Galapagos: reef millenari in profondità

Quando si parla di Galapagos pensiamo subito a Charles Darwin, all’avventuroso viaggio a bordo del Beagle, all’oceano sferzante, a una natura isolata e primordiale. La ricchezza di vita dell’arcipelago e la sua sfida al tempo non si limitano alla superficie, si estendono fino ai suoi abissi.

Vertical Reefs | Galapagos | © Schmidt Ocean
Una catena montuosa in fondo al mare

A cavallo tra la Placca di Nazca e la Placca di Cocos, le isole Galapagos si sono formate a seguito di una intensa attività vulcanica e tettonica insieme. Gli scienziati da tempo cercano di individuare i collegamenti con altre isole e arcipelaghi distanti migliaia di chilometri, come Cocos e Malpelo. Gli addetti ai lavori lo chiamano Corridoio Marino del Pacifico Tropicale Orientale. L’ultima missione esplorativa ha scoperto un reef antichissimo. L’ha condotta lo Schmidt Ocean Institute, una organizzazione non a scopo di lucro fondata dall’ex CEO di Google. Scopo della spedizione: mappare una catena montuosa sottomarina la cui esistenza è stata suggerita dai rilievi satellitari. A bordo della nave da ricerca Falkor ci sono 24 scienziati e ricercatori di ben 13 organizzazioni e università, che vanno dalla Charles Darwin Foundation, alla MBARI (Monterey Bay Aquarium research Institute). Non possono mancare il National Geographic e gli istituti dell’Ecuador. La spedizione parte nel settembre del 2023. In ottobre gli scienziati inviano sul fondale SuBastian un sottomarino a controllo remoto (ROV) dotato di tecnologia laser che permette di eseguire scansioni accurate. Giunto a 420 metri di profondità, SuBastian si imbatte in una vera e propria barriera corallina che si estende in lunghezza per ben 800 metri. La barriera sembra composta essenzialmente da esacoralli, una sottoclasse di antozoi che include anemoni, madrepore, coralli neri e parazoanthus. La popolano spugne colorate, crostacei e piccoli pesci. Le sorprese non finiscono lì. Scoprono un’altra barriera corallina, meno profonda e meno estesa, ma altrettanto ricca di vita marina. Gli scienziati sanno che molte delle specie che osservano sono da identificare o sconosciute.

Tecnologia laser

La missione dello Schmidt Ocean Institute fa seguito ad un’altra. Nel mese di aprile la Charles Darwin Foundation e la Bristol University insieme ad altri partner, avevano organizzato una spedizione a Darwin Island. Gli scienziati a bordo di un sottomarino tipo Alvin avevano già scoperto barriere coralline anche più profonde, tra i 400 e i 600 metri di profondità, e catturato immagini in 4k. Ma è la seconda missione, quella dello Schmidt Ocean Institute, a stabilire che i reef appena scoperti sono antichissimi. A causa della scarsa risoluzione, la maggior parte delle tecnologie di mappatura subacquea disponibile non è adatta all’identificazione di organismi viventi. La scansione laser, invece, con una risoluzione di due millimetri può diventare un valido sostegno per i biologi marini che vogliono mappare un habitat senza prelevare campioni. I reef scoperti, confermano gli scienziati a bordo del Falkor, potrebbero avere migliaia di anni. Il loro substrato è composto da madrepore, coralli duri detti anche coralli costruttori, i quali morendo formano le fondamenta per altri coralli che si insediano sulla loro struttura calcarea. Una tendenza ben nota nei coralli che prosperano vicino alla superficie e che tendono alla luce, ma decisamente insospettata nei coralli di profondità. La missione si conclude con la mappatura delle catene sottomarine rilevate dai satelliti. Il quadro del Corridoio Marino del Pacifico Tropicale Orientale è sempre più chiaro. Le dorsali oceaniche che collegano Cocos, Galapagos e Malpelo alimentano biodiversità. Lungo questi profondi sentieri la geologia e l’attività dei coralli hanno creato vere e proprie stazioni per le specie che vi transitano.

