Fast fashion: l’inquinamento che si indossa

Se i vestiti fossero di carta, come quelli realizzati da Caterina Crepax (https://www.catcrepaxpaperart.com), stilista ecclettica e figlia del celebre fumettista, avremmo risolto il problema dell’eliminazione dei capi usati: impastati insieme a giornali, piatti e bicchieri. Peccato che le suggestive creazioni di questa ed altri fashion designer, realizzate con carta di ogni tipo, da regalo, da forno, da pacchi, non sono fatte per essere indossate tutti i giorni, e soprattutto non costano poco.

Abiti di carta di Caterina Crepax | © Giovan Battista D’Achille

Mentre la moda low cost, quella alla portata di tutte le tasche, che si trova nei grandi magazzini e nei megastore, geolocalizzati oppure on line, è responsabile di una forma di inquinamento, quello tessile, che sta letteralmente invadendo il pianeta di abiti che nessuno vuole più. Ogni anno milioni di tonnellate di vestiti usati o resti di magazzino che provengono dai mercati della civiltà del benessere vengono trasferiti nei centri di raccolta illegale di paesi in via di sviluppo, in Africa, ma anche in Sudamerica. Come la discarica cilena nel deserto di Atacama, una regione famosa per il fenomeno quasi magico della fioritura spontanea che ricorre ogni cinque anni, ora agli onori della cronaca mondiale per il degrado perenne.

Il deserto di Atacama in fiore – Cile | © Davide Pianezze
La corsa dalla vetrina alla discarica

Questa è la fast fashion, esplosa intorno agli anni 70’ come contraltare dell’Olimpo dell’alta moda: nuovi marchi, ad esempio lo svedese H&M, si sono affermati in tutto il mondo proponendo abiti di tendenza a prezzi che volano sempre più basso, per impiego di tessuti sintetici economici, e spesso di forza lavoro sottopagata. E a renderla “fast” è la velocità con cui arrivano attualmente nei negozi le nuove collezioni: anche una ogni due settimane, con l’obiettivo di convincere il pubblico ad acquistare più abiti di quanti occorrano o di quanti realmente si desideri, soltanto perché costano poco. Zara, Shein, Floryday, Terranova: sono solo alcuni fra i brand di moda low cost che negli ultimi decenni hanno contribuito all’impennata di produzione di capi di abbigliamento, soprattutto in poliestere.

Il cimitero di moda usa e getta nel deserto di Atacama – Cile | © Martin Bernetti / AFP

E quando gli armadi, ad ogni stagione, vengono svuotati per fare spazio a nuovi lotti di abiti all’ultima moda e a basso costo, i vestiti usati diventano stracci che, a nostra insaputa o con il nostro silenzio assenso, finiscono nelle discariche o negli inceneritori. Diventano immondizia anche gli invenduti, perché nel carosello vorticoso delle nuove collezioni un vestito invecchia rapidamente. Solo una piccola percentuale di abiti usati viene riciclata nello stesso paese di produzione, trasformata in tessili da pulizia e materiale isolante acustico o termico, e ancora più bassa la quota destinata a creare fibre tessili per nuovi capi di abbigliamento.

E per chi è appassionato di vintage o di etnico, molte case hanno promosso collezioni parallele di abiti a tema (hippy, anni 50, medievale, indiano, africano, arabeggiante), che inibiscono la ricerca degli originali favorendo ancora di più la globalizzazione del vestire. Con l’abitudine ormai consolidata dell’acquisto on line si è creata una mappa mondiale del mercato della moda facile sempre più estesa ed omogenea, e ci si arriva a domandare: mentre le oasi naturali più remote saranno devastate dai rifiuti tessili, vestiremo tutti allo stesso modo, sulla Terra, perdendo progressivamente tutto un tesoro di conoscenze relative a tecniche, tessuti e modi di vestire diversi che ancora sopravvivono grazie ad isolati interventi di tutela delle culture?

Deserto di Atacama
Quando non è il WWF a dirlo

Secondo le stime di Barclays, l’ormai accertata insostenibilità ambientale di tutte le aziende di moda entro il 2030 (al secondo posto, dopo le compagnie petrolifere, nella classifica dell’inquinamento) non farà che causare un crollo dei loro utili: nel rapporto della banca britannica “Global fashion: green is the new black” (https://www.cib.barclays/our-insights/global-fashion-green-is-the-new-black.html) si ricorda infatti che la superproduzione di capi di abbigliamento implica grande consumo di acqua ed energia, di coloranti e sostanze chimiche diverse. E non sono escluse le aziende che in nome dell’ambientalismo lavorano solo fibre naturali: sembra infatti che questi tessuti danneggino l’ambiente come i loro parenti sintetici. La lana, perché legata all’allevamento di ovini, riconosciuti come grandi produttori di gas serra; la seta, che richiede ingenti consumi nella coltivazione dei gelsi dove dimorano i bachi; e per realizzare una sola maglietta di cotone, dichiara il rapporto Barclays, occorrono ben 2700 litri di acqua, più di quanto una persona beva in due anni. Secondo Barclays, per risparmiare e produrre valore le aziende dovrebbero convertirsi a tecnologie più ecocompatibili: fibre sperimentali, coloranti ecologici e stampe digitali, fonti di energia rinnovabile, riciclo dei materiali.

