Cambio di stagione: il momento in cui sacchi di plastica vengono imbottiti di abiti usati, scuciti, macchiati, o di cui ci siamo semplicemente stancati. Soluzioni possibili: regalare o vendere quelli in buono sui social network; organizzare un evento di scambio tra amici e vicini di casa, o sperare che lo proponga al più presto un’associazione locale; convertire quelli dal tessuto assorbente in stracci per la pulizia; riciclare le stoffe più attraenti per realizzare oggetti creativi da vendere on line con un brand ecosostenibile; barattarli alla cassa del grande magazzino in cambio di un buono sconto insieme all’illusione di aver fatto spazio, quantomeno nel nostro armadio; augurarsi che un negozio dell’usato o una parrocchia ci dia il suo nulla hosta.

Al netto di tutti questi tentativi, abbiamo ancora un bel fardello, in senso letterale, di abiti da smaltire. E sventoliamo bandiera bianca, depositando chili di stoffa nelle cabine di raccolta urbane, spesso sature, vandalizzate, sempre più rare, perché anche l’amministrazione locale non riesce a gestire il volume di spazzatura tessile. Perché di questo si tratta: la maggior parte dei capi sono di qualità scadente, complice l’impennata della moda usa-e getta. E dello shopping on line: un abito che non è possibile provare o non ci piace più una volta indossato, se costa poco viene cestinato senza rimpianti. E i resi non vengono quasi mai messi in vendita, ma distrutti.
Dove butto l’outfit della scorsa stagione
Come si conclude il pellegrinaggio degli abiti usati? Nella peggiore e più probabile delle ipotesi, negli inceneritori, che riducono il volume di stoffa sul pianeta ma producono emissioni tossiche, e nelle discariche lontane dagli occhi e dalla coscienza, in qualche Paese in via di sviluppo dove gli stracci diventano parte di un triste ecosistema, come accade da anni nel deserto cileno di Atacama.

E non dimentichiamo che l’industria tessile è ai primi posti nella classifica delle attività produttive che esercitano maggiore pressione sull’ambiente, fra inquinamento e consumo di acqua e suolo.
Secondo il Rapporto “La circolarità della filiera tessile dell’UE in numeri” dell’’Agenzia Europea per l’Ambiente, la raccolta differenziata dei tessili è cresciuta solo del 4,3% dal 2016 al 2022. Secondo i dati Eurostat, nel 2022 ogni persona ne ha consumato in media 19 kg: 8 kg di abbigliamento, 7 kg di tessili per la casa e 4 kg di calzature.
Inoltre, dal 2000 al 2019 è triplicato l’invio di abiti usati nei Paesi Extra-europei, dove non sono ancora in vigore direttive specifiche sullo smaltimento. Tra i maggiori importatori troviamo Ghana e Pakistan, che ricevono in dono o a prezzo minimo tonnellate di abiti scartati dall’Occidente, per poi rivenderli, anche se la maggior parte finirà disperso nell’ambiente o incenerito in discariche attorno a cui sono cresciute bidonvilles dove si respira aria mefitica di abbandono. Il controsenso: molti capi saranno imbarcati di nuovo su aerei e navi per compiere un folle tour che li restituisce ai circuiti di origine. Questa colonizzazione tessile sta poi creando un’involuzione economica nel Sud del mondo: qui le persone per spendere meno tendono a vestire l’usato, e le fabbriche locali di abbigliamento falliscono.
L’UE è anche un grande cliente di fast fashion straniero: nel 2022 ha comprato 11 milioni di tonnellate di prodotti tessili, di cui il 45% capi di abbigliamento, provenienti da Cina, Bangladesh e Turchia, realizzati spesso con standard non conformi a quelli UE, fra cui l’impiego di personale sottopagato e minorenne, utilizzo di sostanze e tecnologie dannose per la salute.
E ora si parla anche di tecniche ingannevoli per sollecitare l’acquisto on line. La nota azienda cinese Shein è stata denunciata alle autorità internazionali dall’ Organizzazione Europea dei Consumatori per “confirm shaming”, una formula che induce il consumatore a provare vergogna se non compra. Altre strategie subdole sono i timer fasulli di conto alla rovescia, che stimolano la preoccupazione di perdere un’occasione, e l’obbligo di registrarsi sul sito anche solo per visionare i prodotti.Gocce nel mare di stracci
Dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore la legge che obbliga tutti gli stati dell’Unione Europea ad attivare la raccolta differenziata dei rifiuti tessili: non possiamo più infilarli nei sacchi dell’indifferenziato, ma radunarli in sacchi da depositare negli appositi cassonetti di raccolta urbani o nelle isole ecologiche.
