A Giacarta la plastic-ville più grande del mondo

Greenpeace Uk ha chiesto l’estremo sacrificio a Unilever, la multinazionale britannica che esporta in tutto il pianeta alimenti e prodotti per pulizia e igiene: eliminare gradualmente la plastica dalla produzione. Secondo il Rapporto di Greenpeace International “Uncovered: Unilever’s complicity in the plastics crisis and its power to solve it”, nonostante abbia dichiarato in passato di voler diminuire l’impiego del materiale inquinante, tuttora Unilever vende 1700 bustine di plastica al secondo, in particolare nei paesi in via di sviluppo come Indonesia e Thailandia.

Plastic ville | Indonesia | © Tom Fisk
Miraggi di benessere in bustina

Da qualche anno Unilever porta avanti il mantra “less plastic, better plastic or no plastic” (meno, meglio o niente plastica). Aveva promesso che avrebbe dimezzato la plastica entro il 2025, ma secondo Greenpeace di questo passo si stima potrebbe riuscirci non prima del 2034. Anche perché sembra che solo lo 0,2% del suo packaging sia riciclabile, e ad inquinare di più sono le bustine di shampoo e bagnoschiuma che Unilever vende in gran quantità nei paesi del sud est asiatico, Indonesia in testa.

Tutto è iniziato nel 1980, quando Unilever ha cominciato a vendere in India le bustine di shampoo a una rupia, un prezzo apparentemente conveniente anche per i più indigenti, creando una vera dipendenza dai prodotti usa-e-getta che si è allargata a tutto il sud del mondo. Queste piccole confezioni non possono essere riciclate perché formate da strati multipli di plastica e alluminio; in Indonesia rappresentano il 16% dei rifiuti in plastica, ed ogni giorno intasano scarichi e fognature aumentando il rischio di allagamenti. E non fanno risparmiare davvero: in ogni bustina la dose di prodotto è molto ridotta (per riempire una bottiglia da 450 ml occorrono circa 50 sacchetti).

Alleanza internazionale dei raccoglitori di rifiuti | © 2024 The Alliance of Indian Wastepickers (AIW)

Sono prodotti utilizzati soprattutto dalle donne, le stesse che poi respirano l’aria inquinata di Giacarta o che partoriscono nelle baraccopoli attorno alla discarica: Greenpeace ha accusato di pseudo-femminismo il marchio Dove, che con la campagna “Real beauty” promuove la bellezza naturale, disintossicata dai messaggi fuorvianti lanciati dai social media. Dei “profitti tossici” raccolti dagli investitori di Unilever parla invece Nina Schrank, responsabile per le plastiche di Greenpeace UK. La soluzione? Interrompere la produzione di bustine entro il 2025, e nei prossimi dieci anni sostituire tutte le confezioni di plastica vergine con materiale riciclabile.

“Le iniziative volontarie distorcono il mercato, riducendo troppo spesso la competitività di coloro che agiscono. Abbiamo bisogno di normative più forti e armonizzate per mettere tutti sulla buona strada per eliminare i rifiuti di plastica e l’inquinamento” ha dichiarato Hein Schumacher, CEO di Unilever, annunciando la creazione della Business Coalition for a Global Plastics Treaty, che tra i suoi sostenitori conta aziende che difficilmente rinunceranno alla plastica, come Lego e Decathlon.

Lego Store | © 毛貓大少爺 | Flickr

Anche secondo le sedi asiatiche di Greenpeace queste parole suonano vuote, non avvalorate da azioni concrete. Intanto qualcosa si muove: nelle Filippine è partito il progetto “Kuha sa Tingi”, per collocare stazioni di ricarica di detergenti nei sari-sari, i piccoli empori che finora espongono le bustine di detergente allineate come biglietti della lotteria.

Se di green ci sono solo le foglie

Unilever nasce nel 1930 dalla fusione dell’olandese Margarine Unie e dalla britannica Lever Brothers: aziende germinate da realtà locali e da drogherie di famiglia che nel tempo hanno stabilito l’impero del consumismo mondiale. Con il potere economico acquisito grazie ai suoi 400 marchi distribuiti in tutto il pianeta la multinazionale attraversa numerose controversie come quella indonesiana.

Alcuni dei marchi più noti, Dove e Cif sono ufficialmente nel mirino green dalla fine del 2023: l’Autorità di Vigilanza sulla Concorrenza del Regno Unito-CMA ha messo in discussione l’ambientalismo pubblicizzato dai prodotti Unilever: caratteristiche di naturalezza un po’ esagerate, informazioni troppo vaghe sulla reale possibilità di riciclo delle confezioni, e poi abbondanza di colori e immagini come le foglioline verdi che trasmettono una falsa impressione di rispetto dell’ecosistema.

L’azienda, che da anni professa la sostenibilità dei suoi prodotti, ha manifestato tutta la sua sorpresa e delusione per l’eco-inchiesta. L’indagine è ancora in atto: se Unilever non si impegnerà a rimuovere le false credenziali ecologiche da saponette e detersivi potrebbe anche finire in tribunale. E il secchio dell’immondizia mondiale sta traboccando.

