Cronache artiche. Renne: le regine nomadi del Grande Nord

Le renne e i loro custodi. Un viaggio ai confini del tempo

Nella loro lingua, i Sami chiamano sé stessi non pastori ma “custodi” di renne. In passato, il loro era uno stile di vita nomade, con ritmi dettati dagli spostamenti degli animali: le tende venivano levate e poi ripiantate per seguire le renne nelle loro peregrinazioni stagionali alla ricerca di cibo.

Renne| Foto di Hans Jurgen Mager | Unsplash

Oggi la vita dei Sami è diversa: l’uso delle motoslitte, che permettono di seguire la mandria e di tornare a casa in giornata, così come l’utilizzo di droni e app per monitorare gli spostamenti delle renne, hanno permesso a questo antichissimo popolo di diventare stanziale. Non che i Sami abbiano messo radici: le hanno sempre avute, anche se quella che chiamano la loro terra non ha nulla a che vedere con una patria o con un recinto campanilistico. E anche se continueranno a specificare che loro non sono proprietari di nulla: né della terra, che appartiene solo a Madre Natura, né tantomeno delle renne rispetto a cui c’è un legame di appartenenza più che di proprietà vera e propria.

I Sami e le renne, un legame a filo doppio. In Svezia e in Norvegia, la legge stabilisce che la pastorizia di renne può essere esercitata solo da chi appartiene al popolo sami. La legislazione finlandese, invece, è fortemente strutturata (in distretti e cooperative regolamentati dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste) ma molto più di manica larga. In pratica, qualsiasi cittadino europeo, non solo finlandese, può diventare proprietario di renne a patto di essere approvato come membro da un distretto di allevatori.

Non stupisce, quindi, che i pastori di renne in Finlandia siano più numerosi e che addirittura il 33% del territorio nazionale sia dedicato all’allevamento di renne. Allevamento per modo di dire: il termine va inteso indubbiamente in senso lato e non ha nulla a che spartire con il legame di sudditanza che regola i rapporti fra uomini e animali negli allevamenti tradizionali. La differenza? È questione di recinto. Qui rimane chiuso per poco, pochissimo. E quando il perimetro si apre, i pastori – più che guidarle – accompagnano le renne nei loro viaggi. Non si tratta di transumanza ma di qualcosa di radicalmente diverso perché le renne, a differenza di pecore e mucche, rimangono – nel profondo – animali liberi. In un certo senso, i pastori le custodiscono e loro – le renne – custodiscono ciò che rimane di nomade degli antichi allevatori.

Le renne di Juha, tra i verdi boschi di Kuusamo

Il primo pastore di renne che conosco non è sami e abita a pochi chilometri da Kuusamo, nella Finlandia centro-orientale. Si chiama Juha Kujala e vive in una fattoria, “Kujala Porotila” che appartiene alla sua famiglia da più di centocinquant’anni.

«Com’è la giornata di un pastore di renne? In mezzo alla natura: posso solo dirti questo.» mi racconta Juha «Il resto cambia, di giorno in giorno. A volte ti capita anche di dover difendere le renne da un orso, da un ghiottone o da un lupo. Insomma, non sai mai cosa ti succederà. E questo è bellissimo.»

Quando conosco Juha è estate e nel recinto della sua fattoria le renne rimaste sono poche. In realtà, non dovrebbe essercene nessuna ma Juha ne tiene qualcuna giusto per organizzare alcune visite per i turisti di passaggio, tra cui un corso di yoga con le renne tenuto da un’insegnante di Helsinki che ha deciso di lasciare la capitale e trasferirsi qui. «Il grosso delle attività con i turisti, però, le organizziamo in inverno quando tutte le renne sono all’interno del recinto. Gli animali rimangono a stretto contatto con noi, nella fattoria, solo per tre, quattro mesi. Poi, a maggio, arriva il momento della nascita dei cuccioli e le renne devono essere lasciate libere di andarsene lontano da noi. A fine aprile, apriamo i cancelli: mai e poi mai una renna partorirebbe in cattività.

Juha Kujala nella sua fattoria di renne | @ Kujala Porotila

Subito dopo la nascita dei cuccioli, le femmine perdono i palchi (quelle che impropriamente vengono chiamate corna) che poi progressivamente ricresceranno. I maschi, invece, perdono i palchi in autunno – subito dopo la stagione delle lotte e degli amori – ed è proprio in questo periodo, dopo novembre, che le renne tornano dalle loro peregrinazioni e vengono riunite nel recinto della fattoria in modo da poter essere nutrite nei mesi del grande freddo. Poi, a febbraio, anche le corna dei maschi ricrescono – piuttosto velocemente, due centimetri al giorno circa – e tutto ricomincia da capo.»

Nel regno dei Sami Skolt: Katja e le sue renne

Quello che Juha mi racconta non è, però, uno schema fisso. Molto più a Nord, sulle rive del lago Sevettijärvi, torno a parlare di renne con Katja Sanila, discendente da una delle più antiche famiglie Sami Skolt arrivate dalla Russia.