Discarica tessile nel deserto di Atacama – Cile | © Martin Bernetti / AFP

Da non trascurare l’impatto sociale dei cimiteri di abiti usati sparsi sul pianeta: quello indiretto, perché i vestiti che costano poco vengono spesso realizzati da lavoratori in nero, perlopiù donne, non di rado minori, in condizioni sanitarie e assistenziali precarie; e quello diretto, perché le aree di questo tipo (illegali, per il divieto di buttare abiti in discarica) vengono collocate in paesi in via di sviluppo, con il baratto di sconti sulle importazioni, degradando la natura ma anche i centri urbani limitrofi dove si respirano le emissioni dei tessuti inceneriti. E poi c’è il fenomeno delle “mistery box” che arrivano in Africa, soprattutto Tanzania, Ghana, Kenya, Nigeria, dai paesi ricchi, e che contengono abiti dismessi da selezionare: una parte è destinata alla discarica, il resto può essere riadattato e venduto nei mercati dell’usato. Ma l’avanzata del fast fashion ha impoverito i pacchi sorpresa (fino a qualche anno fa i locali parlavano di “abiti dei bianchi morti”, perché era impensabile che capi di abbigliamento in buono stato fossero stati buttati via da persone in vita!) che contenevano più stracci che vestiti.

Discarica tessile nel deserto di Atacama – Cile | © Martin Bernetti / AFP

Per sostenere l’economia e risolvere il problema del trash fashion in questi paesi, si sono mosse alcune organizzazioni: ITC, Etichal Fashion Iniziative, promuove lo sviluppo di piccole imprese di moda nei paesi più fragili, che oltre ad impiegare materiali naturali lavorano anche sulla valorizzazione dei capi di seconda mano.

Accusata di essere la principale nutrice della discarica di Accra, la cinese Shein ha dichiarato di voler donare a Or Foundation (https://theor.org), 50 milioni di dollari in cinque anni, che l’organizzazione utilizzerà per sostenere i laboratori di circolarità dove i ghanesi imparano a riconoscere le fibre e a riciclarle. Facile penitenza, per un’azienda che frutta miliardi?

Deserto fiorito di Atacama – Cile
Verso un outfit sostenibile

La Commissione Europea ha stabilito che entro il 2025 ogni stato membro dovrà promuovere la raccolta differenziata di rifiuti tessili, sensibilizzando non solo i cittadini ma anche le aziende di abbigliamento ad applicare tecnologie e strategie che rendano gli indumenti sempre più facili da riciclare. “Agiamo perché durino, per gli utilizzatori di seconda e anche di terza mano”, ha dichiarato il vicepresidente con delega al Green Deal Frans Timmermans. Ogni produttore sarà inoltre responsabile della gestione del bene anche quando diventa un rifiuto. Molte aziende utilizzano già un packaging (pacchi, buste, adesivi) prodotti con materiale di scarto. Ma gli abiti? In fase di riciclo i materiali naturali come la lana, seta e cotone tendono a sfibrarsi; e la fibra sintetica per eccellenza, il poliestere, non può essere riutilizzata per creare un nuovo tessuto. Ci sono alternative che sembrano viaggiare verso un’economia circolare. A sostituire il cotone naturale c’è la Circulosa, realizzata da Renewcell, derivata dalla lavorazione di scarti di produzione tessile che contengono molta cellulosa, come i jeans: oppure Infinna, prodotta da Infinited Fiber con giornali vecchi, cartoni usati, residui di colture di riso, paglia e grano. E la filosofia che sottende queste tecnologie basate sul riciclo dei rifiuti è anche: coltiviamo più cibo e meno vestiti.

Fabbrica ad Atacama che ricicla abiti usati | © Martin Bernetti / AFP

E mentre la ricerca va avanti, cerchiamo di rendere più sostenibile il nostro guardaroba: la UK Textile Association consiglia di acquistare meno abiti e leggere con più attenzione le etichette. Alcuni marchi, come Another Tomorrow e Patagonia, hanno inserito sul cartellino un codice QR che collega alle informazioni di tracciabilità, incluse le tecniche a tutela di animali come bachi da seta, pecore merinos, oche, e l’attenzione al benessere dell’ambiente e dei lavoratori. Per allungare la vita di un abito: evitare lavaggi frequenti e asciugatrice, stirare solo se necessario. Frequentare i mercati dell’usato, regalare i propri vestiti creando anche gruppi di scambio ed eventi sociali correlati. Ci sono poi negozi che hanno lanciato la pratica del buyback, come Bite Studios: uno sconto sugli acquisti a chi restituisce un capo usato.

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2 pensieri su “Fast fashion: l’inquinamento che si indossa

  1. Amelia dice:

    Sì Luciana, lo è. Ma, da persona che amava indossare i vestiti smessi della mamma, e che tuttora va in giro per mercatini dell’usato, o utilizza una camicia a fiori strappata per realizzare un copri-sgabello, riesco a pensare ancora positivo!

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