Commercianti e produttori sono invitati ad osservare il Regolamento Ecodesign: non distruggere i capi invenduti, promuovere la progettazione di prodotti più duraturi, facili da riparare e da riciclare. Entro il 2030 ogni capo venduto in UE dovrà avere il suo Passaporto digitale che ne indichi la composizione ma soprattutto le possibilità di riciclo per il consumatore. E le aziende tessili dovranno gestire il riciclo e il riutilizzo dei loro prodotti, una responsabilità che in Italia non è ancora operativa.In Scozia c’è un movimento che sollecita le aziende a farsi carico dello smaltimento dei capi usati dai loro clienti. “Tu me lo hai venduto, riciclalo tu!”: è il motto della campagna #takeitback lanciata in Scozia da Wendy Ward, attivista ambientale e designer. Come lei, molte persone hanno rispedito alle aziende i tessili usati che non sapevano effettivamente come smaltire. Poche ed evasive le risposte delle case produttrici, ma secondo gli ambientalisti sono ancora più colpevoli le celebri marche che dichiarano di riutilizzare e rivendere i loro prodotti: starebbero facendo greenwashing, dell’usato nei loro magazzini non si ha più notizia. D’altra parte, il riciclo non conviene alle aziende di fast fashion: è molto meno costoso produrre capi con poliestere vergine derivato da bottiglie di plastica che riutilizzare la fibra dei vestiti vecchi.
È scozzese anche Patrick Grant, designer e autore del libro “Less: stop buy so much rubbish.” (Di meno: smetti di comprare tanta spazzatura). Il suo pensiero divergente: non solo acquistare pochi ma buoni capi di abbigliamento, da poter modificare e riparare affinché abbiano vita lunga, ma che siano anche a km zero, per dimezzare le emissioni di trasporto e sostenere le aziende locali. È la mission della sua attività, Community Clothing, che vende solo abiti e accessori made in Scotland progettati per durare, e quindi molto più cari di un prodotto fast fashion.
Cartellino a tre cifre anche per le sneakers prodotte dall’azienda nipponica Tokio Kimono Shoes, che dichiara di riuscire a confezionare venti paia di scarpe con un solo kimono usato. In pratica si calzano storia ed arte locale, e forse si impara ad amare e rispettare di più quello che si indossa.
Seconda mano sì, ma di pregio
“Nel corso degli anni la situazione si è evoluta in modo esponenziale – dichiara Fabio, responsabile abbigliamento di Ex-Novo, negozio dell’usato di Roma – Abbiamo dovuto stoppare l’accettazione di abiti usati, o comunque applicare una selezione sempre più rigida, a causa della mancanza di spazio, perché sono aumentate le richieste di valutazione, ma anche per l’abbassamento della qualità dei capi proposti.”
Un esempio: “Un prodotto di fast fashion, come Shein, che nuovo costa meno di 5 euro, come usato dovremmo venderlo a 1 euro. Per questo abbiamo deciso di puntare sulle marche di livello più alto. Borse, scarpe, abiti grandi firme, recenti ma anche vintage, un settore che ora attira anche le giovani generazioni.”
Fino a qualche anno fa, quando il negozio accoglieva in conto vendita anche i capi di marche più commerciali, il magazzino si riempiva di abiti invenduti che era poi difficile eliminare: “In teoria i proprietari dovrebbero riprendere la merce che non siamo riusciti a vendere entro quattro mesi; alla scadenza, la diamo via ad un prezzo simbolico, la regaliamo, oppure chiamiamo le ditte di smaltimento del tessile” spiega Fabio “alcune non sono affidabili, ed invece di portare il materiale negli appositi impianti vendono gli abiti nei mercati.”
Anche per chi tifa per la sostenibilità, la soluzione più pratica per bloccare l’invasione di abiti usati sembra quella più anti-ecologica, l’inceneritore. Bruciare indumenti al 70% fatti di bottiglie di plastica ha il suo vantaggio economico, generando energia termica ed elettrica.Se perseveriamo nel comprare ad ogni stagione uno stock di abiti che costano come un chilo di frutta e verdura, aumenterà a dismisura una montagna di bucce tessili non biodegradabili, da inviare lontano come ipocrita pacco dono che prima o poi tornerà al mittente.
Autore: Amelia Vescovi