Katja insegna lingua e cultura sami nella piccola scuola del villaggio ed è proprietaria e pastora di renne. «Quante?» le domando, esordendo subito con il classico scivolone.

«Non si chiede mai» mi risponde, gentile ma categorica «Proprio come non si domanda a una persona quanti soldi ha in banca.»

Piccola regola di politesse che imparo sul campo, così come – altra regola che mi insegna Keke, il suo compagno – parlando con un pastore di renne non bisogna mai nominare il ghiottone: il più feroce e ingordo predatore, talmente temuto dai pastori da meritarsi un silenzio apotropaico.

A differenza di Juha, Katja è una proprietaria di renne “tradizionale” che non organizza né visite né esperienze dedicate ai turisti. Le sue renne, in inverno, continuano il loro viaggio verso un’ovattata transumanza nella neve alla ricerca dei pascoli invernali.

Un viaggio antico, che si perde nella notte dei tempi. Certo, ora con le motoslitte e con le nuove tecnologie tutto è molto più semplice. C’è chi usa i droni. Katja, invece, per monitorare le sue renne usa Ranniot, una app creata da Mapitare Oy, azienda finlandese che offre servizi di cartografia e posizionamento. Il nocciolo del discorso, però, non cambia: i Sami continuano a seguire le loro renne come un’appendice, custodendone i passi nel buio della Notte Polare. Una pastorizia, se così si può chiamarla, fatta di ascolto e di scambio di ruoli: più che guidare la mandria, il pastore la fiancheggia e cerca di capirla, avendo cura di mantenersi a debita distanza perché anche le renne – cosiddette – addomesticate, come le loro cugine selvatiche, conservano un istinto che le porta ad allontanarsi dagli uomini. E a conservare una forte compattezza fra di loro.

«Le renne sono animali con un forte senso della famiglia» racconta Katja «In un gruppo ci possono essere diverse generazioni con madri, figli e nipoti che si amano a vicenda. E che comunicano in modo attivo, scambiandosi informazioni utili. Per esempio, una madre può comunicare alla figlia, sulla base della sua esperienza, dove è meglio andare a cercare cibo. Le renne sono animali intelligenti, capiscono benissimo come e quando sta cambiando il tempo e se è meglio cercare cibo in cima alla collina o in basso. Quindi, non è che tu – pastore – possa dire: “Ehi, sali sulla cima della collina e stai lì!” La renna sa meglio di te cosa è meglio per lei e se provi a costringerla ad andare dalla parte opposta, scapperà senza troppi complimenti. Questo è un aspetto fondamentale: se vuoi guidare le renne devi prima di tutto conoscerle, capire come ragionano. E in un certo senso, condurle lasciandoti a tua volta condurre da loro.»

Il lungo viaggio delle renne nel cuore dell’inverno artico

Quello che mi racconta Katja è un lungo viaggio nella neve che attraversa il buio della Notte Polare e dei suoi sterminati crepuscoli tinti di blu. Un voyage au bout de la nuit lungo i bianchi pascoli invernali, alla ricerca di cibo.

A differenza delle renne di Juha, che svernano nel recinto della fattoria, le renne di Katja vengono riunite in un recinto solo per essere prelevate in piccoli gruppi che vengono poi condotti verso diverse zone di pascolo, secondo una divisione decisa a tavolino già dall’estate precedente.

«Quando ogni renna è stata prelevata dal recinto, diamo inizio alla vera e propria movimentazione generale, in vista della primavera.» spiega Katja «Tendenzialmente si cerca di spingere le renne a spostarsi ogni uno, due giorni in base alla quantità e alla qualità del cibo disponibile. Lungo il percorso, cerchiamo di convincere le renne a seguire le proprie orme e noi stessi continuiamo a tenere le tracce sott’occhio per capire se – strada facendo – qualche renna si è allontanata dal gruppo e si è persa. La strada è quasi sempre in salita: i migliori luoghi di pascolo sono le cime delle colline o comunque tutte le zone alte, come gli altipiani, dove la neve è meno fitta perché tende a scivolare a valle, accumulandosi lungo i fianchi della montagna grazie all’azione del vento. Cosa che rende molto più facile alle renne trovare muschi e licheni sotto il manto nevoso.»

Nei boschi di Kuusamo | @ Kujala Porotila

Il viaggio prosegue verso le colline più alte. Muoversi, per i pastori, è un lungo braccio di ferro con la neve che nel cuore dell’inverno è così fitta da rendere difficile il percorso delle motoslitte, soprattutto in salita. Le cose iniziano ad andare molto meglio con la seconda metà dell’inverno quando la consistenza della neve cambia e diventa più dura: perfetta per reggere il peso della motoslitta. Ma tutto, come mi ricorda Katja, viaggia sul filo di un sottile equilibrio pronto a spezzarsi da un momento all’altro. Presto, infatti, arriva il momento in cui la neve diventa troppo dura: impraticabile con mezzi pesanti come le motoslitte, che spesso trainano carichi che possono arrivare fino ai quattrocento chili. Difficile, in condizioni simili, raggiungere la cima delle colline.

