Ho viaggiato nelle ultime settimane con lo sfondo della montagna sacra, il Gunung Agung, il vulcano di 3014 metri che torreggia sulle colline nella parte nord orientale di Bali.Creduto ormai spento nel 1963 sorprese tutti con un’attività devastante che durò 6 mesi e uccise 2000 persone inghiottendo nella lava interi villaggi e campi coltivati. Mi è stato vicino mentre guidavo da sola verso Tulamben, sulla costa, l’ho usato come punto di riferimento per orientarmi considerato che qui a Bali non esiste il navigatore satellitare.
Ho tirato fuori di nuove le carte stradali e la buona vecchia abitudine di fermarmi lungo il ciglio della strada per chiedere la direzione.Fossi a Los Angeles mi sarei già persa ma qui a Bali ci sono 5 strade principali e una sola che costeggia il mare. Perdersi è veramente difficile.Quello che mi spaventava guidando era la possibilità di un frontale con un camion carico di bombole di gas o con un motorino su cui viaggiano intere famiglie, tutti aggrappati insieme sul sellino, tutti giovanissimi. Che costo potrebbe avere, in caso d’incidente mortale, risarcire le loro famiglie? Senza contare il tempo che dovrei passare con la polizia e con tutto il villaggio per espiare la colpa. Avrebbero accettato uno scambio con un bambino italiano? Avrei forse dovuto cedere uno dei miei nipoti? Proiezioni tra me e me che mi hanno consigliato di rallentare e non superare nessun autobus alla cieca.
Il viaggio da Sidemen (sulle colline tra le risaie) verso la costa è stata anche un’occasione per riflettere perché viaggio da sola; sarebbe molto più comodo e carino avere qualcuno sul sedile accanto con il quale scambiare due chiacchiere e delegarlo a tirare giù il finestrino per chiedere informazioni.
Ho viaggiato con molti tipi di compagni: quello che mi teneva il muso perché mi alzavo dal letto presto per andare a fotografare; quello che m’impediva di mangiare dai venditori sulla strada; quello che disinfettava qualsiasi superficie; quello che stava al telefono con la segretaria in Italia; quello che ama a malapena la gente. A volte è meglio viaggiare da soli per non disturbare con le proprie manie l’altro.
Ho lasciato a Londra una vita sociale chiusa, soffocante. L’ultima volta che sono andata a un pranzo, con mia sorpresa ho dovuto stringere la mano a Tony Blair. La padrona di casa oltretutto mi aveva messo a sedere accanto a Maurice Saatchi, uno dei due fratelli collezionisti d’arte inglesi, che aveva perso da poco sua moglie. A stento ho trovato qualcosa di simpatico da dire perché dietro a un miliardario c’è sempre un uomo con un ego fortissimo fasciato in una vita grassa, impermeabile agli altri. Era risentito con Dio per avergli portato via la moglie con un tumore, non riusciva a perdonarlo.Quanto a Tony Blair è l’ultima delle persone che voglio incontrare socialmente perché è imbarazzante avendo partecipato a tutte le manifestazioni contro Blair the Liar organizzate da Stop the War a Londra negli ultimi anni.
Non vorrei rinunciare a viaggiare. Se non lo faccio in compagnia perché le mie amiche sono troppo impaurite per i disagi, lo faccio da sola.Ho bisogno di calarmi in panorami diversi, di perdermi, di fondermi (fusa è corretto). Ho bisogno di assorbire tutti questi sorrisi che mi regalano i balinesi quando mi fermo per chiedergli la direzione. In parte bilanciano la ruvidezza e maleducazione dei rapporti che sopportiamo nella grande città del grande paese con una forte cultura economica.
Sarà il caldo ma ho visto tante persone allungarsi sulle stuoie e rotolare dentro sieste infinite. L’unico che si concede una siesta nell’emisfero europeo è il gatto, per gli altri è diventato peccato mortale. Non c’è questo grave bisogno di produrre a tutti i costi qui.
Esiste una realtà rurale che avevo letto solo sugli atlanti Geografici degli anni 60. Preparano la terra delle risaie arando con una coppia di buoi, piantano, raccolgono, vendono anatre e maiali, spennano galline, seccano il riso e i peperoncini sulle stuoie ai bordi delle strade, trasportano balle di erba per gli animali sui motorini, tengono in bilico sulla testa fasci di legna, di erba e cesti pieni di frutta. Delle volte mi domando se sogno, se sono veri o una finzione Truman show costruita per i turisti.
Sono arrivata a Tulamben felice di essere al mare. Dall’ultima volta l’ho trovata molto più costruita. C’è un centro Diving ogni 50 metri sulla strada principale. Qui arrivano solo subacquei. Le immersioni in questa zona sono chiamate Muck Diving, è un’immersione su fondale sedimentoso. Non vieni ad ammirare la barriera corallina, vieni a cercare lumache colorate (nudibranchi) e piccoli organismi in una distesa di sabbia e poche formazioni di corallo, per massima parte artificiale. Costruzioni in ferro che piano piano sono state colonizzate dai coralli e dalla catena alimentare. La più grande colonizzazione è quella sul relitto del Liberty. La storia racconta che il Liberty, nel 1942, proveniente dall’Australia carica di materiale bellico per gli alleati fu colpita da un torpedo giapponese. Due navi americane che scortavano il convoglio di navi cercarono di trainarla fino al porto di Singaraja per farla riparare ma la falla della nave era troppo grande e fu spiaggiata a Tulamben.
Oggi, il Liberty, è un grande, solido scheletro di ruggine sul quale i coralli hanno affondato le radici, e ogni forma di vita trova riparo da una corrente violenta ma ricca di plancton.





















































































