Cronache artiche. Into the wild: io e la mia tenda, nel cuore delle foreste finlandesi

Una kota finlandese e un filo di fumo

Finisco di piantare l’ultimo picchetto della mia tenda, che affonda subito, morbidamente, nel terreno. Incredibile quanto sia facile “picchettare” una tenda su in Lapponia, dove tanto nella taiga quanto nella tundra il terreno è così soffice. Niente a che vedere con la terra aspra e petrosa delle mie Alpi: quassù, sul tetto del mondo, trecentocinquanta chilometri a Nord del Circolo Polare Artico, posso addirittura prendermi il lusso di alleggerire lo zaino lasciando a casa il materassino e dormendo direttamente a contatto con il pavimento della mia tenda, su morbidi cuscini di muschi e di licheni.

Il fiordo di Pielpavuono e la mia tenda | Lago di Inari | Lapponia finlandese | © Martina Fragale

L’unica sfida, se mai, è il vento, che a queste latitudini soffia costantemente da Nord o da Nord-Ovest con una furia che è impossibile trovare altrove. Qualche anno fa, nella tundra desolata della Kaldoaivin Wilderness Area, dove gli unici alberi sopravvissuti sono piccole betulle nane ritorte dal vento, ho dovuto fare dietrofront e tornarmene – gambe in spalla – dritta a Utsjoki, per dormire in una casa vera e propria. Qui dove sono ora, però, non corro questo rischio: c’è il bosco che mi copre le spalle. E il bosco è davvero fitto.

L’estate sta per finire e sono a Pielpavuono, sulle rive di uno sperduto fiordo occidentale del lago di Inari. Sotto il cielo tersissimo della Lapponia finlandese, le acque di Inarijärvi brillano di un colore intenso – un favoloso blu cobalto, che ricorda le vetrate di certe cattedrali gotiche – e il lago è talmente immenso, talmente vivo, talmente frastagliato in un puzzle di fiordi, che ricorda il mare.

A una ventina di metri dalla mia tenda ci sono un molo – su cui, appena arrivata, mi sono sdraiata per sgranchirmi la schiena – e una kota: una piccola capanna circolare, con una stufa al centro, che spesso si trova nei boschi finlandesi e che viene usata come punto di ritrovo per riscaldarsi e cucinare qualcosa. Nel pomeriggio ho raccolto porcini (ce ne sono tantissimi, con cappelle più grandi di una mano), mirtilli rossi e blu e bacche di empetro nero. Dopodiché ho acceso faticosamente il fuoco, battibeccando con la stufa e la canna fumaria freddissime in tutte le lingue del mondo.

Ora, dal comignolo della kota esce un sottile filo di fumo che a suo modo “fa casa”. Il cielo, spazzato da una scorreria selvaggia di nuvole, si accende in mille sfumature color miele che lentamente piegheranno verso il rosso sempre più cupo del crepuscolo. Una luce poderosa, la stessa che traccia i confini tra il giorno e la notte e che in lingua sami dà il nome sia all’aurora boreale sia a un uccellino dal piumaggio striato d’arancio, molto comune da queste parti e che secondo i Sami della Penisola di Kola è un messaggero di Dio: la ghiandaia siberiana.

Intorno a me, il vento soffia sempre più tagliente e a Est si inizia a indovinare il baluginio delle prime stelle. Mi tiro su il cappuccio e chiudo la cerniera della mia tenda. È tempo di entrare nella kota, di preparare la cena e godermi un lunghissimo, silenzioso “a tu per tu” con il fuoco, in compagnia della pipa che ho ereditato da mio nonno.

