Emergenza energetica in Venezuela: se il maltempo paralizza un Paese

Non si capisce appieno il significato dell’espressione “razionamento di cibo” finché non si osservano le foto delle riserve alimentari a disposizione di molte persone che abitano in Venezuela: un sacchetto di riso, qualche spezia e una lattina (come nel caso di Antonia Torres) oppure, in casi particolarmente fortunati, qualche uova, peperoncino, un panino e una bottiglia di olio (Mirella Rivero e suo figlio Josè); famiglie più numerose possono contare su più pacchi di riso, olio, qualche verdura e legumi, un po’ di sale e zucchero. Poca carne e affettati in giro.

Anche il razionamento elettrico non è uno scherzo: in tutte le case del Venezuela molte famiglie sono costrette a ricorrere all’uso di candele. Al buio si cucina, si mangia, si fanno i compiti, si lavora, specialmente nei sobborghi e nei centri fuori la capitale Caracas. E le scorte alimentari si avariano nei frigoriferi di case e negozi.

Centrale idroelettrica Simón Bolívar | Venezuela | Foto di Warairarepano&Guaicaipuro | Wikimedia

La causa? La siccità portata in tutto il Sudamerica dal fenomeno El Niño, che con il suo riscaldamento anomalo ha prodotto il prosciugamento della diga Simón Bolívar di Guri, che fornisce il 70% dell’energia del Venezuela, e di conseguenza la disposizione di tutta una serie di misure emergenziali per impedire il black-out totale del Paese, tra cui: la sospensione dell’erogazione di acqua ed elettricità per quattro ore al giorno nei 10 stati più popolosi e industrializzati (eccetto a Caracas, ospedali e aeroporti), orario lavorativo ridotto a due giorni a settimana per i quasi 3 milioni di dipendenti pubblici (eccetto quelli di ospedali e supermercati di Stato) e centri commerciali e industrie con orario di apertura ridotto e con obbligo di generare da sé la propria energia per almeno 9 ore al giorno. Maduro ha addirittura invitato le signore a non usare l’asciugacapelli.

Proteste a Maracaibo | Venezuela | Foto di María Alejandra Mora (SoyMAM) | Wikimedia

Proteste, saccheggi, atti di vandalismo e repressione, dentro e intorno alla capitale e nella seconda città più grande del paese, Maracaibo, sono scoppiati in reazione all’annuncio delle nuove misure eccezionali, contro i black-out e la continua carenza di cibo e medicine. Nella sola Maracaibo sono state arrestate 121 persone. I manifestanti hanno proclamato: “Vogliamo il cibo”. Le fotografie pubblicate su Twitter mostrano supermercati e farmacie con le finestre in frantumi a Maracaibo. “Noi stiamo protestando perché non abbiamo da mangiare, non abbiamo servizi, ci stanno razionando l’elettricità e la tolgono a noi per darla a Caracas, la capitale”, lamenta una donna. Sotto accusa il governo, ritenuto colpevole di non aver investito abbastanza nella rete elettrica per soddisfare la domanda.

La scarsità da quasi un anno dei beni di prima necessità come caffè, farina, mais, zucchero, carta igienica, sapone e di numerosi farmaci addirittura negli ospedali è in realtà cronica a causa della crisi economica e valutaria (il Venezuela importa tutto, generi alimentari compresi) dovuta al crollo  del prezzo del petrolio, su cui si basa l’economia del Paese.

Molte famiglie venezuelane fanno fatica a mettere insieme un pasto completo e bilanciato. Un sondaggio condotto da alcuni istituti universitari ha rilevato che l’87% degli intervistati riceve uno stipendio insufficiente a  comprare abbastanza cibo per sfamare la propria famiglia. “Con i soldi che ci bastavano per colazione, pranzo e cena, ora possiamo comprare solo la colazione. E nemmeno molto buona”, hanno riferito alcune famiglie all’agenzia Reuters. Il 12% ha smesso di mangiare tre volte al giorno, e tutte le 1.500 famiglie intervistate hanno ammesso di aver aumentato la quantità di carboidrati nella loro dieta. L’inflazione è alle stelle, e per fare la spesa serve uno “zaino pieno di banconote”. “Per comprare un po’ di verdure abbiamo pagato 42 mila bolivares, tre volte di più di quanto serviva un anno fa. Per due pacchi di zucchero capita di star in piedi anche per 12 ore”, sottolinea il missionario Padre Andrea Bignotti, da 26 anni in Venezuela.

In questo scenario prolifera il mercato nero dei contrabbandieri che il governo venezuelano cerca di contenere moltiplicando le misure restrittive, ottenendo solo la rivendita di prodotti introvabili al quintuplo del loro prezzo originale.

Lunghe file per i generi alimentari | Foto di Wilfredor | Wikimedia

Perché i venezuelani per comprare i viveri indispensabili hanno solo due opzioni: armarsi di pazienza e affrontare le code lunghe ore che si formano davanti ai supermercati statali nel giorno assegnato per controllare meglio il razionamento, oppure possono rivolgersi ai rivenditori per le strade, pagando i viveri a prezzi molto più alti ai cosiddetti bachaqueros (che prendono il nome dalla bachaco, una formica rossa che attacca le piantagioni impossessandosi delle foglie, che porta con sé).

Scaffali vuoti nei centri commerciali in Veneuela | Foto di Wilfredor | Wikimedia

Sul fronte energetico, i negozi tirano giù le serrande quando i bancomat smettono di funzionare, con buona pace di avventori e lavoratori, specialmente dei centri commerciali, che per molti venezuelani rappresentano l’unico luogo dove andare a svagarsi. Avventori e lavoratori lamentano che le nuove misure, tra le altre cose, vanno ad aggravare ulteriormente la crisi economica in atto. “Ho bisogno dello stipendio, non posso diventare disoccupato proprio adesso che ogni cosa diventa più costosa”, afferma Yorgenis Tovar, manager di un fast food.

Foto di Wilfredor | Wikimedia

Caracas occasionalmente si spegne a causa della mancanza di energia e le aree rurali affrontano black-out programmati. L’elettricità qui è poco più che gratuita, non incentivando la popolazione a risparmiarla. Il governo ha tentato una politica di  risparmio energetico simile anche nel 2010, ma allora era tornato sui suoi passi dopo che i clienti avevano opposto una dura resistenza. Stavolta, molti negozianti sembrano rassegnati.

Il disagio della gente che vive in una situazione di razionamento non può essere ignorato. Ben venga dunque l’intenzione del governo di chiedere “aiuto umanitario urgente” da parte delle organizzazioni internazionali per alleviare le crisi di energia e acqua. Perchè, sia se le aziende private hanno veramente e deliberatamente rallentato la distribuzione o la diminuzione della produzione per destabilizzare il governo, sia se il fabbisogno energetico non può essere garantito per cause naturali, se la carenza di cibo e quindi la diminuzione della produzione agricola derivino da imprese sequestrate ed espropri di terra, un fatto rimane lampante: non si possono lasciare 30 milioni di persone senza cibo, senza acqua e al buio.

 

Autore: Claudia Galati

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