I semi del futuro

L’altro giorno in libreria mi è capitato fra le mani un libro che avevo letto qualche anno fa. Erano i primi anni che mi avvicinavo al mondo della nutrizione e trovai molto interessante questa lettura. Mi sembrava scritto con l’anima e pieno di spunti di riflessione. E’ stato ripubblicato in una nuova edizione nel 2008. Si tratta de “I semi del futuro” di Sergio Maria Francardo. L’autore è un medico nutrizionista, convinto sostenitore dell’importanza della qualità dell’alimentazione come mezzo di prevenzione per le malattie.

È membro del Comitato tecnico-scientifico di medicina complementare della Regione Lombardia. L’uomo – sostiene Francardo – possiede un istinto alimentare che lo aiuta ad orientarsi su cosa, come e quanto mangiare. Questo istinto, molto sviluppato nelle popolazioni primitive, è andato quasi perduto nell’uomo cosiddetto civilizzato che si affida sempre più alla scienza e alle sue teorie. L’industria alimentare moderna si basa sul concetto che la scienza può migliorare ciò che fino ad oggi l’uomo ha ottenuto dalla natura. Questo anche tramite studi genetici su animali e piante e su prodotti chimici quali diserbanti, insetticidi, concimi.

Secondo l’autore questa selezione, non essendo del tutto naturale, comporta delle ripercussioni non solo a livello ambientale, ma anche per la salute dell’uomo. Il tema di fondo del libro è che la scienza non dovrebbe solo constatare gli effetti di ciò che produce tramite le sue applicazioni tecniche, ma anche cercare di prevederli. Si sofferma sullo sfruttamento industriale degli animali (vedi il caso mucca pazza) in cui si è fatto l’errore di considerare la mucca, la vacca, il bue come bioreattori, cioè produttori di sostanze come il latte, la carne, senza considerare che sono esseri viventi.
E’ un libro che si rivolge a studenti ed educatori, consumatori e agricoltori, scienziati e medici, cioè a tutti coloro che siano interessati a comprendere che cosa sono i cibi transgenici e i loro possibili effetti sulla salute nostra, della società e della terra. Ed è proprio sui cibi transgenici che Francardo punta il dito accusando le multinazionali occidentali di essersi appropriate di organismi viventi brevettando varietà tradizionali (spesso originarie del Terzo Mondo) nelle quali hanno inserito geni animali. Gli scienziati, per esempio, hanno prelevato il gene “anticongelante” dalla passera nera, un pesce, e l’hanno inserito nel codice genetico dei pomodori con lo scopo di proteggerli dai danni provocati dal gelo.

Andrebbe esaminata sotto un’altra luce, secondo lui, anche la tesi secondo la quale con le tecniche transgeniche applicate ad alcune piante si potrebbero aiutare le popolazioni bisognose a risolvere il problema della fame. Infatti, non bisogna dimenticare che queste piante hanno caratteristiche inadatte alle condizioni ambientali dei paesi in via di sviluppo. Questo perché, oltre a dover essere coltivate su vaste aree, richiedono diserbanti, attrezzature meccaniche specifiche per la lavorazione del terreno, la semina e la raccolta. Tutto ciò comporta spesso un indebitamento dei contadini più poveri che devono far fronte a queste esigenze con grandi risorse finanziarie. Francardo cita la celebre ambientalista indiana Vandana Shiva, fisico nucleare e filosofa della scienza, impegnata nella difesa dei popoli più poveri. Vandana spiega come sotto la spinta di grandi corporations, che promettevano ottimi profitti, i contadini della zona di Warangal, in India, abbiano convertito le loro produzioni alimentari in campi di cotone.

Il risultato è stato che questi contadini sono diventati più poveri di prima. Infatti, con il nuovo sistema produttivo sono finiti in un circolo vizioso: il seme ibrido deve essere riacquistato ogni anno dalla ditta sementiera al prezzo stabilito da quest’ultima (spesso più alto di un seme “normale”) e la coltivazione richiede un sempre maggiore uso di pesticidi (nel Warangal in dieci anni il loro uso è aumentato del duemila per cento), con il conseguente indebitamento sempre maggiore del contadino.
Vandana Shiva è una donna straordinaria, il cui impegno nella difesa della biodiversità si unisce alla lotta contro i diritti della proprietà intellettuale. E’ stata insignita del Right Livelihood Award e del premio Nobel alternativo per la pace. Nel 1991 Vandana Shiva ha fondato Navdanya, un movimento per proteggere la diversità e l’integrità delle risorse viventi, specialmente dei semi autoctoni (native seeds) in via di estinzione a causa della diffusione delle coltivazioni industriali: “Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra – è il messaggio che porta Vandana Schiva nel mondo – un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte”.

Nella visione di Vandana Shiva, la riproduzione femminile e la riproduzione agricola sono due processi vitali che hanno la stessa capacità di sottrarsi e di resistere alla mercificazione. La possibilità delle donne di concepire e la possibilità dei semi di autogenerarsi sono entrambi processi naturali gratuiti, dove la legge del mercato è stata costretta a fermarsi. Ma “come le donne sono state lentamente espropriate, attraverso la scienza maschile occidentale del loro corpo e del sapere sul loro corpo – sostiene Vandana Shiva – così i contadini vengono espropriati del sapere sui loro semi”.
Concluderei con una frase di Francardo che credo sia emblematica: “La scienza moderna, con le sue grandi scoperte e le sue formidabili applicazioni, ci stimola al diritto-dovere di ampliare le nostre forze cognitive, ma ancor più quelle morali, per orientare i nostri pensieri e le nostre azioni ad un orizzonte che guardi oltre le nostre necessità immediate. Pensare alle condizioni in cui lasceremo la Terra è un compito irrinunciabile, pensare al futuro significa rendere degno il presente”.

Link per approfondire:

http://www.ilgiardinodeilibri.it/autori/_sergio_maria_francardo.php
http://www.navdanya.org/

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