 

Il villaggio invernale di Inari e la vecchia chiesa

Ho scoperto la zona di Pielpajärvi per puro caso, due anni fa, prendendo un sentiero che si inoltrava nella foresta, a Nord del villaggio di Inari. Era un tardo pomeriggio e a una cert’ora avevo dovuto tornare indietro al mio bungalow ma mi ero detta: «Qui ci torno. Con la tenda.» E difatti, rieccomi qui. Questa volta non sarà una toccata e fuga: prima di tornare, mi sono studiata la mappa su Gaia GPS (una app che uso spesso) e ho scoperto sul fiordo di Pielpavuono un’area che – intuitivamente – mi è sembrata ottima per campeggiare.

Per sicurezza, nell’eventualità che strada facendo mi si possa rompere il telefono, ho disegnato a mano anche una mappa “di emergenza” e facendolo mi sono resa conto di due cose. La prima: sono una pessima cartografa e la mia attitudine per il disegno è nulla. La seconda: nonostante la mia evidente imperizia, disegnare una mappa aiuta in modo straordinario a riconoscere e memorizzare il paesaggio.

Dal villaggio di Inari, attraverso la foresta, ho percorso a piedi quindici chilometri di sentieri costeggiando un dedalo di laghi e arrivando a un gruppo di casette antiche che precedono di poco una piccola chiesa di legno, di una bellezza commuovente: la Pielpajärven Erämaakirkko (Pielpajärvi Wilderness Church). Un gioiellino edificato per la prima volta nel Seicento, sotto l’occupazione svedese, andato a fuoco più e più volte (l’ultima durante la sanguinosa Guerra d’Inverno) e pazientemente rimesso in piedi e restaurato di tutto punto cinquant’anni fa.

Una cosa è certa: anche qui, ai confini del mondo, l’eco della Storia si è fatta sentire ma – nonostante i “roghi dei tamburi” e l’indottrinamento forzato – il cristianesimo ha lasciato fondamentalmente intatto un senso del sacro strettamente legato al paesaggio naturale e tipico della cultura sami. La piccola chiesa rosso-bruna oggi sonnecchia in mezzo alle betulle, bella e composta come una bambola di porcellana. È una chiesa, sì, ma eräma cioè “della Natura selvaggia”. Un tempio inscindibile dalla foresta che lo accoglie.

C’è chi, quarant’anni fa – quando ormai il villaggio di Inari si era spostato molto più in là, sull’estuario del fiume Juutua – veniva nelle case del vecchio villaggio per le due canoniche settimane di catechismo e proprio qui, all’ombra della chiesa di Pielpajärvi, mi ha raccontato di aver dato il suo primo bacio. E c’è chi, anche oggi, non si fa mai mancare l’unica messa che viene ancora celebrata a Pielpajärvi, a metà estate, e che è come una festa. Con l’eccezione di me e di un canadese con uno zaino enorme con cui scambio quattro chiacchere, oggi qui non c’è nessuno e i tempi in cui pastori di renne e pescatori si affaccendavano sulle rive del lago sembrano lontani anni luce.

L’antico villaggio di Inari e la sua chiesa sono deserti, sì, ma ancora vivi. Straordinariamente vivi.

I colori della tundra finlandese | Foglie di camemoro | © Martina Fragale
La notte: un faccia a faccia con la natura selvaggia

È già passata la mezzanotte quando le ultime braci del fuoco si spengono e mi preparo a tornare alla mia tenda. La kota è fatta per mangiare e per “condividere”: accamparmici dentro mi sembrerebbe una mancanza di rispetto. Tutto sommato, qui, sono ospite.

Fuori, la notte è buia ma piena di stelle, che le acque del lago moltiplicano a dismisura. Entro nella mia minuscola tenda monoposto, mi raggomitolo nel sacco a pelo e spengo la torcia. La prima mezz’ora, lo so bene, sarà la parte più difficile della notte. «Non hai paura a dormire da sola nella foresta, a chilometri di distanza da qualsiasi forma di civiltà?» mi son sempre sentita chiedere. E la risposta è sì: certo che ho paura ma ho imparato a conoscerla, quella paura e anche a specchiarmici dentro.

