Maturano i profitti delle holding sotto le serre in plastica

Per noi che cerchiamo l’estate tutto l’anno anche fra gli scaffali del supermercato. Per intonare fragole-rose-e-champagne anche d’inverno, affettare con orgoglio mediterraneo pomodori da gennaio a dicembre. A soddisfare il palato globalizzato sono le serre: fatte di plastica sottile, vetro o policarbonato, colonizzano le campagne fagocitando sole e acqua, con un notevole impatto sull’ambiente, spesso anche sulla dignità di chi dentro questi tunnel di calore lavora per pochi euro anche dodici ore di fila.

L’enorme distesa di serre di Almeria | Spagna
Il tempio della dea Velocità

In serra si coltiva senza interruzione quello che la terra dovrebbe consegnare solo per qualche mese l’anno. Ci sono serre fisse, sempre chiuse, poi le serre stagionali, dove i teli vengono rimossi in estate, e quelle temporanee, che ogni tot anni vanno scoperte per tutto il ciclo di coltivazione. Esistono anche le serre mobili, prive di base in muratura, da installare solo quando occorre, ma che di fatto, in assenza della dimostrazione certificata di una rimozione periodica, vengono utilizzate tutto l’anno a dispetto della classificazione. E che, per proteggere le colture tipicamente estive dai temporali e dalle grandinate invernali, forzano il terreno allevando frutta e verdura come polli in batteria.

“La serra dà buoni risultati produttivi, ma come controindicazione ha lo sviluppo di virosi e micosi che richiedono un impiego di fitofarmaci superiore rispetto alle coltivazioni all’aria aperta.” spiega il portavoce della sezione lombarda di AIAB- Associazione Italiana Agricoltura Biologica. E per saziare una crescente richiesta di vegetali fuori stagione si ricorre anche a dosi maggiori di fertilizzanti ed antiparassitari che indeboliscono il suolo. E lo rendono impermeabile, riducendo la capacità di assorbimento dell’acqua non solo nell’irrigazione ma anche in caso di alluvione.

D’estate si crea poi nei tunnel un calore infernale, e per proteggere le colture è necessario rinfrescare l’ambiente con impianti di ventilazione forzata o di climatizzazione che mangiano energia. E per ottenere i frutti della terra più richiesti sulle tavole d’Europa si scavano pozzi che consumano acqua a pieno ritmo. Un problema della coltivazione in serra rispetto a quella all’aperto è anche lo smaltimento delle coperture, che devono essere rinnovate almeno ogni due o tre anni: chilometri di plastica che muoiono in discarica o che vengono inceneriti, rilasciando esalazioni nocive, dentro fosse rozzamente scavate insieme a spaghi, tubi, pacciamature e trappole per insetti.

Anche il paesaggio è penalizzato: mentre ettari di terreno tappezzati di colore sono un piacere per gli occhi, non può che deprimere la vista di interi quartieri di tendoni opachi allineati come soldati, che coprono i campi e ne impoveriscono l’ecosistema: sopra queste strutture lunari non volano più farfalle e uccelli, si spengono gli aromi e i rumori della natura, la tinta che domina è un malinconico grigio.

Ad Almeria la costa delle serre

C’è un luogo dove il mercato della frutta e verdura senza stagione si è sviluppato vertiginosamente dagli anni ’80 ad oggi: è la zona degli “invernadores” di Almeria, che con i suoi 33.000 ettari di campi coperti ha contribuito ad assegnare alla Spagna il secondo posto, dopo la Cina, per superficie occupata da questa tipologia di coltura. E ha guadagnato l’appellativo di Mar de Plastico: basta linkare Google Earth per vedere una vasta porzione di costa andalusa coperta da un mosaico di teli bianchi. Almeria è chiamata anche l’orto d’Europa: sotto i tetti di plastica ogni anno si producono tra i 2,5 e i 3,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura. Il 75% viene esportato, e di questo il 98% viene spedito in Unione Europea e Regno Unito, distribuito da super-catene alimentari come Tesco, Sainsbury, Lidl. Ma quando infiliamo nel carrello una vaschetta di peperoni o pomodori il pensiero corre ad immagini bucoliche dove il sole bacia i frutti della terra raccolti da contadini col cappello di paglia. Per non sciupare il pasto saporito che ci attende. Perché siamo ormai a conoscenza che sotto la megalopoli di plastica ci sono loro, i “lavoratori essenziali” che per 5 euro l’ora rimangono dall’alba al tramonto con la schiena piegata. Senza presidi protettivi, sono esposti a colpi di calore, infortuni, intossicazioni e patologie scheletro-muscolari. Socialmente invisibili, durante la pandemia hanno continuato a lavorare senza ricevere il vaccino. Vivono in una prigione senza lucchetto dove lavorano, mangiano e dormono, senza uscire dai confini di plastica perché non hanno né soldi né tempo da dedicare ad altro.

