Ecologia urbana: la convivenza uomo-fauna

Le città: aree urbanizzate e nuovi habitat

Nell’ultimo articolo ci siamo interessati alla nuova branca dell’ecologia urbana, seguendo una successione ecologica che, da un’area naturale, ha portato a un’area urbanizzata. Abbiamo scoperto che il fenomeno dell’inurbamento animale è cominciato contestualmente a quello umano e, quindi, alla comparsa di nuovi habitat e nuove opportunità di sfruttamento delle risorse dovute alla veloce trasformazione di ambienti naturali.

La zanzara comune (Culex pipiens), ad esempio, quella presente in tutte le nostre abitazioni, era adattata per parassitare gli uccelli, ma già da 10.000 anni è diventata antropofila poiché ha improvvisamente trovato nelle città una fonte abbondante di nuovo cibo a km 0. Queste nuove opportunità, però, sfruttabili solo da poche specie, ne hanno rimpiazzate molte altre, normalmente utilizzate da un maggior numero di specie. Poiché un ecosistema sano presenta un alto tasso di biodiversità, ovvero un gran numero di specie differenti, quello urbano costituisce, chiaramente, il risultato di una riduzione e banalizzazione della comunità biologica d’origine.

Chiarito questo, e sapendo che in qualche modo dovremo arrivare a trovare un certo equilibrio tra l’uomo e le altre specie, così come tra gli ambienti naturali e quelli urbani, facciamo insieme qualche considerazione in più per provare a conciliare, almeno sulla carta, ecosistemi così apparentemente incompatibili. Partiamo dall’idea che le città sono ambienti artificiali, ma, non essendo dei sistemi chiusi, ovvero senza connessioni con l’esterno, manterranno per forza delle interazioni con il mondo naturale che le circonda; questo vuol dire che vi sono scambi di energia e materia tra i due e, quindi, che vi è un condizionamento reciproco.

Aggiungiamo anche un’altra considerazione, ovvero che un ecosistema può avere estensioni molto diverse e che all’interno di quello urbano, cambiando scala dimensionale, possiamo trovarne molti altri più piccoli: in città ci sono mini ecosistemi prativi nei parchi e nei giardini, o ecosistemi lacustri in stagni, fontane o addirittura pozzanghere, ma anche ecosistemi fluviali o marini, a seconda del luogo geografico in cui sorge lo sviluppo antropico.

Provando ad analizzare le varie informazioni in chiave ecologica, quindi, possiamo classificare queste nuove aree come ambienti complessi e molto eterogenei, dove convivono poche specie animali, perlopiù aliene, di cui una dominante: l’uomo. L’ecosistema urbano è quindi una sorta di laboratorio a cielo aperto, dove si sperimentano, a velocità accelerata, nuove interazioni mai viste prima, sia per la tipologia di ambiente che per le sue comunità biologiche. Nelle città, infatti, convivono specie che mai si sarebbero incontrate in natura e che ora devono, non solo adattarsi al nuovo ambiente, ma anche co-evolvere fino al raggiungimento di un equilibrio attualmente sconosciuto.

Nelle prime fasi di colonizzazione e assestamento si possono manifestare crescite esponenziali in popolazioni di pochissime specie super-adatte all’ambiente che, senza limiti, predatori né competitor, hanno vita facile. Basti pensare alla proliferazione di zanzare, blatte, cimici, ma anche di piccioni, storni e ratti che nel tempo hanno afflitto, e tutt’ora affliggono, le nostre città. Se la popolazione di una singola specie cresce troppo, però, tende a creare squilibri nello sfruttamento delle risorse, cui seguono fenomeni di controllo densità-dipendenti che riportano il sistema allo stato iniziale. Controlli del genere possono avere origine ambientale, e rappresentare una limitazione nelle risorse alimentari o di spazio disponibile, oppure biologica con la competizione e la predazione, ma anche con malattie dovute alla facile trasmissione di patogeni. L’uomo in questo contesto può rappresentare tanto il predatore, quanto il competitor, ma anche la vittima, se così si può dire, in caso di diffusione di malattie.

Il naturale equilibrio dinamico di un ecosistema ha bisogno di tempi molto lunghi, ben lontani dalla nostra cognizione, per modellare la struttura della sua comunità biologica, rendendola il più eterogenea e bilanciata possibile. Nella scala temporale umana, molto più breve e facilmente osservabile, possiamo invece apprezzare solo alcuni aspetti di queste nuove interazioni e, in pieno stile sapiens, catalogarle come positive o negative in base alla nostra percezione.

Parlo di percezione perché non sempre ciò che sembra un problema lo è realmente: un gran numero di gabbiani in città può infastidire gli inquilini del terrazzo scelto per nidificare, ma può anche rappresentare un controllo biologico gratuito su piccioni e ratti, di cui hanno imparato a nutrirsi. In generale possiamo dire che qualsiasi specie, il cui numero cresce troppo, diventerà problematica per l’uomo e per l’ambiente in cui vive, la città. Alcune situazioni, poi, intensificano il problema poiché vi è una incompatibilità perentoria tra quella specie e le attività umane; ne sono esempi gli stormi di uccelli nei pressi degli aeroporti, i mammiferi di medio-grandi dimensioni che attraversano le strade o una qualsiasi eccessiva vicinanza animale a luoghi che necessitano di alti standard igienici come gli ospedali e le cucine. Possiamo quindi classificare i principali problemi legati alla convivenza uomo-animale in tre categorie diverse: aumento di zoonosi, conservazione del patrimonio monumentale e convivenza diretta.