So che durerà, appunto, mezz’ora o poco più. So che dopo quei lunghi minuti passati col cuore in gola, chiedendomi chi me l’ha fatto fare, la paura sfumerà di colpo in un sonno diverso da tutti gli altri. Un sonno vigile ma stranamente profondo, popolato da sogni che faccio solo nei boschi. So che la terra, sotto di me, mi farà sentire accolta. E so che sarà bellissimo.

Mi sono chiesta spesso cosa mi spaventa in quella prima, difficile, mezz’ora. La verità è che so bene di non essere in pericolo e che non verrò attaccata da nessun animale. A fine estate, in Lapponia, l’orso bruno inizia a prepararsi al letargo ed è praticamente “vegetariano”. Quassù nella Fenno-Scandinavia, peraltro, c’è una tale abbondanza di renne e di alci che non si registrano attacchi all’uomo da parte dei grandi carnivori, se non in funzione difensiva. Concretamente, quindi, so di non rischiare nulla. La paura che ho dentro, e che ogni volta mi tocca sbrogliare come una matassa intricata, è qualcosa di diverso e che ha a che vedere con il lato più in ombra (il cosiddetto dark side) della Natura che amo tanto.

È la “selva oscura”, il bosco delle fiabe. È la foresta che tracima, feroce e incontenibile, in tanti film che mi scorrono davanti agli occhi. La Natura che si fa mater obscura in “Antichrist” di Lars Von Trier. Il silenzio opprimente di “Hagazussa”, un film tedesco ambientato fra i boschi delle Alpi, che dà voce – e volto – a un cupo e solitario profilo di Strega. Sono le ultime, terribili scene di “Grizzly Man”, un lucido e tremendo documentario in cui Werner Herzog ripercorre la vita di Timothy Treadwell: un ambientalista naïf che ha vissuto a lungo in mezzo agli orsi (amandoli come se fossero dei grossi peluche) e che dagli orsi, alla fine, è stato sbranato perché la Natura non è un cartone animato di Walt Disney.

Una delle case del vecchio villaggio a Pielpajarvi | Lapponia finlandese | © Martina Fragale
Wilderness e Wildness non sono la stessa cosa

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”

Così scriveva Henry David Thoreau, un filosofo americano che per due anni decise di abbandonare la civiltà e di vivere in una capanna sulle rive del lago Walden, nel Massachusetts. Idolo della Beat Generation e punto di riferimento di diverse correnti ambientaliste, Thoreau – in particolare questa frase – è stato citato in “L’attimo fuggente” di Peter Weir e oggi, anche chi non sa nulla di lui, lo nomina spesso come profeta della wilderness. Non è un caso che mi torni in mente proprio ora, mentre cerco di mettere la museruola alle mie paure.

Cos’è che mi spaventa davvero? È la natura selvaggia, quella matassa inestricabile di impulsi primari in cui si intrecciano sangue e clorofilla, vita e morte? È qualcosa che è fuori o dentro di me? È la wilderness? Domande che mi sono posta più volte dopo le mie notti in tenda, senza mai venirne realmente a capo. Qualche mese fa, però, ne ho parlato con Camilla Barbero, architetto del paesaggio che – come ricercatrice per il Politecnico di Torino – ha approfondito proprio il tema della natura selvaggia.

«Quella che tu chiami wilderness non è una realtà, ma una percezione: è un prodotto culturale piuttosto moderno e molto, molto occidentale, che si fonda sull’idea di una separazione netta tra natura e cultura.» mi ha spiegato Camilla «Da un lato, quindi, c’è la natura selvaggia in parte idolatrata per la sua purezza ma anche temuta e demonizzata (durante la caccia alle streghe, per esempio), dall’altra c’è il mondo degli uomini. La “civiltà”.

La tundra tra Inari e Pielpajarvi | © Martina Fragale

Questa è la wilderness, sventolata come vessillo anche da buona parte dell’ambientalismo contemporaneo. E poi c’è la wildness, che è la percezione di natura precedente a questa visione. La più antica. Qualcosa che sopravvive anche oggi in alcune visioni alternative.»