«Poi ecco che arriva la primavera» Katja sorride e la capisco. Della Finlandia in primavera, con la luce del sole moltiplicata dalla neve, ho un ricordo abbagliante. «Intorno c’è tanta, tantissima luce e un gran senso di libertà: la neve e il ghiaccio si sciolgono e le renne possono andare dove vogliono. È bellissimo ma anche tremendamente difficile per noi pastori. Non solo perché star dietro alle renne, che possono correre ovunque, è una sfida continua ma anche perché, con la primavera, c’è un nuovo pericolo di cui dobbiamo tenere conto. E non è un pericolo da poco.

Gli orsi si risvegliano dal letargo e sono non solo affamati, ma ferocemente carnivori. Prima di andare in letargo, in autunno, gli orsi hanno un’alimentazione praticamente vegetariana: nei mesi precedenti hanno mangiato tanta di quella carne che hanno l’intestino bloccato e devono liberarsi. Questo significa che in primavera, quando si svegliano, sono pronti a divorare qualsiasi cosa si muova. Per le renne iniziano tempi duri, anche perché a noi pastori non è permesso uccidere gli orsi prima che (molto più tardi, a fine agosto) la stagione di caccia apra i battenti. Viene giusto fatta qualche eccezione nel caso in cui un orso uccida grandi quantità di renne, tornando più volte sul posto. In questi casi si può richiedere un permesso speciale.

In primavera, quindi, la principale attività di un pastore di renne sarà cercare di vegliare sui propri animali. Tentiamo di tenerli sotto il nostro occhio vigile il più a lungo possibile. Dopodiché, verso maggio, le renne si allontanano da noi e se ne vanno in cima alle colline. È il momento del parto e i cuccioli non nascono mai sotto la nostra custodia ma in libertà. Da buoni custodi, facciamo comunque tutto il possibile per proteggere i nostri animali dai grandi carnivori – orsi, ghiottoni e lupi –che, oltre ad essere affamati, hanno avuto da poco anche loro i cuccioli, cosa che li rende particolarmente aggressivi.»

Renne in inverno | @ Kujala Porotila
Pastori di renne oggi: non è un lavoro, è uno stile di vita

Ma è davvero possibile, oggi, vivere di pastorizia di renne? La verità è che col tempo questa attività è diventata sempre più costosa: basti pensare al costo di motoslitte, benzina, vestiti caldi per seguire la mandria, droni (per chi li usa). Quanto torna indietro di questo investimento? In realtà, molto poco, mi dice Katja. Se sei in coppia, tuo marito (o tua moglie) fa un mestiere diverso dal tuo. E lo stesso pastore di renne, d’altra parte, ha anche altri lavori. Lei, per esempio, è insegnante.

I maggiori introiti, per un pastore di renne, provengono dalla vendita della carne. Il latte no, non viene venduto: le renne ne producono pochissimo e solo per i cuccioli. Un pastore non si sognerebbe mai di appropriarsene e, anche se volesse, farebbe fatica visto che nel periodo della nascita dei cuccioli le renne diventano ancora più elusive. La carne, invece, è un prodotto che continua a riscuotere un discreto successo. A che età vengono macellate le renne? Katja mi spiega che non c’è un’età precisa. Di solito, nel breve periodo che gli animali trascorrono nel recinto prima della movimentazione invernale, i pastori controllano lo stato dei denti: quando è chiaro che la renna non ce la farà a trovare cibo sotto la fitta coltre di neve, la si avvia alla macellazione. Stando attenti a non aspettare troppo, altrimenti la carne non sarà buona per la vendita.

Siamo lontani anni luce dagli allevamenti tradizionali – intensivi e non – e dai loro introiti. Katja anticipa la domanda che ho sulla punta della lingua da un bel po’ «Ne vale la pena? Se ragionassi in termini di ritorno economico, dovrei risponderti di no: la sfida non è tanto guadagnare ma equilibrare entrate e uscite, magari con un piccolo ritorno. Ma vedi, questo per noi non è tanto un lavoro quanto uno stile di vita. Qualcosa che amiamo perché fa parte delle nostre radici e della nostra identità.»

In un contesto come questo, il turismo – con la possibilità di sviluppare tutta una rosa di attività collaterali – sembra sempre di più un’opportunità aggiuntiva. «I rischi ci sono ma credo che ci sia molto di buono che possiamo sviluppare in questo campo. Condividendo le nostre conoscenze anziché tenercele solo per noi. Il nostro è un popolo che vive da sempre a contatto con la natura. Quando si è iniziato a parlare concretamente di protezione ambientale, io ero già avanti con gli anni. Oggi c’è chi ci viene a dire di non buttare la plastica per terra ma per noi questo è scontato e fa da sempre parte del nostro modo di vivere e di pensare. Capisci cosa voglio dire? Il turismo può essere un’ottima opportunità anche in questo senso. Nei secoli abbiamo conservato una visione che oggi, più che mai, può essere preziosa per aiutare chi non vive qui a ridefinire l’equilibrio tra uomo e natura.»

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