Zoonosi, malattie infettive trasmissibili all’uomo

Le zoonosi sono un po’ l’argomento dell’anno, ovviamente, poiché responsabili dell’attuale emergenza sanitaria; queste comprendono tutte le malattie che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo a seguito di diversi tipi di contatto. Il motivo per cui il numero delle zoonosi è in aumento è proprio da ricercare nell’aumentata frequenza dei contatti con animali selvatici e, soprattutto, con la maggiore diversità di specie coinvolte. Sono sempre di più le specie private del loro habitat naturale a causa dei cambiamenti di uso del suolo operati dall’uomo (urbanizzazione, agricoltura, allevamento ecc), e questo porta molti animali a migrare verso altre zone, anche a contatto con l’uomo (inurbamento). Altri incontri innaturali avvengono a causa del mercato nero di fauna esotica o per il consumo di bushmeat (selvaggina) nei wet-market cittadini, ma, qualunque sia l’origine del contatto, la potenziale conseguenza sarà sempre svantaggiosa.

Zecche, zanzare, flebotomi ed altri artropodi sono i principali vettori di microorganismi i cui ospiti intermedi sono proprio gli animali cittadini quali uccelli e piccoli mammiferi. Anche dal punto di vista igienico-sanitario il discorso è presto collegato con scarafaggi, mosche e ratti che possono infestare i nostri edifici, contaminando derrate alimentari o veicolando malattie. Un esempio italiano piuttosto recente è il caso di rabbia che è stato censito in Toscana nel 2020; questa malattia, mortale se non presa in tempo, è attentamente monitorata a livello mondiale, tanto da tenere un registro di Paesi rabbia’s free, di cui l’Italia faceva parte. Come è arrivato in una delle nostre regioni un raro ceppo di rabbia registrata solo in Caucaso molti decenni fa? Deve essere avvenuto uno spillover a seguito di mutazione del ceppo di rabbia silvestre, diverso da quella umana, a partire dal suo naturale bacino di mantenimento, ovvero le volpi.

Quanti di voi si sono inteneriti nel vedere video di volpi nutrite dall’uomo nel proprio giardino? E quanti di voi, invece, hanno mai alimentato direttamente questi animali? E indirettamente, lasciando cibo per il gatto fuori la porta? Non dobbiamo avere paura degli animali e delle malattie che potenzialmente possono trasmetterci, ma semplicemente evitare di interferire ulteriormente con la natura, andando a forzare un rapporto che normalmente non dovrebbe esistere.

Le problematiche della covivenza uomo-animale

La conservazione del patrimonio monumentale è penalizzata essenzialmente dalle deiezioni acide di molti uccelli, quali gli storni e i piccioni, ad esempio, che corrodono letteralmente i monumenti di marmo e travertino. Considerando la bellezza e l’importanza del patrimonio monumentale ed architettonico italiano, ma anche europeo e di altri Paesi, i danni che ne derivano sono ingenti e rendono le specie responsabili piuttosto malviste dall’uomo.

Arriviamo ai più comuni problemi derivanti dalla convivenza uomo-animale: deiezioni che sporcano strade, auto e terrazze, aggressività di specie medio grandi quali il gabbiano reale mediterraneo, cavi elettrici rosicchiati, incidenti e collisioni con auto e velivoli ne sono degli esempi molto diffusi.

Chiaramente, guardando con occhi umani è facile etichettare subito una specie come problematica, ma, provando ad essere più obiettivi, vedremmo che i veri responsabili sono gli umani che alimentano la fauna selvatica, direttamente o indirettamente, che trasformano ogni centimetro quadrato in tempi record, che impediscono agli animali di spostarsi da un’area all’altra con strade e binari continui o che si nutrono di animali selvatici senza le giuste precauzioni. Questi ed altri problemi di convivenza sono in realtà piuttosto semplici da superare e, di fatto, vengono tranquillamente risolti da alcune città in cui vi è maggiore consapevolezza e, soprattutto, maggiore disponibilità a trovare soluzioni di controllo e compatibilizzazione piuttosto che di eradicazione. In poche parole, quindi, non dobbiamo estremizzare né con foraggiamenti o antropomorfizzazioni ingiustificate, ma nemmeno uccidere a vista ogni animale che osa vivere nel nostro territorio. Proviamo a pensare alla città per quello che è davvero, cioè, come abbiamo detto, un ecosistema aperto e complesso, in cui è possibile convivere con gli animali con una serie di attenzioni derivanti dalla conoscenza faunistica ed ecologica. Quali sono le possibili soluzioni a questa apparente incompatibilità assoluta? Lo vedremo nel prossimo articolo.

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