Fiumi tombati: fantasmi d’acqua che escono con la pioggia

Migliaia di chilometri d’acqua corrono sotto case e strade di tante città italiane. Sono i fiumi tombati, soffocati in autostrade liquide sotterranee per guadagnare in superficie terreno edificabile. E quando arrivano le grandi piogge, i corsi d’acqua dimenticati si gonfiano e invadono le stesse strade e piazze che li hanno imprigionati. Il 78% degli immobili nel nostro Paese è costruito in zone a rischio idrogeologico, e ci sono otto milioni di persone in pericolo. A parte i soliti vip che balzano in cronaca, la maggior parte di questi fiumi nascosti non ha carta d’identità.

Un tombino sollevato dalla forza dell’acqua sotterranea | Foto di Tulumnes | Wikimedia
Tutto scorre, sotto l’asfalto

In diverse località italiane esistono corsi d’acqua sotto le strade e i palazzi, fiumi tombati che poesie, affreschi, stampe e francobolli antichi rappresentano nel loro percorso all’aria aperta, con animali che si abbeverano, barche a remi e pescatori.

Alcuni vengono ricordati con la segnaletica stradale (via del Torrente, via della Fiumara…), come fossero addormentati per sempre nella terra in cui sono stati sepolti. Eppure si manifestano sempre più spesso in occasione delle grandi piogge, provocando allagamenti: sbocchi violenti e infiltrazioni ostinate capaci di causare in pochi minuti danni e incidenti mortali.

Nelle città alcuni fiumi un tempo vennero coperti per bonificare zone malariche, mentre dal ventesimo secolo la tombinatura è avvenuta per allargare l’area metropolitana e costruire nuovi quartieri. Nel nostro Paese scorrono 120.000 km di fiumi tombati: sono centinaia, ma ancora non è stato completato un censimento di tutti i corsi d’acqua interrati per realizzare interventi mirati e attivare misure di precauzione.

“Per questo occorre un mandato politico e delle istituzioni, sia a livello nazionale sia regionale. – commenta Gabriele Nanni, Responsabile Osservatorio Città Clima di Legambiente – Ovviamente il nostro Paese non è sprovvisto di strumenti fondamentali, come le mappe di pericolosità e di rischio di alluvioni elaborate da Ispra, ma sicuramente un censimento dei fiumi tombati rappresenterebbe un ulteriore elemento di conoscenza e di sensibilizzazione anche delle popolazioni che abitano queste aree.”

Vigili del fuoco – Alluvione del Polesine del 1951 | Foto di pubblico dominio
Città che camminano sull’acqua (e non lo sanno)

Nel 2023 sono aumentati del 22% gli eventi metereologici che hanno causato danni gravi. Lo riporta l’ultimo Bilancio di Città Clima. Lo scorso anno 378 eventi hanno colpito lo stivale causando 31 decessi, con maggiore frequenza al Nord, ma senza graziare Centro e Sud. Gli eventi più frequenti sono stati allagamenti da piogge intense, esattamente 118.

Tra le metropoli italiane considerate più a rischio di alluvione anche a causa della tombinatura dei fiumi: Milano, Napoli, Genova, Bologna, Vicenza, Livorno e Carrara, Messina.

Anche Palermo, per millenni città d’acqua fra i fiumi Kemonia e Papireto, chiamata Pan Hormos (tutto porto), finché le preziose vie di navigazione divennero un problema: i cittadini utilizzavano i fiumi come discarica, provocando esalazioni nocive che resero l’aria irrespirabile. Cominciarono così gli interramenti dell’alveo, che rallentarono il deflusso, provocando frequenti inondazioni. Tuttora Palermo è una città che vive con quella che è stata definita una bomba ad orologeria sotterranea; all’alto rischio idrogeologico si somma poi il pericolo terremoto, dato che molte abitazioni sono collocate sulle sabbie dei due fiumi tombati, terreno granuloso che amplifica le onde sismiche.

Di storie più recenti traboccano le cronache locali: nel 2010 Sestri Ponente, il quartiere industriale di Genova, è stato teatro di un’alluvione causata dall’esondazione del torrente Chiaravagna, per un tratto sormontato da un edificio che qualche anno dopo è stato abbattuto grazie alla legge regionale che destinava incentivi economici alle famiglie costrette al trasloco.

E Roma, “caput fluminŭm”: all’interno dell’area metropolitana ci sono oltre 40 chilometri di 30 tratti tombati, di cui il 70% ancora privo di un quadro di pericolosità idraulica. Come l’ex affluente del Tevere, l’Almone, interrato per un tratto negli anni ’20 per la costruzione della ferrovia Roma-Lido, e alla fine degli anni ’30 per dare spazio alla via Imperiale (l’attuale Cristoforo Colombo). Da anni nel quartiere San Paolo Garbatella di Roma alcuni condomini pendono come la torre di Pisa a causa di smottamenti del terreno.

Tratto interrato del fiume Seveso | Milano | Foto di Yorick39 | Wikimedia

Nel 2014 Milano si è allagata nove volte. Sono infatti 370 i chilometri di corsi d’acqua che si intersecano sotto la metropoli: i fiumi Lambro, Olona, Seveso, i Navigli, e poi torrenti, fontanili e canali artificiali. Una smisurata rete idrica tombata che quando la pioggia è più intensa invade i quartieri.

