e parte del Labrador, mentre una sua ‘frenata’ (collasso) farebbe salire il livello del mare di parecchi metri lungo quelle coste, con conseguenze catastrofiche anche per New York. Inoltre, secondo gli esperti, dal punto di vista climatico non comporterebbe soltanto il raffreddamento dell’Europa settentrionale e delle coste nordorientali americane. In mancanza di una corrente di ritorno fredda le temperature lungo le coste dell’Africa Occidentale aumenterebbero notevolmente contribuendo alla desertificazione delle poche aree coltivate e al brutale riscaldamento dell’emisfero sud.
Tante ipotesi e un tassello mancante
Come anticipato in questo articolo la maggior parte degli scienziati – e degli studi effettuati – concorda che nell’attuale condizione climatica lo shutdown della AMOC avverrà al massimo alla fine di questo secolo o nei primissimi anni del XXII. I segni di un suo indebolimento aumentano la loro portata ogni decennio. Dal 2002 ad oggi la Groenlandia ha perso 5.900 miliardi di tonnellate (gigatonnellate) di ghiaccio. Una quantità paragonabile ad una coltre di ghiaccio spessa 20 metri sulla superficie dell’Italia. Peter Ditlevsen, professore e ricercatore di fisica teorica dell’Università di Copenaghen, ha pubblicato su Nature uno studio piuttosto allarmante. Autore di modelli matematici, il prof. Ditlevsen ha inserito il trend previsto di riscaldamento climatico in più simulazioni per ottenere delle prospettive.
I risultati indicano una finestra temporale precisa dell’evento: 2037 e 2064. Altri studi, simulazioni e proiezioni sostengono che durante la metà di questo secolo la probabilità di collasso della AMOC sarà intorno al 50%. Purtroppo, sulle dinamiche causa-effetto tra precedenti glaciazioni e shut-down della AMOC manca un dettaglio non da poco. Tra paleoclimatologi e paloeoceanografi, ovvero degli studiosi che si occupano di investigare il passato profondo del clima e degli oceani terrestri, non c’è consenso su causa-effetto. Per quanto i dati raccolti sul paleoclima e sulla AMOC durante le glaciazioni siano numerosi, alcuni scienziati sostengono che la corrente si sia fermata a seguito delle glaciazioni, altri invece che le glaciazioni siano state causate da uno shutdown della AMOC.
Molti scienziati semplicemente sostengono che non siamo in grado di stabilire con certezza gli effetti di un collasso. Questo approccio sembra riguardare di più la epistemologia, la filosofia della scienza, ma è cruciale. Inoltre i numeri, in questo caso le date, sono stati prodotti con approcci e modelli diversi. Possiamo parlare di teorie diverse sullo stesso fenomeno formulate da osservatori diversi con strumenti diversi. Queste previsioni sembrano coerenti solo nell’indicare la fine del nostro secolo come fine del viaggio della Corrente del Golfo. Il punto di non ritorno? Non c’è accordo su questo. Qualcuno osserva che è stato già superato.
La crisi climatica, e le sue cause antropiche, è l’unico dato di fatto ormai accettato dall’intera comunità scientifica con un 98% di consensi. Speriamo di non dover scoprire troppo tardi, come è successo con il clima, che alcuni scienziati definiti allarmisti non si sbagliavano affatto. L’emergenza climatica è qui, adesso e va affrontata. La guerra in Ucraina, a Gaza, i deliri di Trump e tutto il resto non l’hanno fermata. Anzi. L’hanno solo resa meno visibile. E per questo motivo ancora più insidiosa.
Autore: Claudio Di Manao
- https://www.esa.int/SPECIALS/Eduspace_Weather_IT/SEMMHUN18IH_0.html
- https://tos.org/oceanography/article/interactions-between-the-arctic-mediterranean-and-the-atlantic-meridional-overturning-circulation-a-review
- https://www.imperialecowatch.com/2016/01/19/ernest-hemingway-la-corrente-del-golfo/
- https://theconversation.com/meltwater-from-greenland-and-the-arctic-is-weakening-ocean-circulation-speeding-up-warming-down-south-238302
- https://svs.gsfc.nasa.gov/31156
- https://www.nature.com/articles/s41467-023-39810-w
- https://www.sciencedaily.com/releases/2025/06/250620222140.htm


















































