Direzione: Berlevåg. Un davanzale affacciato sul nulla
L’orizzonte è un taglio grigio piombo spianato dal vento. Lo guardo e penso che al di là, oltre quella linea, ci sono solo le Isole Svalbard – l’ultimo avamposto abitato – e poi il nulla. E non un nulla qualsiasi, ma il grande nulla del Polo Nord.

Srotolo il mio sacco a pelo sul ponte di un traghetto che da Kirkenes circumnaviga la penisola di Varanger, all’estremo Nord della Lapponia norvegese e cerco di ripararmi vicino a una griglia da cui esce aria calda. Di ore di viaggio, davanti a me, ne ho ancora parecchie. Mi sono imbarcata in tarda mattinata e verso le undici di sera sbarcherò a Berlevåg, un minuscolo villaggio di pescatori sulla costa settentrionale della penisola. Il traghetto non è certamente il mezzo più veloce per arrivare a destinazione ma quello che cerco è proprio questo: l’esasperata lentezza con cui la nave sgrana un inesorabile rosario di scali, il beccheggio severo del suo scafo tra le onde del Mare di Barents.
C’è, in questa lentezza, un intero frattale di luci e di forme da sfogliare. C’è la tristezza sinuosa dell’isola di Vardø, antico crocevia tra Oriente e Occidente. C’è il vento che soffia sempre più forte e che rende difficile tutto: sia rimanere sul ponte, sia attaccar bottone con i pochi, sparuti, viaggiatori che circolano da queste parti. Prevalentemente, norvegesi e finlandesi, saliti a bordo direttamente con le loro bici. C’è il sole che declina dietro una coltre di nubi ferrigne e ci sono spaventose scogliere di basalto che urlano nel vento: nere, nerissime, su uno sfondo che è tutto una scala di grigi. Sembra la terra di Mordor, ma viva e fragorosa come forse neanche Tolkien è mai riuscito a immaginarsela.
Quando arrivo a Berlevåg, il cielo è nero come la pece e l’unica a scendere dal traghetto sono io. Piove forte e dal porto al paese ci sono un paio di chilometri molto mal illuminati. Mi incammino nel buio ma quasi subito una macchina accosta e un ragazzo dagli occhi gentili mi chiede se voglio un passaggio. È un marinaio. Dico di sì. Sarà lui il primo di una lunga sfilza di incontri che mi dischiuderanno le porte di questo paradiso alla fine del mondo.

Berlevåg e “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen
La prima volta che sono venuta a Berlevåg avevo vent’anni e quel primo viaggio l’ho fatto a bordo di un vascello di carta. O meglio, un libro: Il pranzo di Babette di Karen Blixen. La verità, però, è che Karen Blixen, qui all’estremo nord della penisola di Varanger non ha mai messo piede.
Mi sono chiesta più volte perché la Blixen abbia scelto proprio Berlevåg come scenario del suo racconto e la risposta che mi sono data è che per costruire la storia di un’atipica chef parigina (sì: una chef donna) fuggita in capo al mondo dopo una vita di lutti e rivoluzioni, la scrittrice danese deve aver scelto – tutto sommato a caso – un puntino inarrivabile, remoto, lontano anni luce da tutto e da tutti. Berlevåg, quindi: più che un villaggio reale, la metafora stessa di una distanza siderale. Ed è proprio questo, una lontananza più che un luogo, che sono venuta a esplorare.
Ho sempre amato le periferie estreme e quella forma particolarissima di libertà che nasce lontano dai riflettori. Nelle terre di confine più remote o ai margini della carta geografica. È qui, in queste bolle spazio-temporali che a volte sbocciano i miracoli più impensati. Come a Nellim, uno sperduto villaggio della Lapponia finlandese, a nove chilometri dal confine russo, dove nel pieno della furia bellica, hanno convissuto pacificamente quattro etnie. Berlevåg è una periferia differente. Qui l’unico confine tangibile è quello con il nulla. Finis terrae. Una consapevolezza palpabile che in sé, tra i tanti tesori, ha una grande portata coesiva perché ai confini del nulla – così come in braccio al buio – viene voglia di accendere il fuoco, qualsiasi fuoco, e di stringercisi intorno.
Oppure di cantare, come ha fatto il famoso coro di marinai e pescatori di Berlevåg: un falò di voci (e una star internazionale, resa celebre dal documentario Cool and Crazy) che, da quasi cent’anni, canta le solitudini, le lunghe notti e le tempeste di questa terra battuta dal vento.