A Napoli nell’ottocento era meta di bagnanti il fiume Sebeto, a cui è dedicata una bella fontana barocca. Ormai occultato dall’antropizzazione della periferia, l’innalzamento di una sua falda ha provocato frequenti allagamenti nella stazione Circumvesuviana di Poggioreale.

Via il coperchio

Si chiama daylighting il ripristino di un corso d’acqua interrato. Ecco i suoi vantaggi: riduce il rischio di alluvioni, mitiga l’erosione costiera grazie al rispristino del trasporto di detriti, migliora la qualità dell’acqua (all’aria aperta il fiume respira, ed è più facile controllare sversamenti scorretti), valorizza il paesaggio e resuscita l’ecosistema, può favorire lo sviluppo di nuovi servizi ed attività.

La Sicilia sta dando il buon esempio. La Regione ha fatto stilare un elenco di 115 canali tombati ricadenti in aree a rischio elevato a cui assegnare fondi del POR  e del FESR  per finanziare 46 interventi: riapertura dei canali, realizzazione di canali scolmatori per ridurre la portata di quelli tombati, realizzazione di vasche di laminazione a monte per arginare le piene, e dulcis in fondo, eventuale (meglio usare il condizionale quando si tratta di far uscire intere famiglie dalle proprie case) delocalizzazione di edifici che interferiscono con le strutture del canale.

Il fiume Marzenego a Mestre | Foto di Cascafico | Wikimedia

Mestre lo ha già fatto con il fiume Marzenego, scoperchiato per un tratto nel quartiere dell’avveniristico Museo M9. Ma il risultato è stato definito “una scatola di cemento che se prima era chiusa, ora è aperta”, perché poco o niente è stato fatto per rendere più naturale l’ambiente attorno all’acqua restituita alla luce.

Mentre a Saint Etienne, in Francia, con la stombinatura del fiume Ondaine, che scorreva sotto un grigio distretto industriale, è stato realizzato un ripristino dell’ecosistema fluviale, con piantumazione di alberi dove hanno nidificato nuove specie di uccelli, un paesaggio rinnovato che ha ossigenato l’aria ed il valore degli immobili.

Il fiume Cheonggyecheon | Seoul | © ep_jhu | Flickr

Un fiume è un regalo che si fa alla città: come è accaduto a Seoul con la riapertura di ben 11 chilometri del canale Cheonggyecheon, dalla metà del ventesimo secolo coperto da un’autostrada. La rimozione dell’arteria portatrice di traffico e inquinamento ha stimolato l’utilizzo dei trasporti pubblici, ed ha attirato turisti e cittadini in cerca di relax la creazione di un piacevole riverside con acqua limpida, fauna fluviale, addirittura un abbassamento di temperatura di 3-4 gradi. E aria più pulita.

“In generale la stombinatura ha sempre risvolti positivi in termini di qualità ambientale, in quanto questo tipo di intervento consente il ripristino dell’interfaccia acqua-aria e quindi una migliore ossigenazione. – spiega Barbara Lastoria, Ingegnere Idraulico, Responsabile della Sezione “metodologie e standard per l’attuazione delle Direttive Acque e Alluvioni” di ISPRA – In realtà il beneficio più significativo che se ne ottiene è legato al fatto che è facilitato l’accesso al corso d’acqua, e in tal modo si riducono i costi di manutenzione, soprattutto quelli legati alla rimozione di materiale solido trasportato.”

Il fiume Cheonggyecheon | Seoul | © Ted McGrath | Flickr
Perché tanti fiumi ancora in carcere?

“Come dimostrato da molti esempi in Europa negli ultimi anni (Olanda, Regno Unito, Francia etc.) non esistono particolari impedimenti tecnici e/o economici ad effettuare lavori di desigillatura o detombamento dei corsi d’acqua. – dichiara Gabriele Nanni – Si tratta molto più comunemente di impedimenti di tipo psicologico e di approccio, in particolare perché molte città europee hanno purtroppo tombato fiumi e canali a cavallo tra la fine dell’800 e inizi del ‘900, quando c’era bisogno di “fare spazio” alle città che si espandevano (ad esempio il Seveso a Milano e il Senne a Bruxelles), per cui si ha una falsa percezione, dal punto di vista delle istituzioni, di come le città nacquero e quale sia la loro naturale forma.”

Non che liberare un fiume dalla sua gabbia di cemento sia un’operazione semplice: molti di questi corsi d’acqua sono inquinati e avranno bisogno di essere depurati per evitare diventino mefitiche discariche a cielo aperto, e le aree di attraversamento dovranno essere riqualificate dal punto di vista ambientale e paesaggistico.

E riguardo gli allagamenti, è ora di abbandonare la prospettiva dell’emergenza: occorre fare più prevenzione, che potrebbe far risparmiare il 75% delle risorse spese ogni anno per riparare i danni, e poi educare alla cultura della convivenza con il rischio “…che si attua con la giusta attenzione ai piani di emergenza comunali, all’informazione e formazione dei cittadini, al tempo stesso accettando che un evento alluvionale o franoso si verifichi, purché faccia meno danni possibili; a questo va affiancata la consapevolezza che un territorio, in particolare come quello italiano, non può essere ulteriormente ingessato, cementificato, impermeabilizzato, ma all’opposto, sia necessario consentire che la dinamica naturale delle acque si sviluppi in modo compatibile con la presenza antropica.” conclude Nanni.

 

Autore: Amelia Vescovi

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