L’accordo di Copenaghen e l’importanza di condividere il cielo

Il summit di Copenaghen si è concluso alle 15:28 di sabato 19 Dicembre con un tour de force che ha visto impegnati i rappresentanti delle più grandi potenze mondiali ben oltre la chiusura ufficiale dell’evento pianificata per la sera del giorno prima. Una nottata piena di incontri bilaterali, conferenze stampa, abbandoni e riconciliazioni che hanno portato alla creazione di un documento unico che dovrebbe definire le linee guida della politica ambientale di tutti gli stati del mondo da qui al 2020, o per lo meno in attesa di un nuovo protocollo.

Sì, perché, il documento redatto non ha valore vincolante, è deludente dal punto di vista delle aspettative e non contempla reali obiettivi o limiti di tempo per una sempre meno misurabile riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

La bozza dell’accordo redatto da Cina e Stati Uniti e firmato anche da India e Sud Africa ha vinto su tutte le opposizioni; anche i paesi che stanno già pagando per i danni del riscaldamento globale, come Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Costarica si sono visti costretti a firmare in quanto, trattandosi di una risoluzione ONU, era necessaria l’unanimità per salvare quel poco di buono che si era riuscito a costruire.

Ma cosa prevede l’accordo? Il documento è un elaborato di tre pagine con dodici punti essenziali che si sviluppano intorno alle tre tematiche principali: l’imposizione di un tetto per il riscaldamento del pianeta; la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e gli impegni finanziari per aiutare i paesi in via di sviluppo. Si è poi sottolineata l’importanza di un incontro tra sei mesi come tappa intermedia per il prossimo summit che avrà luogo a Città del Messico a fine 2010.

Per quanto riguarda gli impegni finanziari, si deve ammettere che sono state fornite cifre concrete per i finanziamenti ai paesi poveri allo scopo di assisterli nello sviluppo delle nuove tecnologie. Si tratta di un pacchetto di 100 miliardi di dollari entro il 2020. Da qui al 2012 l’impegno sarà di 30 miliardi di cui 10,6 dall’UE e 3,6 provenienti dalle casse statunitensi.

Nessuna cifra concreta è stata fissata, invece, per le riduzioni delle emissioni di CO2. È stato solo richiesto ai paesi industrializzati di individuare entro la fine di Gennaio i propri obiettivi per il 2020. E’ uno dei punti più contestati da parte di ambientalisti e paesi del Sud del mondo; era stata richiesta da più parti una riduzione delle emissioni dei paesi ricchi al 30% entro il 2020 rispetto al 20% fissato dall’Ue.

Grande tensione ha causato invece l’imposizione del limite di un aumento delle temperature medie di due gradi (rispetto ai livelli preindustriali) da qui al 2050. Lo stato delle Maldive e altri stati africani avevano proposto un limite massimo di 1,5 gradi. La loro posizione era chiara: un incremento delle temperature medie globali di due gradi Celsius si tradurrà in Africa in un aumento reale di 3-3,5 gradi. Ciò significa, secondo quanto afferma la Pan African Climate Justice Alliance, che altri 55 milioni di persone andranno incontro a carestie e che la penuria d’acqua potrebbe colpire tra i 350 e i 600 milioni di persone in più.

Il vertice di Copenaghen aveva lasciato intravedere la possibilità di sostituire Kyoto con nuovo trattato, più flessibile e soprattutto diverso che avrebbe evitato agli USA l’imbarazzo di dover rientrare nel vecchio trattato rifiutato nel 2001. A tale scopo stava lavorando da due anni un gruppo di scienziati formato da rappresentanti di tutti i paesi del mondo che ha presentato durante il summit una bozza da completare con l’inserimento di target di riduzione e con le cifre dei finanziamenti; ma Stati Uniti e Cina hanno preferito l’accordo politico di facciata che rimanda le soluzioni ai governi futuri.

Matthew Stilwell dell’Institute for Governance and Sustainable Development (uno degli organi di consulenza più influenti del summit), è convinto che i negoziati non abbiano riguardato la possibilità di arrestare il cambiamento climatico ma siano stati una battaglia indiretta per accaparrarsi una risorsa inestimabile: il diritto di avere un cielo. Esiste una quantità limitata di anidride carbonica che è possibile immettere nell’atmosfera. I paesi ricchi hanno messo le mani anche sulla parte di cielo già insufficiente per il sud del pianeta e hanno pensato di poter rimediare al torto inviando denaro al sud del mondo, evitando per l’ennesima volta di affrontare i problemi ormai urgenti del pianeta.

Con tutti i suoi limiti, comunque, l’accordo di Copenaghen è il primo reale passo del 21° secolo per combattere il cambiamento climatico: si è posta come centrale la questione della Cina che pur essendo destinata a diventare la seconda potenza mondiale è ancora caratterizzata da una profonda povertà dalla quale vuole liberarsi puntando a un continuo e veloce sviluppo. Importanti passi avanti sono stati fatti anche nella protezione delle foreste equatoriali. Un piano in passato escluso da Kyoto intitolato REDD (emissioni ridotte da deforestazione e degradazione) e che prevede finanziamenti per la protezione delle foreste equatoriali, è stato incluso nell’accordo e sarà uno dei punti di partenza per il prossimo incontro delle parti.

Un piccolo passo ma, per fortuna nella direzione giusta: fermare la deforestazione è, in effetti, una via economica e veloce per ridurre le emissioni e proteggere alcuni tra i più importanti habitat del pianeta.

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