Club Zero: il digiuno inconsapevole

Essere o non essere al tempo della crisi climatica: ci sono neo-Amleti preoccupati per la salute del pianeta per i quali non c’è tempo da perdere. Sono ragazzi che il teschio di Yorick lo incontrano nei loro incubi ad occhi aperti visualizzando post, titoli, video e immagini che raccontano di catastrofi attuali o imminenti. Convinti dell’inutilità di un colloquio con adulti che non li comprendono, vogliono combattere per il pianeta adoperando tattiche forti, spesso disturbanti. Che qualche volta sconfinano nell’autolesionismo, come accade ai giovanissimi iniziati al “Club Zero”.

La locandina del film Club Zero | © Academy Two
Il piatto vuoto, eco-rivoluzione passiva

Devo ammetterlo, subito dopo aver visto il film “Club Zero” di Jessica Hausner, che ha corso al Festival di Cannes 2023 ed è stato presentato al Festival di Roma, ho provato un passeggero senso di disagio durante una tappa al supermercato, fra scaffali che esibiscono centinaia di prodotti alimentari di cui non abbiamo realmente bisogno ma che soddisfano esigenze indotte dalla pubblicità. Più duratura la preoccupazione che i miei figli possano comportarsi come i giovani protagonisti, che sollecitati da una fanatica insegnante adottano un regime alimentare sempre più stringente per combattere il consumismo e ridurre i gas serra.

“Club Zero” va oltre il problema, già affrontato in diversi film, dei disturbi alimentari. La regista chiama in causa i principali responsabili della catastrofe, i genitori, e quasi solidarizza con i figli adolescenti che naufragano nell’isola dell’assurdo, facendo di entrambi i simboli di protesta e indifferenza per la questione ambientale. La fine a cui nel film vanno inevitabilmente incontro i ragazzi trascurati dai familiari rappresenta quella prevista da molti climatologi per il nostro pianeta, che soffre del disinteresse di chi lo abita. Le famiglie degli studenti che partecipano alla sfida totalizzante del Club Zero non si rendono conto che stanno perdendo qualcosa di prezioso ed insostituibile, la vita dei loro figli. E quando lo realizzano, anche se non completamente perché sempre schiacciati dalle loro manie e debolezze, è ormai tardi. Così come chi scarica su scienziati ed ingegneri la responsabilità di salvare il pianeta, continuando nel frattempo a praticare uno stile di vita nemico dell’ambiente, i genitori di “Club Zero” per non compromettere una comoda routine demandano la tutela della salute fisica e psicologica dei ragazzi alla scuola.

Madri e padri non comprendono, se non al termine del macabro conto alla rovescia, che è necessario un coinvolgimento diretto ed immediato. E i figli, come una landa devastata dall’incuria del genere umano, inconsciamente mettono in atto una rivolta passiva dove a gridare il dissenso è un corpo sempre più fiacco e denutrito. Un corpo che inizialmente li inganna, regalando l’euforia tipica della prima fase del digiuno, quasi un’estasi mistica che li rende più efficienti nello studio e nelle attività corporee come la danza classica o la ginnastica artistica. Rassicurando quindi con i loro successi i genitori, che come gli affaristi di oggi sono sensibili alla performance ma non alla sostenibilità. Genitori anche coinvolti in progetti “equi e solidali” ma che si disinteressano dei figli: metafora del greenwashing.

”I giovani d’oggi hanno paura per il loro futuro. Vogliono agire, assumersi responsabilità, avere potere sulle loro vite e fare la differenza. – ha dichiarato Jessica Hausner – Si rivolgono alla politica, a volte aderendo a gruppi radicali. Non vogliono aspettare che sia troppo tardi. Posso comprendere tutto questo e ho una profonda simpatia per questa generazione.”

Una favola tra il nero e il green

Austriaca, classe 1972, Hausner dirige opere dalle tinte sinistre, dove i giovani vivono con disagio e con un senso di straniamento l’amore, il lavoro, i rapporti familiari. Nel precedente “Little joe” (2019), una madre biologa crede di aver elaborato il rimedio alla depressione coltivando in una serra ipertecnologica il fiore della felicità; quando ne porterà a casa un esemplare per il figlio, le conseguenze non saranno quelle previste. La soluzione proposta da chi dovrebbe guarire dall’ansia e proteggere dal disastro, in una persona genitore e scienziato, delude e scava l’abisso generazionale. In “Club Zero” la giovane professoressa Novak, insegnante di alimentazione consapevole, approfittando del rapporto disfunzionale che alcuni studenti hanno con i genitori li illude di potersi sostituire a loro.

