Visto dall’alto appare come un tappeto ludico-didattico, con quadranti verdi, casette dai tetti spioventi, poco viene concesso al grigio dell’asfalto. E se lo cerchiamo su Google Maps, Oosterwold, sobborgo di Almere nei Paesi Bassi, nel polder a est di Amsterdam, si manifesta come una rassegna di mini fattorie associate ad ogni numero civico. Qui campagna e residenza sono una cosa sola, e le persone mettono in tavola quello che coltivano appena fuori dalla porta. Il progetto originale: vendere un’alta percentuale di prodotti in centro città.

Il quartiere che si costruisce da sé
Oosterwold è un sobborgo “autocostruito”: un progetto olandese nato nel 2015 per bilanciare l’avanzata di un’edilizia urbana basata su verticalità e volume. Una porzione dei 3600 ettari che dovevano finire tutti nelle mani delle grandi imprese, che avrebbero colonizzato la campagna con condomini e centri commerciali, è stata assegnata ad una squadra di architetti che ha ridisegnato il piano di sviluppo di questa periferia in chiave rurale. La novità sta nel fatto che alle riunioni di pianificazione sono stati convolti anche i futuri residenti, ed è stata promossa una comunicazione sui social network per aggiornare i cittadini sull’evoluzione del progetto. Oosterwold è cresciuta, già sulla carta, insieme ai suoi abitanti. Che hanno avuto anche l’opportunità di costruire da soli le loro case, e poi anche le infrastrutture necessarie come strade e scuole. L’esigenza di tirare su e mantenere funzionanti le parti comuni ha infatti indotto i cittadini a riunirsi in gruppi formali, come l’associazione stradale, dove si decide insieme dove aprire nuove vie e come chiamarle.
La città ideale è diventata reale, assecondando bisogni ed aspettative di ognuno. Una libertà condizionata dalla regola dettata dall’ODA – Oosterwold Development Authority, di mantenere unite abitazioni e terre coltivabili. Ogni famiglia ha ricevuto insieme alla casa un appezzamento di terreno, perché questo è il requisito non negoziabile: il 51% dell’area di Oosterwold deve essere dedicato all’agricoltura urbana. Un aspirante residente di Oosterwold può quindi acquistare e sviluppare uno fra questi tipi di terreno: standard, paesaggistico, agricolo e commerciale. Mentre quello paesaggistico non deve essere coltivato ma solo tutelato, negli altri tre appezzamenti una percentuale deve essere destinata all’agricoltura: 88% per il terreno agricolo, 58% per lo standard e il commerciale.
Le abitazioni, le strade e la rete energetica, insomma tutto il sobborgo è stato immaginato come una futura, fiorente fabbrica di cibo. E così chi non aveva mai preso una zappa in mano, ma forse almeno una volta si era immaginato in tenuta da contadino, ha cominciato a coltivare frutta e verdura. Oggi gli abitanti di Oosterwold sono diventati 5000, e secondo il Masterplan, il programma di indirizzo strategico di Almere, entro il 2030 ci saranno 15.000 case: il distretto dovrebbe diventare una fattoria globale che serve tutta la città.
Città e campagna di nuovo insieme?
Fino al XIX secolo l’attività agricola si realizzava nei pressi di ogni città, e quello che si produceva veniva portato direttamente nei mercati rionali. È con lo sviluppo del trasporto su lunga distanza, le tecniche di conservazione dei cibi e la conseguente guerra dei prezzi, che il rapporto fra edilizia urbana ed agricoltura regionale si è indebolito. Da anni non è più necessario mangiare la verdura che viene dalla vicina campagna, è più conveniente acquistare al supermercato quella che arriva da ogni angolo del pianeta. Alcune amministrazioni del nord Europa, proprio come Almere in Olanda, hanno pensato di tornare all’approvvigionamento locale, per garantire agli abitanti delle città una crescente sostenibilità alimentare, considerato che nel mondo le scorte di cibo in rapporto alla popolazione stanno diminuendo a causa di diversi fattori come le crisi geopolitiche e il cambiamento climatico. Si sta verificando un reindirizzamento alla produzione alimentare città-regione.