Baracche di braccianti | © MEDU – San Ferdinando (RC)

Nelle serre di Almeria sono circa 70.000 i lavoratori stranieri, di origine marocchina e subsahariana: molti di loro sono clandestini diretti in Francia e Germania, ma che poi restano per anni in Andalusia, dove chi è più vulnerabile diventa facilmente vittima del caporalato agricolo. Vivono ai margini degli invernadores, in baracche fatte di materiale dismesso delle serre come pallet di legno, plastica e cartone. Senza acqua potabile.

Nel 2022 l’Ispettorato del Lavoro di Almeria ha rilevato fra le serre una situazione irregolare su tre, ed attualmente raccoglie le denunce dei lavoratori e collabora con i sindacati, le ONG e la Polizia locale. Ma i confini dell’ingiustizia sono più ampi. “E tutta l’Europa ad essere coinvolta, e ha i mezzi per influire.” dichiara Spitou Mendy, ex sindacalista, nel reportage “Bajo el plastico” dell’emittente spagnola RTVEplay.

Province di plastica italiane

La chiamano Fascia Trasformata: in Sicilia, tra Scoglitti (Ragusa) e Gela, la costa è soffocata da serre dove lavorano anche i minori. È uno degli epicentri dell’agricoltura intensiva tricolore: qui si coltivano primizie come pomodori, zucchine, melanzane, che vengono spedite al Nord. I lavoratori, perlopiù migranti, vivono accanto alle serre in stato di isolamento che, come spiega Michele Mililli della Federazione del sociale USB di Ragusa, alimenta il “caporalato dei servizi”: i datori di lavoro dietro pagamento o scalando la quota dalla paga caricano in automobile chi ha bisogno di andare in farmacia, in ambulatorio, al supermercato. E la superproduzione agricola realizzata con il lavoro di questi schiavi del terzo millennio ha generato un volume d’affari che nutre una nuova mafia di tipo imprenditoriale, la Stidda.

A Ragusa la produzione di pomodori da serra è seconda solo a quella di Latina. Sotto le serre della campagna pontina, dove si coltivano anche i kiwi (l’Italia è il secondo paese dopo la Cina per esportazione del frutto dalla polpa verde), lavorano soprattutto indiani Sickh. Per sostenere un ritmo di raccolta sempre più convulso i braccianti usano masticare bulbi di papavero, anche se più di recente sono stati introdotti sotto le serre sostanze come metanfetamine e antispastici, con la mediazione dei proprietari e la connivenza di medici che hanno prodotto false prescrizioni. I più fortunati sono riusciti ad ottenere alloggio nei comprensori di zona, come Bella Farnia Mare, dove si è creato un vero e proprio ghetto del Punjab, con disappunto dei cittadini meno favorevoli all’inclusione. I diseredati pagano invece l’affitto per tuguri malsani collocati a ridosso delle serre. Siamo nell’area delle zone umide di interesse internazionale: qui le acque reflue delle coltivazioni vengono scaricate nel mare e nei laghi di Paola, Fogliano e Caprolace, dove ogni anno diminuisce il numero di fenicotteri e cormorani. E anche nel Lazio l’oro rosso, il pomodoro, ingrassa una mafia silente che sfrutta la fragilità delle persone cavalcando l’onda del mercato internazionale.

Coltivazione in serra di pomodori

Come accade in provincia di Foggia, dove tra le coltivazioni del celebre “rosso Gargano” sorgono distretti fantasma come “Ghana house” o il “Gran ghetto”, complessi di case diroccate dove alloggiano braccianti soprattutto africani, gli stessi che coltivavano a casa loro i pomodori per venderli al mercato del villaggio. Questo prima di essere schiacciati dalle nuove regole del cartello agrario che ha delocalizzato la produzione di pomodori nelle “tomatoland” mondiali, in Cina, Stati Uniti, Italia. Oggi raccolgono in terra straniera quello che viene trasformato non solo in pelati e passate ma anche concentrato e ketchup, ingredienti della cucina facile e dei fast food, esportati in tutto il mondo (in larga parte proprio in Africa). Sottopagati, sono la forza motrice di una filiera che genera profitti stellari. A favore di chi spesso siede dietro una scrivania in un altro continente. ”Basta allargare lo sguardo per capire che a monte degli intermediari e dei produttori ci sono attori assai più poderosi: le grandi aziende della trasformazione e della distribuzione. – scrive Stefano Liberti nel suo libro “I signori del cibo” (Minumun Fax, 2021) – Sono loro ad imporre prezzi ridicoli per la materia prima e a generare le condizioni che portano al lavoro sfruttato. Sono loro a schiacciare i produttori, che si rifanno sul lavoro bracciantile…” Liberti le chiama “aziende locusta”: multinazionali che come gli insetti distruttivi si spostano da un luogo all’altro del pianeta sfruttando al massimo manodopera, territorio e commercio, lasciandosi dietro deserti di degrado sociale ed ambientale. Un esempio? La Princes Group: nata a Liverpool, assorbita dalla giapponese Mitsubishi, ha acquistato una delle principali strutture di lavorazione di pomodori del foggiano. Come invertire la rotta di queste cavallette quotate in borsa? Anche mangiando più semplice, meno veloce, seguendo il calendario. Rinunciare d’inverno all’insalata di pomodori per scoprire tutte le varietà di ortaggi amici del freddo.

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