Mia Wasikovska | © Academy Two

Interpretata da una lunare Mia Wasikovska, ha le caratteristiche giuste per riuscire a indirizzare il gruppo di adolescenti in un circolo esclusivo dove ha piena libertà di manipolazione: la sua è la generazione dei millenials, che accorcia la distanza con i ragazzi, e il suo atteggiamento ora assertivo ora materno ricuce lo strappo provocato da genitori egocentrici, anaffettivi, incapaci di stabilire una disciplina. D’altro canto le famiglie stesse si fidano di un’insegnante sensibile alle tematiche ambientali, e che avendo lanciato il suo personale brand di tè depurativo gode quindi un riconoscimento sociale e commerciale.

La professoressa Novak rappresenta la categoria dei pifferai magici di oggi (alla favola medievale tedesca si è infatti ispirata la regista) che con lo strumento della persuasione incantano gli individui più suggestionabili piegandoli ad un’ideologia radicale. Le Hamelin di oggi si innalzano sempre più rapidamente in rete: sono psico-sette, movimenti estremisti e terroristici, gruppi dove si attua un indottrinamento che indebolisce l’autonomia di pensiero.

Un pianeta che ha fame di attenzione

“Quando ho scritto Club Zero stavo pensando agli scioperi della fame. Il rifiuto del cibo è anche una forma politica di sciopero, una forma estrema di resistenza passiva verso i genitori o verso la società.” ha raccontato Jessica Hausner.

La regista Jessica Hausner | © Academy Two

I ragazzi del Club Zero come attivisti ambientali? Effettivamente si sentono investiti di un ruolo chiave nella lotta ai gas serra: mangiano sempre meno, a volte un unico alimento, possibilmente vegetale, per sovvertire un regime che induce al consumo esagerato di grassi e proteine animali. Così si innesca, secondo l’insegnante, il processo di “autofagia”, che purifica il corpo preparandolo al passo successivo, il digiuno.

La privazione del cibo è una tattica di molti movimenti ambientalisti nel mondo: e sono spesso giovanissimi i dimostranti di Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Just Stop Oil, che scelgono di non mangiare per esprimere la loro “fame di giustizia climatica”. Ma nel Club Zero la ragione viene scavalcata dal dogma: i ragazzi aderiscono con entusiasmo al rifiuto assoluto del cibo perché affascinati dal mistero della fede. Sono persuasi che il digiuno rafforzi lo spirito ed avvicini alla verità.

Quello che gli attivisti hanno in comune con i ragazzi del film può essere l’esigenza di accelerare un cambiamento che i potenti annunciano ma non agiscono. I loro gesti estremi, come i blitz nei musei o i blocchi in autostrada, oltre a suscitare irritazione nella “gente comune”, possono essere letti come una richiesta di ascolto attivo. Quello teorizzato dallo psicologo Thomas Gordon, in cui chi riceve il messaggio dovrebbe cercare di dare ospitalità allo stato d’animo del mittente oltre che alle sue convinzioni.

‘Ascoltatemi!’: le esperienze dei giovani nel parlare degli impatti emotivi del cambiamento climatico: è lo studio condotto su quasi 2000 adolescenti australiani, pubblicato da ScienceDirect.

Ha rivelato che la crisi ambientale procurava preoccupazione, impotenza e frustrazione, sentimenti che i giovanissimi preferivano condividere con i coetanei, mentre con i più anziani si sentivano inascoltati, talvolta addirittura traditi e ulteriormente angosciati. Lo studio suggerisce che è possibile attivare una comunicazione efficace fra generazioni in materia di cambiamento climatico partendo proprio dall’accoglienza delle emozioni: genitori, ma anche professori, medici e psicologi, dovrebbero ascoltare quello che i ragazzi sentono oltre quello che i ragazzi pensano sul cambiamento climatico. Agenda 2030 è da tempo sui banchi di scuola: è ora di includere nello stesso programma anche l’elaborazione delle emozioni.

Esiste già l’Associazione Italiana Ansia Cambiamento Climatico , dove alcuni giovani psicologi lavorano per diffondere la comprensione dell’eco-ansia per veicolare la sua energia in azioni concrete. E soprattutto non distruttive.

 
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Un pensiero su “Club Zero: il digiuno inconsapevole

  1. Daniela dice:

    Articolo di grande attualità. Il film mette l’accento su tendenze dei giovani e di noi adulti un po’ spaesati. Alle prese con un mondo che sta pericolosamente cambiando, non sappiamo come fare per fermare i comportamenti negativi. Al pari dei giovani, dimentichiamo spesso che, da soli, non abbiamo il potere di bloccare il cambiamento climatico, occorrono interventi a livello centrale. Nel frattempo, mangiamo male, ci stressiamo con comportamenti assurdi e non riusciamo a sostenere i nostri ragazzi. È importante parlarne

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