Rifiuti radioattivi: quel Deposito Nazionale che non c’è

In Italia si contano più di 30.000 metri cubi di rifiuti radioattivi raccolti in depositi provvisori. La Regione che ne detiene la maggiore quantità è il Lazio, seguita da Lombardia e Piemonte (dati Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la radioprotezione, 2022). Sono i residui delle ex centrali, che resteranno radioattivi nel migliore dei casi per decenni, nel peggiore per secoli o millenni. A cui si devono aggiungere i rifiuti che decadono prima ma che ogni giorno vengono prodotti da industria, ricerca, medicina. Lo ha stabilito anche l’UE: occorre un magazzino a prova di tempo dove custodire l’immondizia radioattiva di oggi e del futuro. In Italia il Deposito Nazionale potrebbe essere pronto in quattro anni. Ma per dare il via ai lavori bisogna sapere dove. Nessun Comune sembra voler diventare la calamita radioattiva d’Italia.

Centrale nucleare di Beveren | Belgio | Foto di Nicolas Hippert | Unsplash
Italia: chi ospiterà il Deposito?

La Direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio d’Europa ha stabilito che ogni stato membro deve individuare un sito nel territorio nazionale dove stoccare in via definitiva i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, e dove alloggiare in via provvisoria anche quelli di alto livello in attesa che vengano collocati in un deposito geologico di massima sicurezza.

In Italia a gestire le scorie radioattive è la società pubblica SOGIN, già impegnata nello smantellamento degli impianti che hanno smesso di funzionare da quando nel nostro Paese è stata attuata la “denuclearizzazione”, accelerata dall’eco del disastro di Chernobyl. Suo compito è quello di localizzare, progettare e realizzare il Deposito Nazionale incluso in un Parco Tecnologico (DNPT) per la ricerca e lo sviluppo nel settore nucleare.

Ad almeno cinque chilometri dalla costa, sotto i 700 metri di altezza, lontana da centri abitati e strade extraurbane. E con bassa attività sismica. Questi alcuni dei 25 criteri di esclusione indicati dall’ISPRA nella Guida Tecnica n.29  per la localizzazione del Deposito nazionale. Sulla base di queste e delle linee guida dell’IAEA, SOGIN ha redatto la CNAI (Carta Nazionale Aree Idonee): le aree selezionate sono 51, e si trovano in Piemonte, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna.

 

I Comuni hanno trenta giorni dalla pubblicazione della lista per presentare la loro autocandidatura, dopodiché sarà il Governo a decidere in autonomia. Finora nessuno si è fatto avanti: anzi, i Sindaci, come quelli della Tuscia nel Lazio, si sono opposti ad un progetto che potrebbe minare l’industria del turismo. Il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per precauzione aveva rivolto l’appello anche a Comuni fuori lista, ed è allora che il Sindaco di Trino Vercellese, Daniele Pane, si è dichiarato favorevole al dialogo, a patto che il suo territorio, vicino a fiumi importanti come il Po e la Dora Baltea, venisse sottoposto prima a VAS (valutazione ambientale strategica). Una posizione che ha scatenato ambientalisti e cittadini del vercellese, preoccupati per l’impatto sulla salute (basti pensare agli agricoltori delle risaie) ma anche per un ritorno della “stagione nucleare” caldeggiato dai nostri politici. Pane d’altra parte ha ricordato che nell’area di Trino, dove si trova l’ex centrale nucleare Enrico Fermi, sono stoccati in discariche di superficie il 73% di tutti i rifiuti radioattivi del Paese, in condizioni decisamente meno rassicuranti di quelle che potrebbe garantire un Deposito Nazionale.

