Neofobia alimentare: quanto carbonio se dici no ai broccoli!

La dieta mediterranea sta perdendo followers anche in Italia: per promuoverla servono famiglie più numerose. L’unione fa la forza a tavola: uno studio del Consiglio per la ricerca alimentare svela infatti che i figli unici mangiano meno frutta e verdura e sviluppano una tendenza alla neofobia alimentare, la riluttanza ad accettare cibi nuovi. Lo zainetto traboccante di junk food pesa sulla salute dei futuri adulti, probabili pazienti di cardiologi, diabetologi e nutrizionisti. E anche la bilancia delle emissioni va in tilt.

La dieta occidentale | Foto di Fabio Alves | Unsplash
Pochi colori nel piatto

Tanti anni fa in una galassia lontana, la dieta mediterranea. Rischiamo che quella della sana alimentazione basata sul consumo di frutta e verdura, eletta patrimonio dell’umanità Unesco, diventi davvero una leggenda che appartiene ad una civiltà pre-snack. La generazione Alpha nata dopo il 2010 tende sempre più a rifiutare i vegetali privilegiando la dieta occidentale che celebra carne e cibi confezionati.

Lo studio, condotto su un campione di circa 300 bambini italiani fra i 3 e gli 11, ha rilevato un’alta percentuale (67%) di soggetti caratterizzati da neofobia alimentare; la maggior parte di loro non ha sorelle o fratelli, e dimostra una scarsa aderenza alla dieta mediterranea.

È soprattutto la fascia di età 6-11, quindi i bambini e le bambine che frequentano la scuola primaria, a cancellare dal menu giornaliero i prodotti della terra che tanto giovano a crescita e sviluppo. Dall’analisi risulta l’assunzione di meno di due frutti e di due porzioni di verdura al giorno, meno di un piatto di legumi la settimana, e anche il pesce non è consumato a sufficienza. Il 25% dei bambini frequenta il fast food più di una volta la settimana, e quasi tutti mangiano diverse porzioni di dolciumi molte volte nell’arco della giornata. Anche a colazione, chi mangia cereali sceglie quelli più raffinati e ricchi di zuccheri.

L’abbandono della dieta mediterranea è un fenomeno che negli ultimi anni si sta accentuando fra adulti e minori. “Potrebbe essere attribuibile al fatto che alla nutrizione si sono dedicati pochi programmi di sostegno, e le buone abitudini che avevamo le abbiamo perse progressivamente. – commenta Laura Rossi, la ricercatrice CREA che ha svolto lo studio – E poi oggi le disponibilità alimentari sono tante e la propensione verso alimenti più palatabili, ossia ricchi di sale, zucchero e grassi, è abbastanza naturale.”

Guarda come mangio

“La neofobia è un comportamento naturale e ancestrale, legato al fatto che l’uomo si tiene lontano da cibi sconosciuti dei quali non conosce gli effetti e che possono essere potenzialmente dannosi. Un tratto evolutivo di protezione della specie che naturalmente oggi non ha più ragione di esistere.” spiega Rossi.

Anche se nasciamo tutti un po’ neofobici: le smorfie di disgusto al primo cucchiaio di pappa fanno parte di ogni album di famiglia. Il rifiuto di ciò che non viene riconosciuto ha nei bambini un picco fra i 2 e i 6 anni, per poi diminuire gradualmente. Quando l’atteggiamento neofobico perdura anche dopo questo periodo di rodaggio gustativo, sarebbe opportuno indagare per evitare che diventi cronico e possa compromettere la salute.

La neofobia alimentare tende a svilupparsi soprattutto nelle famiglie dove la dieta mediterranea non è seguita con costanza anche dagli altri membri, inclusi i fratelli e sorelle. L’esempio dei coetanei che mangiano con gusto frutta, verdura, legumi e pesce è spesso quello più efficace: ecco perché nei figli unici la neofobia verso questi alimenti è più spiccata. Quello delle culle vuote è un problema che si è aggravato negli ultimi dieci anni in Italia, e non solo: anche in Cina la politica del figlio unico è tramontata e si sventolano i bonus per le famiglie numerose.

