Una Cop in casa Petrolio – cosa può andare storto?

Ogni anno la Cop, in questo caso la 28, diventa la più discussa di sempre. La precedente, tenutasi a Sharm-el-Sheikh in Egitto, è stata teatro di farsesche restrizioni agli attivisti e ai manifestanti e generò un vivaio di polemiche. Anche per la presenza eccessiva di lobbisti, e di petrolieri russi che approfittavano di uno dei pochi spazi internazionali ancora aperti per prendere contatti e sollecitare affari.

COP 28 | © Mahmoud Khaled | UNclimatechange

Le polemiche sulla conferenza sul clima di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, invece iniziano addirittura prima dell’apertura dei lavori con la nomina del presidente stesso della Cop28, Sultan Ahmed Al-Jaber, uno che riveste (nientepopodimeno) la carica di amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company. Forse un’altra trovata ‘creativa’ delle Nazioni Unite. Da quando abbiamo visto l’Iran a capo del Forum dei diritti umani, di cosa possiamo stupirci? Forse di una conferenza sul disarmo nucleare a Pyongyang.

Un inizio col botto

Non sono passati neanche tre giorni dal via che il presidente Al-Jaber, durante un evento online e rivolgendosi a Mary Robinson, ex Alta commissaria per i diritti umani dell’ONU ed ex presidente dell’Irlanda, afferma che “non c’è scienza che provi come la rinuncia ai fossili possa far indietreggiare il riscaldamento globale”. Finisce lì? Naturalmente no. Nel battibecco che ne segue Al-Jaber rincara la dose: “Mi mostri lei una strada che non riporti l’umanità nelle caverne.” Sembrerebbe il triste siparietto di qualche squallido talk-show in cui invitano il negazionista climatico di turno per fare un po’ di becera audience, invece siamo alla Conferenza delle Parti sul clima. E anche qui, più che in Egitto, il numero dei delegati provenienti dall’industria dei fossili è impressionante. Oltre ai vari rappresentanti dei colossi petroliferi, tra cui la Exxon c’è praticamente tutta l’Opec. L’atmosfera è pesante, dicono, aumentata da una tempesta di sabbia in alta quota che crea una nebbia color ocra su Dubai. I signori dell’Opec non intervengono sul pulpito, ma appena ne hanno l’opportunità si sfogano con dichiarazioni surreali quanto la nebbiolina. A Doha, per esempio, il ministro del petrolio kuwaitiano, Saad al-Barrak, ha definito la pressione UE per mettere progressivamente al bando l’energia prodotta con fonti fossili un “attacco aggressivo”, accusando i Paesi occidentali di “Cercare di dominare l’economia globale attraverso le energie rinnovabili”. Così riporta testualmente l’ANSA. Ma andiamo avanti, ché le sorprese non sono finite.

COP 28 | © Christopher Edralin | UNclimatechange
Triplicare il nucleare

Tra le fonti d’energia strategiche nel contrasto al cambiamento climatico riciccia il nucleare. In realtà non è mai stato messo fuori gioco ma qui si parla di impegnarsi a triplicarlo e quindi di costruire più centrali fino a produrre il doppio dell’energia attuale entro il 2050. Sottoscrivono la proposta 20 paesi: Armenia, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Ghana, Ungheria, Giamaica, Giappone, Repubblica di Corea, Moldavia, Mongolia, Marocco, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Stati Uniti, Svezia, Ucraina, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. Germania, Svizzera e Italia i grandi assenti. Il problema, oggi, anche vista l’irripetibilità di un incidente folle come a Chernobyl, sono le scorie. Ma qualcuno avrà pensato che se ci va bene spedire il carbonio tolto all’atmosfera giù a migliaia di metri di profondità, siamo pronti a farlo anche con le scorie nucleari. A mali estremi, diranno molti, ma c’è un altro piccolo particolare: se è vero che l’obiettivo finale è il 2050 per la neutralità climatica, c’è un obiettivo intermedio: il 2030. Per raggiungerlo in Europa dovremmo abbattere le emissioni di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990. Quante nuove centrali nucleari saranno pronte per quella data? La crisi climatica è qui, adesso, non tra 27 anni. Kiribati e le Isole Marshall stanno scomparendo. Le calotte polari di Groenlandia e Antartide stanno cadendo a pezzi. L’Artico non esiste più e la Corrente del golfo sta rallentando. La siccità sta desertificando e bruciando milioni di ettari, mentre piogge torrenziali ad alte latitudini ogni mese… Vado avanti?