Ci sono scorie e scorie

Radioattivo è sano e bello: così si pensava nella prima metà del ‘900, quando il successo del nucleare in medicina portò all’esplosione del mercato di prodotti per la salute e la bellezza a base di radio e torio. La crema per il viso Tho-Radia, il dentifricio Doramad, fino all’afrodisiaco Arium dei Radium Laboratories. La stessa Marie Curie del film “Radioactive” (2019) di Marjiane Satrapi è solita tenere una bottiglietta di radio sotto il cuscino, come un luminoso angelo custode. Dopo poco fu evidente che la materia radioattiva doveva essere maneggiata con estrema cautela. Per capire che anche i rifiuti derivanti dall’utilizzo del nucleare dovevano essere trattati secondo determinati criteri è passato quasi un secolo.

Marie Curie

Secondo l’IAEA (international Atomic Energy Agency) da quando sono attive le centrali nucleari nel mondo sono state prodotte circa 392.000 tonnellate di scorie radioattive: materiale che diventa letale anche con un’esposizione di breve durata, e che se finisce nei corsi d’acqua entra nella nostra catena alimentare con conseguenze meno immediate ma molto preoccupanti. Per anni un po’ tutti gli Stati nuclearizzati, Italia compresa, hanno sversato i barili di materiale radioattivo negli oceani. Si faceva perché era facile, economico e…perché non era illegale. Ora I rifiuti radioattivi vengono conservati in depositi terrestri di superficie, alcuni ma la maggior parte di quelli esistenti è già al completo e non ha le caratteristiche per garantire una schermatura di lunga durata. Ci sono infatti rifiuti a molto bassa e bassa attività, che provengono da attività medica, accademica e industriale, che possono impiegare da qualche decennio a qualche centinaio di anni per perdere la radioattività. Mentre quelli di livello medio, come i materiali delle centrali smantellate, e alto, come le barre di combustibile esausto, possono restare radioattivi per migliaia di anni.

In Europa esistono già depositi nazionali per rifiuti di molto bassa e bassa attività: in Francia, dove il 70% dell’elettricità prodotta deriva da fonte nucleare, già nel 1994 è stato riempito l’impianto di La Manche, con 500mila metri cubi di rifiuti a bassa attività, e dal 1992 è ancora attivo il Deposito de l’Aube, che ne può contenere fino a 1 milione di metri cubi. Anche la Spagna ha il suo deposito nazionale (El Cabril), e molti altri sono in esercizio o in fase di realizzazione. Ma solo Finlandia e Svezia hanno individuato il sito dove stoccare per sempre i rifiuti a media e alta intensità.

Il progetto italiano

Sarà collocato in un’area di 110 ettari, e potrà ospitare 95.000 metri cubi di rifiuti, di cui 78.000 a molto bassa e bassa attività, mentre i 17.000 di lunga durata saranno sigillati nel Complesso Stoccaggio Alta Attività (CSA), insieme a pochi altri metri cubi di combustibile estratto a suo tempo dai vecchi reattori italiani e riprocessato in Francia. I rifiuti verranno inseriti in forma solida dentro cilindri metallici, a loro volta collocati all’interno di moduli di calcestruzzo armato; la terza barriera è data da 90 celle di calcestruzzo, mentre l’ultimo sigillo è una collina erbosa multistrato composta da materiali diversi e spessa qualche metro. Una Matrioska tecnologica che dovrebbe garantire l’isolamento dei rifiuti nucleari per più di 300 anni.

Nel Deposito Nazionale dovranno essere stoccati i rifiuti radioattivi prodotti da 25 anni di attività delle quattro centrali nucleari italiane (Latina, Caserta, Vercelli e Piacenza), dei quattro impianti di ciclo del combustibile (Alessandria, Roma, Vercelli, Matera, Varese) e dei centri di ricerca nucleare, e quelli provenienti da ospedali e industrie. E sarà la “discarica nucleare” ufficiale per tutti i nuovi rifiuti prodotti nel territorio italiano nei prossimi 50 anni, dopodiché avrà terminato la sua capacità recettiva, verrà chiuso e monitorato, almeno così ci si augura, per 300 anni, fintanto che le scorie di bassa intensità non saranno più radioattive.

