Quando il trip si tinge di verde

Tra sperimentazione e guerra alle droghe

Gli psichedelici sono sostanze molto potenti, che vengono sintetizzate in laboratorio e estratte da funghi, cactus e altre piante, le quali alterano le nostre facoltà cognitive, inducendoci in un profondo stato di allucinazione. Fanno parte di questa categoria le sostanze che contengono la psilocibina, come i funghetti allucinogeni, ma anche sostanze come l’LSD e l’MDMA (conosciuto come Ecstasy).

Psilocybe cubensis

Per molto tempo sono state considerate pericolose e tossiche dalla società occidentale, soprattutto a causa della cattiva pubblicità diffusa dai media e dai governi di molti Paesi attorno a esse, che le accomunavano a altre droghe come cocaina o eroina. Questo paragone risulta forzato e subdolo, se si considera che le sostanze psichedeliche non sono tossiche e non provocano alcun tipo di danno al cervello o al corpo umano, e tantomeno causano dipendenza. Il loro solo effetto (che non basta per accostarle alle altre sostanze citate) è quello di alterare la percezione di sé e del mondo in un arco di tempo variabile a secondo del dosaggio.

Hippies | © kartinki.net

Questa confusione – che faceva di qualsiasi sostanza liquefacesse i muri della coscienza e della rigidità, una nemica dell’ordine pubblico, marchiandola con il termine sprezzante di “droga” – è durata più di trent’anni (dagli anni ’70, quando queste sostanze furono dichiarate illegali e pericolose), e solo nel 2000 è iniziata una loro lenta e graduale rivalutazione in ambito scientifico.

Festival summer of love del 1967 | © Kartinkin.net

Michael Pollan, nel documentario How to change your mind, illustra con precisione la storia degli psichedelici, riscoprendo il loro potenziale sia attraverso un’esperienza diretta di queste sostanze; sia attraverso le voci di pazienti di terapie sperimentali che hanno deciso di implementarle, e degli scienziati protagonisti di questa breve – ma intricata – storia; ma anche grazie alle preziose testimonianze degli indigeni, popoli presso cui gli psichedelici rappresentano veri e propri simboli di culto, fondamenti di una religione e di una cultura di comunione con l’universo.

Festival summer of love – 1967 | © Kartinkin.net

Come dimostrato da Pollan, che si concentra sul contesto americano, è stato un processo di disinformazione faziosa e martellante, avviato da Nixon negli anni ’70, a portare alla criminalizzazione di queste sostanze – per scopi estranei alla scienza: ossia porre un freno alla “disobbedienza” dei giovani, nel pieno fermento della controcultura (della quale gli allucinogeni erano un simbolo), che si rifiutavano di partire in guerra in Vietnam. Solo negli ultimi due decenni, si è potuto assistere alla riapertura del dibattito sulla loro reale utilità, nella prospettiva di un orizzonte che ci porta a ripensare non solo il nostro atteggiamento nei confronti della natura, ma del nostro stesso ruolo.

Perciò, è chiaro che la questione va oltre il solo progresso scientifico, toccando le corde di quella rete di connessioni che continuamente tessiamo: con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Il nostro atteggiamento nei confronti di questa “medicina naturale” è sintomo di una scissione netta tra natura e società, e forse un suo risanamento sancirebbe un punto di svolta per la crisi ambientale che stiamo fronteggiando.

Psichedelici e nativi americani
I benefici degli psichedelici: tra medicina, cultura e teorie

Le terapie con psichedelici si sono rivelate particolarmente utili nei soggetti che soffrono di depressione, PTSD, ansia, e altri disturbi psicologici, specialmente se legati a traumi del passato. Non ci sono soggetti più predisposti di altri a questo tipo di cure: tutti ne possono beneficiare. Uno degli elementi più interessanti che è emerso da queste terapie, è che tutti i pazienti sperimentavano un profondo sentimento di interconnessione con l’universo che andava oltre la propria individualità.

Le persone, sotto effetto degli allucinogeni, avvertivano il proprio Io disfarsi, scomporsi, per amalgamarsi in una dimensione onirica sconfinatamente più grande della realtà fisica percepita. Ognuno descrive a modo suo questo tipo di trip, ma tutti condividono il sentimento di benessere e armonia con se stessi e col mondo che derivava da una simile esperienza spirituale.