Stupendo e terribile: Sua Maestà il mare
Il giorno dopo il mio arrivo, il paesaggio è irriconoscibile. Il vento ha spazzato via le nuvole lasciando spazio a un azzurro terso e luminosissimo. Il mare, qui, è ovunque e fa parte a tutti gli effetti della storia e della carta di identità di Berlevåg, un villaggio che è nato proprio dalla lotta al coltello contro i possenti marosi del Grande Nord. Qui, ancora oggi – mi dicono gli abitanti del luogo – se vieni in inverno puoi trovarti un pesce scaraventato sul parabrezza mentre guidi. Berlevåg, infatti, non sorge in un’insenatura naturale. Fino a cent’anni fa, qui non esisteva nemmeno un porto e le barche venivano tirate ogni volta sulla terraferma sperando, semplicemente, che le onde non le facessero a pezzi.
Il primo porto, negli anni Trenta, è stato distrutto nel giro di poco, prima dalle onde e poi dai Tedeschi e ci sono voluti quasi trent’anni perché si trovasse una soluzione più o meno definitiva in grado di vincere il braccio di ferro con il Mare di Barents. Se due ingegneri di Grenoble non avessero inventato i tetrapodi – pesantissimi frangiflutti a quattro braccia in calcestruzzo – forse nemmeno oggi la partita sarebbe stata vinta. Il piccolo porto di Berlevåg è stato uno dei primi al mondo a sperimentare l’invenzione e prima che la soluzione potesse dirsi definitiva, furono più di diecimila i tetrapodi sfornati per costruire il suo recinto. Camminare lungo i due bracci del porto ancora oggi è un’esperienza che non lascia del tutto tranquilli. Perché qui il mare nutre, alimenta l’economia e l’identità del villaggio, deposita giganteschi granchi reali sulle scogliere ma rimane sempre e comunque quello che è: l’emblema stesso della libertà. Una stupenda bestia selvaggia, che è impossibile prendere al laccio. Nemmeno con un guinzaglio di cemento armato.

Il paese stesso è un racconto del mare. Il mare blu cobalto, dalle scogliere a strapiombo di Tanahorn, una montagna sacra che – a salirci su – sembra un dorso di balena. Il mare che si infrange furioso ai piedi del faro di Kjolnes, distrutto e ricostruito in stile brutalista. Il piccolo museo del porto, che parla dei pomor, gli antichi commercianti venuti dalla Russia. I resti scarni ed enigmatici di alcuni insediamenti dell’Età della Pietra a Kongshavn, sulla costa, e le tracce drammatiche, molto più moderne, dei partigiani norvegesi giustiziati a Løkvik per aver aiutato i sottomarini russi. La morte, a Berlevåg, è arrivata cavalcando l’odore acre degli incendi e della polvere da sparo. La tattica della terra bruciata, imparata in Russia a proprie spese, i Tedeschi la misero in pratica in tutta la Lapponia e anche Berlevåg finì per subirla.

Distruzione e rinascita. Nel silenzio battuto dal vento, il refrain delle storie di Berlevåg è questo. E di storie, ce ne sono tante. C’è qualcosa che mi manca però: una voce reale che queste storie possa raccontarmele dal vivo. D’altra parte, di punti di aggregazione qui non ce ne sono.
Tranne uno: il Pub Neptun.
Storie di marinai al pub Neptun
Si dice che quassù, all’estremo Nord del mondo, le persone siano fredde, chiuse e scostanti. Niente di più falso. Se entri in un pub come il Neptun – un “vero” pub, di quelli scuri, frequentati solo da pescatori e marinai – in pratica basta chiedere dov’è lo zucchero per ritrovarti seduta al bancone, con una tazza di caffè americano davanti e un focolare di storie in carne e ossa da sfogliare. Berlevåg, un po’me l’ha raccontata Karen Blixen e un po’me l’ha raccontata il mare. Ma senza gli incontri sbocciati al Neptun, questo villaggio ai margini della carta geografica per me non sarebbe mai diventato un posto in cui voler tornare sul serio.
È al Neptun che incontro Kolbiørn, barba bianca e dolcissimi occhi azzurri. A dispetto del nome (“orso nero” in norvegese), Kolbiørn è tutt’altro che orso e mi racconta dei suoi viaggi a bordo di mercantili che lo hanno portato in Cina, in Giappone, perfino a Saigon ai tempi della guerra. E in Italia, a Livorno, dove – mi dice – ha incontrato le donne più belle che abbia mai visto. «Qui» mi spiega «più o meno tutti, da giovani, ci siamo imbarcati su una nave come marinai. Ai tempi, la televisione non c’era ed eravamo completamente tagliati fuori da tutto e da tutti. Di soldi, per viaggiare come turisti, non ne avevamo quindi, se volevi conoscere il mondo, non avevi scelta: l’unica cosa che potevi fare era salire su una nave come marinaio, rimboccarti le maniche e partire all’avventura.» Andarsene per poi tornare è la scelta che hanno fatto in molti, viaggiando in lungo e in largo e poi tornando dagli oceani più remoti del globo alla cara, vecchia barca da pesca.