A finanziare un investimento complessivo di 900 milioni di euro sarà la componente A2RIM (gli “oneri di sistema”) della nostra bolletta elettrica, una voce che già oggi copre i costi dello smantellamento degli impianti nucleari, e che secondo il Governo dovrebbe far risparmiare allo Stato da 1 a 4 milioni di euro l’anno per la manutenzione dei depositi temporanei (e ormai fuori norma) dislocati in tutta Italia, che essendo saturi impongono comunque la realizzazione di nuovi siti di stoccaggio.

Deposito geologico: non aprite quella porta

Per i rifiuti di alto livello che possono restare radioattivi per migliaia di anni, come il combustibile esausto delle centrali nucleari, il Deposito Nazionale rappresenta soltanto una sala d’attesa. L’unica soluzione attualmente considerata è un deposito geologico profondo (fra i 200 e i 1000 metri) così sicuro che una volta chiuso non debba richiedere manutenzione o vigilanza. Qualcosa che esiste anche in natura: nel Gabon, la miniera di uranio di Oklo per due miliardi di anni ha prodotto spontaneamente energia nucleare, diventando infine un deposito radioattivo che in migliaia di anni non ha interferito con la vita in superficie. In passato qualche tentativo di imitazione, fallito. Yucca Mountain, a pochi chilometri da Las Vegas, doveva diventare il centro di raccolta di tutti i rifiuti radioattivi di alto livello degli Stati Uniti: progetto fortemente osteggiato dai cittadini, e definitivamente bloccato da Biden anche per il rischio sismico a cui è soggetto il territorio. E così negli USA si va avanti con lo stoccaggio in barili nelle decine di discariche radioattive di superficie. La Germania ci ha provato con la Schacht Asse II, miniera di salgemma in Bassa Sassonia, che non si è dimostrata sufficientemente sicura ed ha contaminato le acque locali.

La Svezia ha annunciato la localizzazione del suo deposito nello strato roccioso presso la centrale nucleare di Forsmark, contea di Uppsala. E per ora l’unico deposito geologico esistente al mondo è quello di Onkalo, in Finlandia. Si trova nei pressi della centrale nucleare nell’isola di Olkiluoto, e dopo il 2025 per 100 anni raccoglierà le scorie radioattive finlandesi, poi verrà chiuso per sempre. ll deposito è una galleria a spirale che scende fino a 500 metri di profondità. Durante lo scavo è stato girato un docufilm, Into eternity” (2010) di Michael Madsen, che pone un’interessante questione, quella della “semiotica nucleare”. Il deposito è studiato per custodire rifiuti radioattivi per 100.000 anni; chi in futuro lo troverà potrà pensare si tratti di un antico sito religioso o di un tesoro nascosto. Come far capire alle generazioni future che quell’area è pericolosa? Scienziati e semiologi stanno studiando diverse tipologie di comunicazione: un totem scritto in tutte le lingue, ma anche un messaggio più intuitivo, composto di sole immagini possibilmente spaventose, nell’eventualità che gli idiomi attuali si estinguano. E poi, l’effetto “Indiana Jones”: il rischio che un monito troppo severo a non oltrepassare il confine accenda la curiosità e lo spirito di avventura. Secondo un’opposta scuola di pensiero il deposito geologico non ha bisogno di segnaletica perché deve cadere nell’oblio. Un futuro dove il pianeta è punteggiato di bunker radioattivi che l’umanità di oggi spera non vengano mai trovati.

26 – Elenco CNAI

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Un pensiero su “Rifiuti radioattivi: quel Deposito Nazionale che non c’è

  1. Franco Pelagagge dice:

    Uno degli articoli che si son fatti leggere meglio, con gli elementi essenziali sviluppati evitando tecnicismi.
    Interessante il riferimento all’interazione con le generazioni del furuto.

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