Vertical Reefs | Galapagos | © Schmidt Ocean
Breve storia dei reef profondi

La maggior parte delle persone pensa che le barriere coralline possano formarsi soltanto in acque calde e dove arriva la luce. Lo pensavano anche gli scienziati fino a non molto tempo fa. I primi a fornire indizi che le cose stavano diversamente furono i pescatori di Norvegia e Irlanda che trovavano dei coralli impigliati nelle reti gettate a grandi profondità. La prima illustrazione di un corallo di profondità appare in un’opera di Johan Ernst Gunnerus, naturalista e vescovo norvegese, pubblicata nel 1768. Dalla sua corrispondenza con Linnaeus si evincono i dubbi sulla veridicità delle testimonianze dei pescatori circa la profondità di provenienza. Per molto tempo si è creduto fosse impossibile per i coralli sopravvivere al freddo e lontano dalla luce. Tantomeno prosperare abbastanza da formare delle vere barriere. Con la diffusione dei primi sommergibili per la ricerca scientifica o petrografica arrivano le immagini. Le prime di una barriera corallina di profondità vengono registrate nel 1982 da un sottomarino della Statoil, compagnia petrolifera norvegese, a 480 metri sotto la superficie del mare nei pressi di un’isola ben addentrata nel circolo polare artico. È solo l’inizio. La scienza scoprirà un mondo magnifico e insospettato che prospera anche oltre i 3.000 metri di profondità. Un mondo di coralli lungo i pendii di tutte le piattaforme continentali. Ma la loro reale estensione è tutt’altro che nota, afferma la NOAA in un articolo.

Lophelia pertusa | Corallo costruttore | Immagine pubblicata da Gunnerus nel 1768
Un nuovo livello di consapevolezza

Se l’avanzamento della tecnologia ha permesso agli scienziati di spingersi sempre più in profondità per le loro ricerche, il declino delle barriere coralline di superficie ha riacuito l’interesse del pubblico e dei media nei confronti di questi habitat complessi e delicati, capaci di svilupparsi anche in condizioni estreme. Mantenendo intatta la loro bellezza. Vengono descritti dai ricercatori come boschetti, piume, ventagli. Hanno forme familiari, simili a quelle dei coralli che conosciamo ma che nel buio delle profondità raggiungono decine di metri d’altezza. Anche l’habitat creato dai coralli profondi rispecchia quello delle barriere di superficie. L’ambiente tridimensionale ospita granchi, gamberetti, spugne, larve e piccoli pesci che trovano cibo e protezione nell’intrico dei rametti e delle tettoie. Secondo la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) 400 anni di pesca con reti a strascico e altri sistemi in grado di spingersi in canyon e pendii profondi, hanno gradualmente depauperato anche questi lontani habitat. Mettendo a rischio la biodiversità in un ambiente interconnesso.

“Queste informazioni non sono solo preziose da un punto di vista scientifico, ma forniscono anche una solida base per un processo decisionale che protegga efficacemente questi ecosistemi, salvaguardando la biodiversità che ospitano e garantendo la loro resilienza in un ambiente in costante cambiamento. Le dinamiche geologiche della regione svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi di acque profonde. La ricerca e la mappatura sono strumenti essenziali per garantire che le Galapagos continuino a essere un esempio iconico della bellezza e dell’importanza della natura”.

Danny Rueda Cordova,
Direttorato del Parco Nazionale delle Galapagos

Lontano dagli occhi

Difficilmente, di questo passo, riusciremo ad invertire la tendenza climatica. La maggior parte delle barriere coralline di superficie cesserà probabilmente di esistere. Entro il 2050, se non prima. Si trasferiranno in profondità, presso acque più fredde e più profonde. Saranno diverse, incolori. Soprattutto saranno lontane dai nostri sguardi di comuni mortali. Io spero che ogni essere umano di buonsenso colga adesso l’occasione per visitarle prima che scompaiano. Il mare non morirà. L’immensa massa blu che ha diffuso la vita sul pianeta non può morire. Sarà diversa, da come la conosciamo. In quanto ai coralli, neanche loro scompariranno, continueranno ad esistere. Lontano dagli occhi. Lontano dal cuore.

 

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