Barriere coralline: una stella nascente può farle risorgere in quattro anni

Nel sud di Sulawesi, in Indonesia, un gruppo di ricercatori ha scoperto che le barriere coralline ripopolate artificialmente maturano in soli quattro anni. La scoperta è una importante conferma sulla efficacia delle tecniche usate e sui tempi di recupero ma soprattutto darà un nuovo impulso al ripristino di barriere considerate impossibili da salvare. Come le barriere colpite dalla pesca con la dinamite.  

© Mars Coral Restoration
Mission Impossible

Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta, le acque intorno al sud di Sulawesi sono state vittime di una diffusa piaga: la pesca con la dinamite. È, neanche a dirlo, il più distruttivo di tutti i tipi di pesca. La maggior parte dei pesci uccisi dall’onda d’urto si deposita sul fondo e solo una minima parte sale a galla. Viene quindi praticata lungo fondali relativamente poco profondi che in acque tropicali sono spesso dimora di veri e propri giardini di corallo.

L’effetto più devastante di questa pratica è che le barriere coralline restano praticamente irreparabili. L’esplosione riduce i coralli in frantumi, tanto che il fondale dopo l’evento si trasforma in una distesa di detriti bianco grigiastri, si trasforma in qualcosa che assomiglia in tutto ad un ossario. Le larve dei coralli ci provano a riattecchire sul substrato di carbonato di calcio, ma non riescono a sviluppare nuove strutture. I frammenti sono troppo mobili e vengono continuamente disturbati da pesci in cerca di alga e dalla risacca. Uno sforzo vano, quello delle larve, uno sforzo che disperde una gran quantità di vita che non si svilupperà.

Le barriere colpite da uragani e tsunami subiscono spesso la stessa sorte. A poco a poco le barriere colpite si trasformano in vaste distese di sabbia o in tappeti d’alga filamentosa. Se c’è un’immagine che sott’acqua ricorda la morte, è quella di un reef colpito dalla dinamite. Per anni si è creduto che le barriere coralline ridotte in quello stato fossero impossibili da recuperare, neanche con un intervento di ripristino. Finché un progetto innovativo non ha cambiato le cose.

Genesi di una stella di reef

Intorno al 2006 la sede filiale indonesiana della multinazionale Mars, proprietaria di prestigiosi marchi alimentari e prodotti per animali, viene a conoscenza del degrado delle barriere coralline dell’arcipelago di Spermonde, al largo di Makassar, Sulawesi. Pochi sono i reef risparmiati dalla dinamite.

Le comunità di pescatori locali cominciano a soffrire la scarsità delle catture. Non è colpa loro. Sembra che i reef distrutti siano il lascito dei Bajau-laut, i nomadi del mare. In concerto con università, ricercatori, e gruppi ambientalisti si cerca una soluzione in grado di aggirare il problema di quei detriti maledettamente mobili. La soluzione deve essere una struttura facile da produrre localmente, facile da posare da personale non professionista e di tipo scalabile.

Dopo studi, esperimenti e tentativi nasce la Reef Star del Marrs, (Mars Assisted Reef Restoration System). Si tratta di una struttura metallica con sei gambe che, come quelle di ragno, la tengono sollevata dal fondale. La struttura viene spennellata di resina e poi ricoperta di sabbia. Dopo una serie di esperimenti, il gruppo scientifico conclude che se le Reef Star sono ben ancorate al fondale e tra loro e che possono resistere a violente mareggiate.

Il progetto è pronto a partire e coinvolge tutti. I membri delle comunità locali applicano dei rametti di corallo vivo sulla parte superiore delle Reef Star ed i subacquei le posano sul fondo. Si spera che i coralli, a poco a poco, inizino a svilupparsi e a ricostruire grandi colonie. Sembra un buon sistema, molto pratico. Un team di pochi subacquei può coprire in una giornata 400 mq di barriera deteriorata. Sulla reale efficacia del sistema, però, bisogna attendere. Attendere che i coralli attecchiscano e si sviluppino. Nessuno, agli inizi, è in grado di dire se e in quanto tempo il reef si sarebbe ripristinato. I ricercatori sanno che il progressivo riscaldamento e l’acidificazione dei mari renderanno più difficile il recupero. La risposta, quattro anni dopo, sorprende tutti.