Malgrado possa sembrare terrificante, la perdizione temporanea della soggettività rivela la ricchezza di un mondo sottostante, imperscrutabile dallo sguardo filtrato da schemi e barriere mentali dell’individuo cosciente. Nessuna angoscia, per chi sperimenta questa trascendenza, ma la sensazione di pace e conciliazione. Con se stessi e con la natura.

Peyote (Lophophora williamsii) – cactus che contiene alcaloidi psicoattivi | © Dornenwolf

Le sostanze allucinogene producono un aumento di ossitocina, l’ormone che stimola empatia, e questo spinge a percepirci come parte di un tutto vivente. Non percepiamo più noi stessi e il mondo, bensì noi stessi nel mondo.

Tuttavia, queste esperienze potrebbero essere sminuite, sostenendo che siano semplici allucinazioni senza senso, dettate da sostanze che non fanno altro che confonderci, illuderci con questa supposta presenza di vita che permea ovunque lo spazio attorno a noi. Eppure, ciò che questi trip trasmettono sensorialmente, somiglia molto alle teorie e alle dottrine di altre grandi menti del passato.

Per esempio, Schopenhauer sosteneva che la vera conoscenza delle cose fosse la strada da percorrere per l’uomo per attenuare l’angoscia della vita. Questa vera conoscenza, però, la si poteva ottenere solo elevandosi al di sopra della propria condizione di soggetto, che filtrava sempre il mondo attraverso le “rappresentazioni”, spogliandosi di quello che lui chiama principium individuationis. Solo perdendo l’io, le proprie convinzioni, le maschere che si applicano al mondo, lo si può scrutare interamente e per davvero.

Dunque, questo tipo di esperienze, anche prescindendo dalla componente mistico-spirituale, si rivelano preziose e interessanti sotto più punti di vista teorici e pratici, non potendo essere ridotte a semplici allucinazioni, perché conducono a un nuovo modo di vivere e vedere, aprono un oceano di possibilità di rapporti.

Settimana santa huichol (Wixárika) – Messico | © Jacqueline Castellón
Natura criminale?

Presso i popoli indigeni, l’uso delle sostanze psichedeliche è una pratica importante. Qui, sono considerate vere e proprie “medicine”. Infatti, la guarigione non ha a che fare solo con malattie che alterano il corpo, ma essa riguarda anche una cura della psiche.

Lo scopo è il ripristino del contatto con Madre Natura, attraverso l’uso degli psichedelici, che fanno sentire chi li assume immerso nel suo abbraccio universale e rassicurante – lo stesso di cui parlano tutti i pazienti. Non è un caso che la loro sia una cultura di profondo rispetto per la natura, di comunione con essa, in quanto madre e amica.

Siccome il mondo e la vita esistevano ben prima che l’umanità iniziasse a muovere i primi passi, primaria è la salvaguardia di questo grembo materno, verso cui i popoli indigeni nutrono riverenza. I trip psichedelici rappresentano un modo per comunicare con la natura, per partecipare a quei segreti archetipici.

Netta è la differenza rispetto alla superbia che anima le civiltà occidentali più “sviluppate”, in cui l’umanità è misura di ogni giudizio di valore. Il primato cronologico della natura lascia il posto a quello egemonico della specie più forte, a cui spetta il dominio del mondo.

In queste società, la razionalità umana è estesa a qualsiasi ambito, e ogni cosa deve occupare il posto che l’essere umano gli ha assegnato, altrimenti, se fa inceppare gli ingranaggi di questa macchina perfetta, deve essere eliminata.

È così che anche la natura finisce per soccombere alla dicotomia di valori buono-cattivo. Sembra assurdo, ma una pianta, qualcosa che esiste autonomamente da milioni di anni, improvvisamente è considerata malvagia e dichiarata illegale. “Figlie del demonio” recitano alcuni slogan degli anni ’70, riguardo queste sostanze. Un essere vivente come tanti altri, di colpo viene escluso da quella sfera artificiale che l’uomo chiama realtà.