Tra i tanti che sono andati e tornati c’è anche Karl Astrup Karlsen, amico di Kolbiørn, che tra un viaggio e l’altro, tanto tempo fa, si è fermato anche a vivere a New York per un anno. Karl è generoso: ti serve storie su un piatto d’argento e le racconta con lo sguardo aperto e profondo di chi, l’orizzonte, è abituato a guardarlo ma lo ha anche scavalcato e sondato a più riprese. Sarà lui, nei giorni successivi, ad aprirmi davvero le porte del suo paese.
La Berlevåg che mi racconta Karl non è quella che troverei sulle pagine di una guida turistica. È il posto dove a luglio si va a raccogliere il camemoro e il luogo in cui le foche si rifugiano per partorire i cuccioli. È lo stagno che scrutiamo, con due binocoli, per contare i cigni canori (cygnus cygnus) che quest’anno sono approdati qui sulla costa. «Il canto del cigno: conosci questa espressione? In realtà, il cigno reale non canta affatto. Il cigno canoro sì. Qui sulla costa, ne arrivano sempre due. Quest’anno. Invece, sono in quattro.» mi spiega Karl. «Da dove vengono?» gli chiedo. Lui fa un gesto vago con la mano: «Dall’ Est. Saranno degli immigrati russi!» Ride forte.
In un paese come Berlevåg, dove – dal mare ai Tedeschi – l’acqua e il fuoco hanno impresso sull’identikit del villaggio il marchio del transeunte, la vera costante è il paesaggio naturale. Uno scenario fluido e radicato al tempo stesso, scandito da una ciclicità a volte terribile, a volte semplicemente sorniona. Lassù, sull’altopiano, c’è il futuro: lo sterminato parco eolico di Raggovidda, un plateau ventoso il cui nome significa “montagna distrutta”. Più in là, in un luogo non lontano ma che sembra remoto, c’è il passato di Store Molvik, un villaggio ormai quasi completamente disabitato. Per arrivarci, passiamo da uno stagno limpidissimo dove, mi dice Karl, l’acqua è talmente buona che in passato veniva usata per allungare i liquori. “Acqua minerale”, lo hanno battezzato alcuni. E c’è chi, attirato dal nome insolito, è rimasto deluso perché si aspettava di bere acqua che fosse sul serio frizzante.

Store Molvik sorge un bel po’oltre, alla fine di una lunga strada sterrata. E arrivarci è un tuffo al cuore. Branchi di renne, cespugli di acetosella, le onde del fiordo, trasparenti come il cristallo, che vanno e vengono. E rade case di legno, erette con i resti del vecchio aeroporto, costruito e poi distrutto dai tedeschi. Economia circolare in pillole. Ma ai tempi, questa era pura necessità e nessuno si sarebbe mai sognato di darle un nome.
Il giardino di Oksana
I giorni a Berlevåg scorrono in modo strano, lenti e rapidissimi. Sospesi in un tempo ciclico che con la dimensione lineare non ha nulla a che spartire. Il mare dà. Il mare toglie. Il mare respira – profondo e terribile – e sembra davvero, come scriveva Garcia Lorca, “Il Lucifero dell’azzurro: il cielo caduto per il desiderio di esser luce”.
È tempo di ripartire ma prima di andarmene c’è ancora una cosa che voglio chiedere a Karl. In paese, a ridosso di una casa, ho visto una piccola serra minuscola e meravigliosa, che è tutta un profluvio di fiori e colori. «La casa verde? Quella è mia. La serra, invece, è il giardino di Oksana.» Sorride e negli occhi ha tutto l’amore del mondo. Oksana è la sua compagna e viene dall’Ucraina. Che qui a Berlevåg ci fosse una certa presenza di immigrati dall’Ucraina, lo avevo sospettato visto la quantità di lattine di boršč e di altri cibi con scritte in cirillico, che ho trovato al supermercato.

Oksana è approdata quassù come altri, con il suo carico di dolore e distruzione alle spalle e forse proprio per questo mi fa pensare alla Babette del racconto di Karen Blixen, in fuga anche lei dagli orrori della guerra. Babette cucinava. Oksana coltiva fiori. Lo fa per curare il dolore, lo fa per addomesticare il vuoto. Lo fa, forse, per prepararsi ad accogliere il buio di una Notte Polare che qui è lunga, lunghissima per chi viene dal sole. A Berlevåg sono arrivata con Karen Blixen, che qui non ha mai messo piede e da Berlevåg riparto con il ricordo di Oksana, che non ho conosciuto di persona. E mentre me ne vado, penso che forse – reali o immaginate che siano – l’unica cosa “vera” al mondo, l’unica che conti, sono le storie.
Autore: Martina Fragale




