Cosa dice lo studio

Lo studio, pubblicato da più testate scientifiche vicine a Elsevier, è stato realizzato da un gruppo internazionale di scienziati sotto la guida di Ines Lange, dell’Università di Exeter, Regno Unito. Questo il suo commento rilasciato alla stampa:

“Abbiamo scoperto che le barriere coralline ripristinate possono crescere alla stessa velocità di quelle sane dopo solo quattro anni dal trapianto dei coralli. La velocità di recupero che abbiamo riscontrato è stata incredibile, non ci aspettavamo un recupero completo nello sviluppo della struttura della barriera corallina dopo soli quattro anni”.

Per stabilirlo gli scienziati hanno monitorato contemporaneamente tre reef sani e tre reef in fase di ripristino nella stessa zona. Uno dei parametri presi in considerazione è il carbonate budget, traducibile con bilancio del carbonato di calcio. I polipi dei coralli producono uno scheletro protettivo costituito principalmente da carbonato di calcio. Il composto viene prelevato dall’ambiente ed accumulato nelle strutture. Al contempo altre specie, come i ricci di mare e alcuni pesci pappagallo, impoveriscono l’ambiente corallino di questo composto rendendolo inutilizzabile.

La valutazione del carbonate budget comporta un intervento complesso ma può indicare l’effettivo accrescimento, o il depauperamento, di un reef. Il risultato è ottimo: i reef ripristinati crescono tre volte più velocemente rispetto ai reef di controllo. Su questo però gli scienziati sono più cauti nel cantare la vittoria del programma, attribuendo il rapido accrescimento alla percentuale più alta di coralli ramificati.

Il genere Acropora è il più impiegato nei programmi di ripristino per la facilità con cui si possono frammentare e innestare i suoi rametti, e per la sua capacità di ricreare rapidamente un ambiente tridimensionale in grado di ospitare molto presto altre forme di vita marine. L’altra faccia della medaglia è che le acropore sono meno resistenti di altri coralli allo sbiancamento. Inoltre, questi reef risultano molto meno biodiversi rispetto ai reef naturali mentre uno degli obiettivi principali nel ripristino delle barriere, riporta lo studio, è di creare le condizioni ecologiche che incoraggino una ripresa ed una capacità naturali di attrarre nuovi coralli.

Su questo argomento gli scienziati non hanno ancora ben chiaro quale sia l’arco di tempo necessario affinché ciò accada. E notano che se da un lato i coralli trapiantati crescono velocemente, dall’altro i nuovi coralli, rispetto ai reef naturali, faticano di più ad attecchire spontaneamente sulle strutture delle Reef Star.

Le barriere di domani

L’Outlook, nell’insieme, è estremamente positivo. La mortalità dei coralli trapiantati è del 5%, una percentuale molto bassa per questo tipo di interventi, e le strutture si sono dimostrate resistenti nel tempo, sicure e molto efficaci nel creare un network che faciliti l’espansione. Al momento nel mondo sono state utilizzate più di 90.000 Reef Star per una superficie sottomarina complessiva di 112.000 mq.

Una nuova fabbrica è stata recentemente aperta a Cairns, in Australia, e nello spirito del programma Marrs, (Mars Assisted Reef Restoration System) sono state coinvolte le Nazioni Aborigene. Il prossimo passo per gli scienziati sarà capire come attirare altre specie di coralli. E chissà che la risposta non venga dall’integrazione del Marrs con un altro progetto basato sul suono e del quale abbiamo parlato in questo articolo. Lungo tutto lo studio e nei comunicati stampa si parla di impulso alla pesca artigianale (ovviamente senza la dinamite) di protezione delle coste e delle spiagge dall’erosione del mare. Ma forse l’immagine che più colpisce è quella di due immagini affiancate, catturate dallo stesso punto di vista a distanza di anni.

Coralli | © 2018 Ocean Culture Life

Nella prima metà dell’inquadratura il sito è un ossario. Nella seconda un giardino. Ricorda, suscitando sentimenti esattamente opposti, le immagini Chasing Coral, il documentario più bello, incisivo, struggente mai girato sulla sorte delle barriere coralline. Le ricorda al contrario. E ci ricorda qualcosa che spesso sfugge, sul destino delle barriere coralline e non meno importante: il rischio di perdere per sempre la loro bellezza.

 

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