E cos’è la wildness? Camilla mi ha risposto citandomi l’esempio degli epheboi cretesi, degli uomini lupo sanniti e dei lupi mannari di Zeus Leykaios, che venivano catapultati nella dimensione della natura selvaggia perché, tornando alla “civiltà”, potessero diventare uomini adulti a tutti gli effetti: «Detta in altri termini, per l’uomo arcaico si poteva diventare mansueti solo e soltanto dopo aver sperimentato le proprie radici ferine con un tuffo – radicale e immersivo – nel cuore della natura selvaggia.

La wildness è questo: in un certo senso significa riconoscere che il “selvaggio” non è esterno a noi, che non va idealizzato né allontanato ma abbracciato, accolto e soprattutto riconosciuto come parte integrante di noi. Thoreau, in età moderna, ha incarnato questa visione ma molto spesso è stato frainteso. Prendi, per esempio, una delle sue frasi che vengono citate più frequentemente: In wilderness is the preservation of the world. Bene, ti svelo un segreto. In realtà, Thoreau ha scritto qualcosa di ben diverso, ovvero: in wildness is the preservation of the world. Capisci la differenza?»

Tra Inari, Pielpajarvi e Pielpavuono in mezzo a un dedalo di laghi | © Martina Fragale
Elegia notturna. Il buio ritrovato

Wilderness e wildness. Il “selvaggio” fuori da noi e la “selvatichezza” che fa parte di noi. Mentre mi accoccolo nel buio e il sonno inizia a prendermi dolcemente per mano, ripenso proprio a quella differenza. I mostri, la hagazussa o Baba Jaga che abbiamo paura di veder entrare dal comignolo del nostro camino sono una parte di noi che temiamo così tanto solo perché l’abbiamo chiusa fuori dalla porta. Non esistono così come non esiste il loro opposto – che è semplicemente, l’altro lato della medaglia – cioè la visione edenica e priva di ombre della Natura come spazio salvifico, privo di conflitti. O l’orso antropomorfo: quello che, in “Grizzly Man” Timothy Treadwell invita ad avvicinarsi chiamandolo “amico” e “orsacchiotto” e che un giorno, guarda caso, lo sbranò.

Wilderness e wildness sono punti di vista e come tutti i punti di vista sono “umani, troppo umani”, come direbbe Nietzsche. La realtà è tutto ciò che vive e germoglia fuori da questi confini. I boschi sono boschi. I grandi carnivori sono grandi carnivori. E dentro di noi, nel profondo, c’è qualcosa di loro. Un frammento di buio che scalcia e che merita di poter venire alla luce. O una pepita da dissotterrare.

Sprofondo nel sonno, il cappuccio tirato sugli occhi perché non mi sveglino le prime luci dell’alba. Domani mattina mi alzerò sotto una pioggia sottile, quasi impalpabile. Nella kota riaccenderò di nuovo il fuoco e mi preparerò il caffè. Su un ramo della betulla, davanti alla finestra, un uccellino dalle piume turchesi canterà a lungo nel silenzio umido del mattino e riconoscerò il pettazzurro – “l’usignolo della Lapponia”, come lo chiamano qui – che, come la ghiandaia siberiana, per i Sami è un messaggero divino.

Pettazzurro (Luscinia svecica) | Foto di Hans Veth | Unsplash

La luce restituirà alla foresta i suoi profili e uno spicchio pallidissimo di luna, dimenticato dalla notte, tramonterà tra le betulle e i pini cembri. Passerò la giornata a leggere, a esplorare gli altri fiordi del lago e a raccogliere ancora funghi e mirtilli. Poi mi preparerò ad accogliere di nuovo la notte che tornerà, con tutti i suoi silenzi e i suoi punti interrogativi. Che sarà densa, balsamica, lucida di buio e di stelle. Bellissima. E mia.

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