L’albergo internazionale dei rifiuti

Bantar Gebang è la discarica più estesa del mondo: a sud est di Giacarta, nel distretto di Bekasi, raccoglie circa 7000 tonnellate di immondizia prodotta dalla capitale indonesiana, e non solo.

Muharram Atha, portavoce di Greenpeace Indonesia Urban People Power (UPP), ha indossato guanti e mascherina ed ha compiuto una drammatica escursione in discarica, per dimostrare che a Giacarta oltre ai rifiuti prodotti dai dieci milioni di abitanti della metropoli arrivano anche quelli importati da Paesi “sviluppati” come USA, Canada, Australia ed Europa. Ed ha esibito le confezioni di beni che non si trovano nei supermercati indonesiani. Nel traffico di immondizia guadagna anche chi compra, perché rivende il materiale riciclabile al miglior offerente.

Negli ultimi anni il governo di Giacarta dopo aver abbandonato l’ambizioso progetto di cinque inceneritori, si è concentrato su quello di un impianto di trattamento dei rifiuti con tecniche di essicazione. Entrambe le soluzioni non sono state ben accolte da ambientalisti ed esperti del ciclo dei rifiuti: la prima sarebbe stata la via più pratica per ridurre il volume della discarica, anche se rimanevano molti dubbi circa i miasmi che avrebbe rilasciato nell’aria, la seconda non sembra adatta a processare tutti i tipi di immondizia. E fra non molto a Bantar Gebang non ci sarà più spazio per altra spazzatura.

Waste-pickers, gli invisibili

Su Google maps è possibile individuare una fila di oltre trenta camion pronti a scaricare i rifiuti che hanno innalzato una montagna visibile da lontano. Qui ogni giorno si arrampicano i pemulung, i raccoglitori che per pochi soldi come archeologi setacciano l’immondizia cercando materiale da rivendere alle aziende di riciclo. Anche se maestri di gimcana tra i rifiuti, il loro è un lavoro pericoloso: possono rimanere intossicati dal gas metano prodotto dal materiale organico, scivolare sull’umido e tagliarsi con latte e vetri rotti, oppure soffocare in mezzo ad un cumulo di immondizia collassata.

E altrettanto a rischio le oltre 6000 famiglie che vivono negli slum ai confini della discarica, che respirano le esalazioni tossiche e bevono l’acqua delle falde inquinate dal percolato. Sono persone che raramente si allontanano dal distretto dei rifiuti, anche perché in città non è gradita la presenza di chi vive fra l’immondizia. E così i pemulung non vengono registrati all’anagrafe, non pagano le tasse ma non ricevono assistenza sanitaria: in questo ambiente malsano e desolante le donne partoriscono e i bambini crescono.

I raccoglitori di rifiuti si trovano in tutti i paesi in via di sviluppo, non solo in discarica ma anche in città: separando i materiali rendono più vivibile l’ambiente di megalopoli come Bombay dove le strade sono invase dalla spazzatura, ma il loro contributo non viene riconosciuto e la società tende ad emarginarli. Molti di loro si sono uniti all’Alleanza internazionale dei raccoglitori di rifiuti, rivendicando salario, assistenza sanitaria e possibilità di svolgere il lavoro in sicurezza. Forse non esisterebbero se i governi locai attivassero la raccolta differenziata multimateriale nelle città. In Indonesia metà dei rifiuti di plastica si mescola irreversibilmente alla spazzatura, e solo una misera percentuale riesce ad essere rinvenuta dai raccoglitori.

Foto di Naja Bertolt Jensen | Unsplash
“La plastica con cui viviamo”

È il titolo dell’opera di Luzinterruptus, gruppo di artisti che realizza interventi negli spazi pubblici: un palazzo di Bombay dalle facciate ricoperte di sacchetti di plastica.

Per diminuire il volume di spazzatura la polizia municipale di Bombay ha vietato la vendita di prodotti in plastica come sacchetti, piatti e posate, orecchini, decorazioni, bandierine, fissando la multa di 5000 rupie. Ha poi inviato 24 squadre anti-plastica per controllare negozi, centri commerciali e ambulanti, raccogliendo già dal primo giorno una somma considerevole. Secondo più voci, l’ennesima mossa per racimolare denaro da parte di un governo che con questo bando ha creato disagio ai commercianti senza offrire alternative efficaci.

Leggera, trasparente, resistente, impermeabile: la plastica ha tutte le caratteristiche di carta, vetro e metallo messi insieme, ma costa meno ed è più pratica. Per questo ne usiamo troppa, e non sempre è riciclabile. Per questo c’è chi sostiene che per salvare il pianeta dall’invasione dei rifiuti in plastica non basta più ricorrere alla riduzione o alla circolarità: l’unica soluzione è tornare al 1865, e convincere lo scienziato inglese Alexander Parkes a non brevettare quel derivato del nitrato di cellulosa che nei secoli successivi sarebbe diventato il nemico pubblico numero 1 degli ambientalisti.

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