Theodor Adorno aveva sapientemente rintracciato nell’edificazione del sé il mito che l’uomo contemporaneo ha sostituito ai vecchi culti. Perciò, tutto quello che mina la sicurezza della determinazione dell’Io, è espulso, dichiarato eretico, accantonato nell’angolo buio del “non-mondo” che l’umanità non vuole conoscere. Eppure, a questo punto l’accusa di illusione volta a chi assume gli psichedelici, il quale sembra penetrare in un mondo privo di barriere soggettive, si capovolge verso chi si crea una realtà secondo le proprie regole, elevandole a universali.

Da ciò, risulta evidente che le società che si considerano le più avanzate e razionali, presentano ancora al loro interno timori irrazionali verso qualcosa che di per sé non può essere né buono, né cattivo. Solo l’uso che se ne fa può esserlo, non la pianta stessa.

Hippie | © kartinki.net
Gli psichedelici nella storia

Il consumo di psichedelici come sorgente di contatto con la natura – e la loro proibizione – è un tema che affonda le sue radici ben prima del XX secolo. È impossibile determinare con certezza quando il potere di queste sostanze è stato scoperto per la prima volta, tuttavia i casi più famosi e antichi documentati risalgono all’antica Grecia. È di particolare interesse, visto che la si può considerare la culla della nostra cultura.

Sugli usi e i costumi greci, sono stati versati fiumi di inchiostro. La loro società è celebre per essere la patria del logos, il principio della razionalità che ordina e conosce la realtà, il culto apollineo. Tuttavia, meno conosciuto e studiato – e ci si potrebbe chiedere perché – è un altro aspetto fondamentale: il dionisiaco. Solo in epoca moderna, grazie al contributo di studiosi del mondo greco come Friedrich Nietzsche, si è potuto riscoprire un tratto di questa civiltà, a lungo taciuto.

I greci erano sicuramente dediti al rigore e al controllo di sé come base per una società civile, ma erano anche coscienti che l’essere umano era un animale, e che pertanto era dotato di pulsioni e di un bisogno di contatto con la natura, che non poteva – né doveva – essere eliminato. Da qui, il culto del dio Dioniso e i misteri eleusini, praticati in segreto, nelle foreste lontane dalle città, dove i narcotici erano consumati in riti che simboleggiavano la conciliazione con il mondo.

Dionisiaco e apollineo non erano contraddittori, bensì complementari: società e natura erano voci ineliminabili nell’essere umano. Non si sa bene come o perché, ma il culto dionisiaco è stato sempre più osteggiato, fino a scomparire. Dunque, si è prodotta in questo modo la netta scissione fra essere umano e ambiente che ancora oggi rende manifeste le sue conseguenze, in una riduzione sempre più netta degli spazi verdi, a causa di un’urbanizzazione incontrollata.

A farne le spese, sono stati anche i popoli indigeni, costretti a piegarsi (o forse quasi convertirsi), alla cultura europea. Presso i nativi americani, già nel XIV e XV secolo, gli psichedelici erano parte integrante dei loro riti religiosi. Proprio come in Grecia, essi simboleggiavano l’ingresso verso il mondo soprasensibile di comunione con le divinità e la natura. Infatti, i funghi erano definiti “carne degli dèi”, per i loro poteri allucinogeni.

Funghi allucinogeni (Psilocybe semilanceata) | wikipedia.org

Tuttavia, questo era percepito come un affronto dai conquistadores cristiani, dediti a un controllo degli istinti naturali, e soprattutto infastiditi da quel soprannome che si avvicinava al significato dell’eucarestia. Perciò, la cultura indigena è stata censurata, gli psichedelici bollati come eresie e tentazioni demoniache, e ai feticci di queste civiltà, in quanto “primitive”, gli europei hanno sostituiti quelli che Bruno Latour definisce “fatticci”: credenze dotate dello stesso grado di verità, ma spacciate come oggettive e veritiere.

Cultura wixárika – Messico | © Adriana González

Fortunatamente, questi costumi non sono morti lungo il Sentiero delle lacrime. Venendo praticate di nascosto, sono sopravvissute fino ai nostri giorni, attraverso il lavoro e la saggezza di comunità di nativi americani che ora sono addirittura diventati pionieri del cambiamento. I ruoli si sono infine invertiti: gli indigeni sono custodi di una cultura che può essere integrata alla nostra, da cui possiamo solo imparare, nella speranza di un recupero di quella connessione con la natura che abbiamo apparentemente dimenticato.

La decriminalizzazione della natura come base per la sua salvezza

Negli ultimi anni, si è assistito alla nascita e rapida proliferazione di movimenti – supportati anche dalla comunità scientifica – che lavorano per la cosiddetta “decriminalizzazione della natura”. Lo scopo è dimostrare che le sostanze naturali come gli psichedelici non possono essere dichiarate illegali a causa di semplici paranoie o retaggi culturali antiquati, poiché non solo sono parte integrante dei costumi di popolazioni già troppo oppresse, ma anche perché grazie a esse si possono esplorare nuove vie per far fronte a gravi problemi che attanagliano la nostra epoca.

Uno dei movimenti più importanti in questo settore è “Decriminalize Nature” negli Stati Uniti. Tra i principi che lo guidano, è centrale quello della tutela delle tradizioni e della libertà dei popoli indigeni, i quali appoggiano il movimento condividendo la loro conoscenza circa i segreti per un corretto uso di queste sostanze. Decriminalize Nature ha contribuito alla legalizzazione della psilocibina in numerosi Paesi, informando gli abitanti e delineando un programma che, prima di tutto, mirasse a una legalizzazione nella forma appropriata. Infatti, quando si parla di rendere legali questo tipo di sostanze, molti punti devono essere chiariti.

Cultura huichol – Messico | © Peter Anza / cuartoscuro.com

In primo luogo, non si mira alla creazione di un business. La distribuzione degli psichedelici deve essere gratuita, accessibile a tutti, e controllata. Il fine è restaurare il contatto perduto tra persone e natura, per creare consapevolezza del mondo che ci circonda, e così aumentare la sensibilità di fronte alla sofferenza che causiamo con le nostre azioni. Pertanto, il modello di produzione non è quello incontrollato su larga scala, bensì il “grow-gather-gift” (cresci-raccogli-dona), il che significa la creazione di comunità locali che favoriscono la partecipazione attiva dei cittadini alla produzione e alla consumazione. Gratuita e anch’essa locale.

È evidente, quindi, l’intenzione di rimanere estranei alle logiche capitalistiche. Chi conduce questo tipo di iniziative, è mosso non dalla logica del profitto, ma da quella del benessere – dell’essere umano e dell’ambiente.

In secondo luogo, Decriminalize Nature sottolinea che la legalizzazione delle sostanze allucinogene non significa incoraggiare l’uso di queste sostanze nei sabato sera per andare a ballare. Non si tratta di cercare una nuova forma di divertimento, piuttosto si incoraggia a un uso consapevole e rispettoso anche per ciò che rappresentano all’interno di altre culture. Per questo hanno elaborato dei principi da seguire per un uso corretto e responsabile, reperibili sul loro sito.

LSD cult | © Jeff Divine

Infine, la decriminalizzazione della natura offrirebbe, se raggiunta nella giusta forma, un nuovo modo di vivere nel mondo. Essa è la chiave per uscire al di fuori di quella che la comunità DN definisce la “prigionia della coscienza”, di cui l’ego è carceriere. La nostra società è fortemente improntata sul paradigma dell’io. Inseguendo un modello di individuo a cui tendiamo, rischiamo di rimanere ciechi di fronte ai danni che arrechiamo all’Altro, incapaci di empatizzare con il suo dolore. Se l’egoismo è un tratto ineliminabile dell’essere umano, le sostanze psichedeliche possono offrire il mezzo per portarlo all’estremo facendolo esplodere in una molteplicità di Io differenti. Nel momento in cui l’ego si liquefa in un fluido divenire tutto, allora egoismo e altruismo si fondono in un brodo primordiale da cui scaturisce un nuovo vivere. Il mio benessere, in questo amalgama, non può prescindere dal benessere di chi mi circonda.

Piuttosto che liberarci dall’illusione attraverso una realtà, gli psichedelici offrono la liberazione da una singola realtà, attraverso l’illusione, in un oceano di possibili realtà diverse.

Vale veramente la pena precluderci queste vie? Se il vertiginoso aumento delle temperature, che salgono fino a picchi mai raggiunti di anno in anno, è il risultato della nostra condotta; allora l’immersione negli abissi dell’inconscio attraverso queste sostanze, potrebbe portare in superficie nuove, innovative soluzioni.

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