Il fascino discreto della cattura del carbonio

Si è sempre pensato che le foreste offrano il maggior contributo nel togliere la CO₂ nell’atmosfera ma a quanto pare non sono più così efficienti. O per lo meno, non lo sono più. La deforestazione ha consentito il rilascio di carbonio nell’ambiente da parte di foreste decimate e secondo i dati del World Economic Forum l’unica foresta pluviale decisamente in attivo nella cattura del carbonio è quella del bacino del Congo. Alghe, mangrovie e paludi sono più efficienti delle foreste pluviali. In questa Cop l’idea che più si diffonde, rimbalzata da vari attori, è quella di togliere carbonio dall’atmosfera artificialmente, tramite costose tecnologie. Pur di non rinunciare ai fossili, verrebbe da pensare. Bill Gates suggerisce di sterilizzare, sigillare e spedire in profondità sottoterra le nuove piantumazioni una volta raggiunto un certo grado di accrescimento in modo che il carbonio non possa mai più tornare in circolo nell’atmosfera. Una strategia, afferma, che dovrebbe essere adottata dai paesi che non possono sviluppare tecnologie per la produzione di rinnovabili. Ma ogni tecnologia CCS (Cattura e sequestro del carbonio) contiene un messaggio subdolo e una pia illusione: continuiamo a immettere CO₂, tanto poi la togliamo. Peccato che questa tecnologia abbia dei costi a dir poco mostruosi. Per togliere e sequestrare poche tonnellate di carbonio servono centinaia di migliaia di dollari. E un enorme quantitativo di energia ovviamente rinnovabile. Puntare sulla CCS come strategia primaria costerebbe una cifra esponenziale, sull’ordine delle migliaia di trilioni di dollari. Chi investirebbe una cifra del genere? Le compagnie petrolifere, pensereste voi. Niente affatto, al momento tra i maggiori investitori in questa tecnologia ci sono l’Islanda, la Svizzera, Bill Gates e un miliardario che produce auto elettriche e tecnologia spaziale: Elon Musk, con un fondo di cento milioni di dollari. Forse gli altri si aspettano che l’Occidente decadente si prodighi a togliere le castagne dal fuoco. Eh, sì, questo si legge dai comunicati dell’Opec: loro producono petrolio ma siamo noi a bruciarlo. Come dire: la droga non porta peccato, lo commette chi la consuma.

COP 28 | © UNclimatechange
Oltre ogni immaginabile egoismo

India e Cina vogliono continuare a bruciare carbone. Si discute su quale tipo di centrali, se quelle munite di filtri in grado di stoccare carbonio oppure no. Hanno capito che abbiamo capito che il grosso delle emissioni l’ha accumulato l’Occidente sviluppato e insistono che non devono pagare per i debiti climatici contratti da altri. Tuttavia chi sta pagando le spese della crisi climatica sono soprattutto i paesi in via di sviluppo e India e Cina non ne fanno più parte. Vanessa Nakate, attivista climatica ugandese, titola così sul Guardian:

“Alla Cop28 sembra che la scialuppa di salvataggio condivisa dell’umanità stia affondando. Ci sono solo poche ore per agire.”

Una pagina che è un appello accorato, fatto di testimonianze personali sugli effetti del clima nelle regioni più povere del pianeta, perché “alla fine, la crisi climatica non riguarda promesse, statistiche, rapporti o attivisti. Parla di sofferenza umana e di vite rovinate. Riguarda la morte.” Che impatto avranno le sue parole, sempre così efficaci, nella Dubai verticale, scintillante di led e di Ferrari? Sembra il luogo perfetto dove poter dimenticare gli ultimi del mondo. Il fondo previsto per far fronte ai danni subiti dai paesi più poveri sembra irrisorio: una promessa da 426 milioni di dollari.

A due giorni dalla fine

Siamo agli sgoccioli e la prima bozza di accordo nega il recesso dai combustibili fossili. Tra rappresentanti che si defilano e Sauditi che bloccano ogni progresso, l’idea del mondo è quella dei lemming. Poi, improvvisamente: l’accordo arriva. Un accodo che prevede la completa uscita dai combustibili fossili. Kerry lo giudica un messaggio forte e una inequivocabile dichiarazione d’intenti. C’è chi invece protesta perché non ci sono vincoli precisi, non sono previste sanzioni, perché tutto torna nelle mani dei popoli (e dei governi), perché sostanzialmente ci si affida alla buona volontà dei singoli. E così, alla fine dello spettacolo, emiri e delegati ottengono l’applauso. Sembra vederli in fila per mano mentre s’avvicinano e s’inchinano tutti insieme sorridenti davanti alla platea. Mentre alle loro spalle si chiude il sipario.  

 

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