Quell0 di Oosterwold è un progetto replicabile laddove ci siano amministrazioni sensibili all’economia circolare, e cittadini con molta buona volontà, che quando acquistano un’immobile e contemplano il terreno annesso non sognano di posizionare piscine, fontane e gazebi, o almeno non solo. Devono concepire la loro proprietà come un bene da valorizzare ma da cui ottenere un rendimento: magari partendo dalla coltivazione di ortaggi e frutta preferiti, per poi immaginare anche un piccolo pollaio, una mangiatoia per capre o mucche. Avventura agricola per cui avere il pollice verde non basta.
Coltivare uno stile di vita
Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Wageningen, quasi la metà dei futuri residenti intervistati di Oosterwold era a digiuno di tecniche agricole. A loro disposizione soltanto un manuale on line, perché ci si aspettava che la forte motivazione li avrebbe stimolati ad acquisire in autonomia tutte le competenze necessarie. I residenti hanno negli anni creato gruppi di lavoro per condividere e scambiare le conoscenze; ma l’obiettivo fissato dall’ ODA, la copertura del 10% del fabbisogno alimentare di Almere, sembra ancora lontano.
Gli abitanti non sono riusciti a produrre abbastanza cibo: avrebbero dovuto allevare 200 polli da carne, 140 galline ovaiole , 10 capre e coltivare 80 alberi da frutto ogni 1000 metri quadrati. La maggior parte dei residenti si è orientata verso un genere di “agricoltura da giardino”, dove si coltivano verdure, frutta, miele, prodotti da vivaio, in quantità tali da poter essere consumati in famiglia o scambiati fra vicini. Qualcuno ha richiesto ed ottenuto il permesso di includere nel concetto di “agricoltura urbana” anche la coltivazione di fiori e alberi non da frutto. E solo qualche famiglia si è dedicata all’allevamento, seppur in scala ridotta. Ma per sfamare il 10% di una città come Almere (più di 200.000 abitanti) i residenti di questo agri-sobborgo dovranno studiare con maggior impegno le tecniche di coltivazione o affidarsi a professionisti del settore, come ha già fatto qualcuno.Esiste già una piccola cooperativa alimentare per vendere il cibo autoprodotto. E c’è un ristorante dove l’80% degli ingredienti viene coltivato in loco, ad Oosterwold: Atelier Feddan, un locale intimo (12 coperti) circondato da “foreste alimentari”, o meglio l’orto e le serre da cui il proprietario, lo chef Jalil Bekkour, attinge la materia prima. Il menu, ispirato alla tradizione marocchina, si compone di sette portate cucinate con prodotti di stagione, come zucchine lunghe e tonde, ma anche avocado e agrumi, frutti che con il cambiamento climatico possono essere coltivati all’aperto anche in Olanda.
Per ora a Oosterwold è tangibile l’entusiasmo di chi mangia ogni giorno i prodotti della sua terra, spende meno, passa più tempo all’aria aperta e socializza con il vicino di staccionata condividendo il canestro di primizie. La spinta all’agricoltura commerciale non si è ancora sviluppata: chi semina a Oosterwold non lo fa quasi mai per profitto, ma per vivere un’esperienza anti-urbana non solo a tavola, ma anche nel vialetto di casa. E non è un caso isolato: dallo studio condotto da Lee-Ann Sutherland del James Hutton Institute di Aberdeen, risulta che in Scozia il 13% del terreno disponibile è occupato da aziende agricole non commerciali. L’accessibilità è la chiave: qui acquistare un terreno è più facile che nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. A gestire le piccole fattorie scozzesi sono soprattutto pensionati, che in campagna riescono a condurre uno stile di vita meno dispendioso, molte donne che si dedicano all’allevamento di cavalli, e altri ancora che ricevono sussidi statali per mantenere in salute terre abbandonate o paesaggi che rischiano il degrado. Insomma, un piccolo passo per l’imprenditoria, un grande passo per l’umanità outdoor.
Autore: Amelia Vescovi

















