Mangiare consapevole

L’indagine del CREA rivela inoltre che i bambini neofobici sono spesso figli di genitori con un basso livello di istruzione che non conoscono i benefici della dieta mediterranea, oppure che non applicano strategie adeguate nell’offerta del cibo. È dimostrato che esercitare pressione affinché si mangi qualcosa di nuovo può avere l’effetto indesiderato non nell’immediato ma a lungo termine, così come utilizzare le classiche ghiottonerie come ricompensa è un’abitudine che può innescare una dipendenza dal cibo spazzatura.

È nella prima infanzia che si sviluppano le scelte alimentari che poi si stabilizzano in adolescenza: molto dipende da come il cibo viene offerto. Esiste anche per questo la mindful eating: mangiare coinvolgendo tutti i cinque sensi e anche la mente.

Nel libro “Svezzamento con la mindfulness” (Erickson, 2022) vengono indicati alcuni semplici accorgimenti per introdurre fluidamente nuovi alimenti nella dieta del bebè: creare un ambiente rilassante, senza distrazioni come televisore acceso o giocattoli; cercare di consumare almeno un pasto al giorno con tutta la famiglia; portare l’attenzione sul colore, odore, forma del cibo, ma anche sulla sua storia, inventando una favola più o meno realistica su un chicco di riso o una carota. E soprattutto, non forzare a mangiare, nel caso proporre ogni giorno lo stesso alimento rifiutato, ma col sorriso. C’è poi chi traveste l’odiata verdura per renderla gradita: la britannica Tenderstem propone cioccolatini con ripieno di broccoli.

Cioccolatini ai broccoli | © Tenderstem
Un boccone amaro per il pianeta

Chi si dedica ad un numero ristretto di cibi raramente sceglie quindi quelli più sani, ma nutre una predilezione per i prodotti lavorati e confezionati. E se l’effetto più immediato durante l’infanzia può essere l’obesità, nell’età adulta possono insorgere patologie gravi come quelle cardiovascolari. Anche la vita relazionale ne può risentire: il neofobico tende a sottrarsi ad eventi conviviali per evitare l’imbarazzo di dover rifiutare ogni pietanza ed essere etichettato come freak gastronomico.

La neofobia riduce la varietà e la qualità della propria alimentazione, che si concentra su carne, cibi ricchi di grassi saturi e zuccheri: la cosiddetta dieta occidentale, povera di colori ed estranea al concetto di stagionalità, che secondo un recente studio può accorciare la vita di quasi dieci anni. E la sta rubando anche al pianeta: gli alimenti che producono più emissioni climateranti per il consumo di acqua ed energia sono proprio la carne, i latticini e i prodotti trasformati come biscotti, dolciumi, succhi di frutta e bevande gassate. L’allevamento comporta la conversione di boschi e campi in pascoli e colture per il mangime, e prima di arrivare nel reparto macelleria la carne viene sottoposta a confezionamento e trasporto.

La neofobia aumenta anche il volume della spazzatura, con il packaging dei vari prodotti industriali. E lo spreco alimentare, in un Paese che, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Relazioni Internazionali, negli ultimi 20 anni ha buttato via circa 272 milioni di tonnellate di cibo: sempre più bambini che nelle mense scolastiche cestinano i vegetali, o che a casa riescono a bere una spremuta d’arancia solo se priva di fibre, a mangiare un acino d’uva solo se sbucciato e senza semi. E siamo spesso anche noi adulti a preferire prodotti agricoli freschi ma dall’aspetto “industriale”, disprezzando quelli di dimensioni e forma irregolari, e scartando molte parti edibili di un vegetale.

La varietà alimentare sviluppa anche una flessibilità psicologica: non a caso “…un bambino neofobico potrà rifiutare anche un alimento che ha mangiato ma che non riconosce perché magari presentato in una forma diversa.” sottolinea Rossi.

Neofobia può far rima con esterofobia. La Piramide Alimentare è diventata transculturale, e accanto ai prodotti agricoli occidentali troviamo quelli africani e asiatici: cereali come sorgo, miglio quinoa, frutta come lechees e guava, verdura come alghe marine e germogli di bamboo. Se è vero che il cibo unisce, non respingere a priori anche i vegetali “etnici” può far crescere una persona più aperta e disponibile al dialogo.

“Quando sei nato non puoi più nasconderti.” recitano il titolo di un romanzo e di un film. La neofobia alimentare non è più una questione privata: non è una colpa ma un disturbo, mina il benessere globale oltre che del singolo e per questo va affrontata con campagne di prevenzione che arrivino nelle case e nelle scuole.

   Facebook  Twitter  YouTube Linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *