Cronache artiche. L’Artico e il turismo: i rischi del revenge tourism e della coolcation

Viaggiare oggi. La spada di Damocle del revenge tourism e della coolcation

In questi giorni ho sentito Osmo, un caro amico della Lapponia finlandese che, purtroppo, nell’ultimo mese mi ha dato alcune cattive notizie a proposito di uno dei miei luoghi del cuore: la zona del lago di Inari. In un’area in cui è davvero rarissimo che questo accada, nel giro di poche settimane sono scoppiati infatti ben tre incendi.

Groenlandia orientale | © 2024 The Red House East Greenland

Secondo Osmo, l’impatto del clima ha giocato un ruolo di primo piano: non si è mai visto, a detta sua, un mese di luglio così siccitoso e per di più con temperature spesso e volentieri intorno ai venticinque gradi (parliamo di un’area situata circa trecento chilometri a Nord del Circolo Polare Artico). Il clima, in realtà, ha senz’altro, tragicamente, “soffiato sul fuoco” ma non è per autocombustione che sono scoppiati gli incendi.

A quanto pare, la causa scatenante sono stati i fuochi spenti in modo inadeguato dai campeggiatori. E, mi dice Osmo, questo probabilmente c’entra con l’aumento del turismo estivo che quest’anno, purtroppo, ha fatto pendant con i cambiamenti del clima.

Quest’estate, in Sud Europa – ma non solo – si parla molto di overtourism, anzi, di un’esasperazione ulteriore del turismo di massa, il “revenge tourism”: una tendenza, recentemente codificata dal Wall Street Journal, che ha preso piede come reazione esplicita ai lockdown in epoca post Covid.

Per dirla in parole povere, si viaggia di più, come se si volesse recuperare il tempo perduto durante le chiusure. I ministeri del turismo di Spagna, Italia e Grecia hanno già rilevato un sorpasso rispetto all’epoca pre-pandemica, con numeri allarmanti. E le prime reazioni da parte della popolazione locale hanno iniziato già a farsi sentire.

La Lapponia, per fortuna, è ancora lontana da tutto questo. Per di più, oltre il Circolo Polare, è in inverno che si registrano i maggiori flussi, quando i cacciatori di aurore boreali arrivano anche dall’Estremo Oriente. In estate, come si nota anche a partire dal prezzo – più basso – dei voli, gli ingressi sono più esigui e, tendenzialmente, meno internazionali.

Cascate di Godafoss | Islanda

Forse questi flussi stanno aumentando e c’è già chi parla di “coolcation” (vacanze lontano dal caldo), una tendenza che il riscaldamento climatico potrebbe purtroppo incrementare. Per il momento, certo, è ancora presto per dire se questo si trasformerà in un trend reale. L’incremento di incendi sul lago di Inari e, a monte di questi episodi, la pericolosa interazione tra cambiamenti climatici e incremento del turismo, aprono però una serie di interrogativi spinosi.

L’esempio dell’Islanda

 Sicuramente, tra i Paesi nordici, il primo esempio che balza all’occhio, quando si parla di turismo di massa, è quello dell’Islanda. Quindici anni fa, all’epoca della grande crisi finanziaria che sconvolse l’isola, i turisti che visitavano l’Islanda erano circa cinquecentomila. Oggi sono due milioni e mezzo – cinque volte tanto – e il settore rappresenta circa il 10% del PIL locale.

La prima volta che sono andata in Islanda, dieci anni fa, mi sono innamorata del Grande Nord. L’ultima volta che ho messo piede sull’isola, nel 2017, mi sono detta: non so se tornerò. Almeno nell’area Sud. In luoghi che avevo visitato qualche anno prima, mi sono infatti trovata di colpo immersa in lunghe code di turisti bercianti e armati di bastoni da selfie, con tanto di grandi strutture – sorte tutto intorno come funghi – per la vendita del merchandising.

Una pena. Perché questo aumento indiscriminato? Molti spiegano il fenomeno indicando l’eccezionale bellezza del Paese ma non si possono imputare alla bellezza di un luogo le cause del turismo di massa. La bellezza, nel caso dell’Islanda, c’era peraltro anche prima: quando i turisti erano ancora pochissimi.

Turismo di massa in Islanda

Le cause, se mai, andrebbero ricercate nel boom pubblicitario che ha portato l’Islanda alla ribalta nel giro di pochi anni. Nel peso degli influencer ma in parte, purtroppo, anche in un certo modo di fare giornalismo di viaggio, proponendo focus martellanti su alcune aree del pianeta e creando mode pericolose, che finiscono per pesare come un macigno. Sulle sorti dell’Islanda ha poi pesato anche un altro fattore: il cineturismo.

Sulla scia del successo di Game of Thrones, sono stati milioni i turisti che si sono recati sull’isola per visitare i luoghi della serie. Il Grande Schermo ha infatti un’indubbia capacità di smuovere le masse e di orientarne i flussi. In certi casi – come nella regione di Osuna, in Spagna – aiutando anche alcuni paesi a uscire dalla recessione. A che prezzo, però?

Fortunatamente, la Lapponia è molto lontana da tutto questo. Anche in inverno, quando il turismo natalizio e la caccia alle aurore boreali moltiplicano gli ingressi, i numeri sono comunque ancora contenuti rispetto al boom dell’Islanda. Eppure, anche lassù, sul tetto della Fenno-Scandinavia, il turismo ha esercitato un impatto che, in parte, ha modificato sensibilmente gli equilibri del luogo. Come nel caso dei safari con i cani da slitta.

L’Artico non è lo Yukon. Lo strano caso dei safari con i cani da slitta

 Avete presente i romanzi di Jack London? Mute di cani da slitta che trainano convogli di cercatori d’oro in mezzo a sterminate foreste? Ecco: quello non era l’Artico europeo: era lo Yukon. I cani da slitta sono stati i protagonisti della grande epopea dei cercatori d’oro in Alaska e in Canada. Nell’Artico europeo, e, nella fattispecie, in Lapponia, cani da slitta e dog farm sono arrivati invece in epoca piuttosto recente.

Secondo Osmo, non più di una ventina di anni fa. Lui, per esempio, non è mai salito su una slitta trainata dai cani tant’è che, da quando lo conosco, ogni volta mi dice che in inverno si concederà un safari per vedere con i suoi occhi di che si tratta. Per lui, un sami – quindi un nativo, a tutti gli effetti – un safari è infatti un diversivo piacevolmente esotico. Nulla che abbia a che spartire con la tradizione locale.

Eppure, oggigiorno, in Lapponia le dog farm fioriscono in ogni dove. Per me, che spesso mi muovo da sola in mezzo alle foreste, l’ululato dei cani da slitta (che all’inizio mi ha spaventata a morte: credevo si trattasse di lupi) è diventato una sorta di stella polare: l’indizio che sono vicina a una zona abitata.

Mi è capitato anche di dormire in una yurta allestita dai proprietari di una vicina dog farm: due ragazzi bretoni trasferitisi prima in Québec e poi nella Lapponia finlandese. Nell’area, i sentieri tracciati erano pochissimi ed era facile perdersi. «Vedrai che, col chiasso che fanno, i nostri cani ti aiuteranno a ritrovare la strada». mi avevano detto Augustin e Laëtitia e anche in quel caso avevo potuto toccare con mano il fatto che, nel silenzio della foresta, i ritmi di una dog farm – soprattutto durante l’ora dei pasti, quando i cani abbaiano a più non posso – fanno effettivamente da bussola.

Come nel caso di Augustin e Laëtitia, le prime dog farm in Lapponia non sono state aperte da persone del luogo ma da nuovi arrivati che venivano dall’estero o dalle città del Sud della Scandinavia. Ciò che è certo è che l’idea ha fatto fortuna e che, in parte cavalcando e in parte nutrendo, l’immagine di un Nord fittizio (privo di sostanziali differenze fra Vecchio Continente e Nuovo Mondo), dove le renne di Babbo Natale e i cani da slitta convivono allegramente, le dog farm si sono moltiplicate a dismisura, con un impatto reale sul territorio e sui suoi equilibri.

Certo, le cose cambiano e anche immaginarsi i territori come se fossero immersi in una bolla temporale in cui le tradizioni rimangono sempre le stesse è un cliché irreale come quello che ridisegna la Lapponia secondo i romanzi di Jack London. Largo alle trasformazioni, quindi, se queste avvengono in modo naturale e per esigenze interne. I cambiamenti repentini e innescati in risposta a una domanda esterna, invece, vanno presi con le pinze perché non sono purtroppo scevri da rischi. Nel caso delle dog farm, anche per gli animali.

La settimana scorsa, per esempio, una delle più conosciute husky farm del lago di Inari è stata chiusa per maltrattamento sui cani: la proprietaria – una signora proveniente da Helsinki – era già stata incriminata per gli stessi motivi anche in Norvegia. Non a caso, ultimamente, in Lapponia il problema è emerso su larga scala e si inizia a parlare sempre più spesso di esigenza di turismo responsabile anche in merito al trattamento degli animali.

Il lato buono del turismo

 Ma davvero, quindi, è sempre un male l’incremento del turismo? Certamente no o meglio: la risposta corretta è che “dipende”. Di sicuro, quando si sviluppa in modo contenuto, il turismo alcuni lati buoni li ha. Anche in termini di sostegno alle attività locali e alle identità indigene.

 Quando Katja Sanila – insegnante di lingua e cultura sami e pastora di renne – mi ha parlato della sua attività, ha sottolineato quanto oggi sia difficile, se non addirittura impossibile per un proprietario di renne, vivere solo di pastorizia. Chi lavora con le renne, mi ha detto Katja, ha sempre anche una seconda attività, che nella maggior parte dei casi, ha a che vedere con il turismo.

© Katja Sanila

Ecco allora che aprire ai turisti le porte del proprio mondo per mostrare cosa significa vivere e lavorare davvero all’interno di una fattoria di renne, può arricchire tanto i locali quanto chi accede per la prima volta a questo universo sconosciuto. Poi, certo, c’è chi ha allargato il cerchio delle attività includendo esperienze di dubbia qualità – e in odor di New Age – come lo yoga con le renne, ma in fondo, finché l’esperienza rimane una parentesi circoscritta, poco male.

La verità è che le comunità locali hanno bisogno dei turisti e che i turisti hanno bisogno (anche se non lo sanno) di esperienze di contatto con modelli di sviluppo alternativi e con un impatto minore sulle sorti del pianeta. C’è davvero, quindi, tutto da guadagnare per ambo le parti.

 Idem per quanto riguarda le attività aperte da persone venute da lontano (non indigene, quindi): la questione, anche in questo senso, va guardata sotto diversi aspetti. Nel caso delle dog farm, c’è senza dubbio sia il rischio di snaturare l’identità locale sia la possibilità che – per rispondere a una domanda in crescita – si moltiplichino i casi di maltrattamento sugli animali. Esistono però, ottimi esempi di attività di tipo diverso create da persone che venivano da lontano ma sono riuscite comunque a promuovere progetti funzionali alla sopravvivenza delle identità indigene.

È il caso di Robert Peroni, un esploratore altoatesino che si è trasferito in Groenlandia quarant’anni fa e che oggi, con la sua Red House, a Tasiilaq, sta cercando di creare un modello di turismo sostenibile a supporto della comunità inuit locale. Ed è anche il caso di Eva Gunnare: ex manager di Stoccolma che un giorno ha deciso di lasciare tutto, trasferirsi nella Lapponia svedese e di mettersi a studiare. Oggi, Eva ha sviluppato una conoscenza profonda, e creativa, della flora locale e delle tradizioni sami legate alle piante: il suo lavoro è una straordinaria porta d’accesso per chiunque voglia sviluppare uno sguardo diverso sul mondo delle foreste e delle tradizioni locali.

 Turismo buono e turismo cattivo: qual è il confine, quindi? La verità è che una ricetta sicura non esiste. Molto, di certo, possono farlo le comunità locali, imparando a tutelarsi e a non cadere preda di facili lusinghe. E molto, dovranno farlo i turisti operando su sé stessi e sulle proprie aspettative una sorta di rivoluzione copernicana: aprendosi creativamente ai luoghi che visitano, senza chiedere, e mettendo in sordina le proprie aspettative.

Allenando il proprio sguardo a riconoscere quel retrogusto omologato che le offerte di cattiva qualità, sotto sotto, hanno sempre. Imparando a scegliere con la coscienza che le proprie decisioni hanno un impatto reale e che, in buona parte, è la domanda che genera l’offerta. Capendo che oggi, forse, più che mai, siamo tutti – ma davvero tutti – responsabili.

 

Autore: Martina Fragale

Un pensiero su “Cronache artiche. L’Artico e il turismo: i rischi del revenge tourism e della coolcation

  1. Elisabetta Patelli dice:

    Condivido tutto. C è anche un tema ancor più potente che riguarda l Italia in particolare :l’ aggressione distruttiva e vorace di capitali esteri che intendono sfruttare fino allo sfinimento aree pregiate del nostro territorio che sono diventate brand spendibile. Potrei documentare per ore…. 😒

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