In Sudafrica il caffè anti-deserto

C’è chi pur di non rinunciare alla bevanda scura fumante beve quello d’orzo, di lupini, addirittura di ghiande, o di cicoria come ai tempi di magra in guerra. Ed esiste anche un’alternativa all’espresso, che sta salvando il patrimonio idrico e naturale di una regione del Sudafrica, offrendo lavoro alle classi più povere di un Paese che dal 1989 ancora stenta a trovare il suo equilibrio socio-politico. Distribuito con il brand MannaBrew, è un surrogato del caffè derivato dai baccelli di mesquite, un alberello che si estende in superficie e in profondità con la velocità di un virus letale, sottraendo le risorse al verde circostante.

Albero di mesquite
Il marketing delle piante aliene

La mesquite è un albero leguminoso originario delle Americhe, dai cui frutti si ricava una farina dolce, utilizzata come alimento, medicamento, fertilizzante. Nel tempo è stata diffusa in tutto il mondo per la qualità del suo legno, adatto per la costruzione di mobili rustici, e ottimo combustibile. Una versatilità che costa cara all’ambiente: la mesquite è infatti una pianta estremamente invasiva, e quando affonda le radici ruba acqua alle erbe conviventi depauperando l’ecosistema.

Ad accelerarne la proliferazione è spesso l’allevamento: il bestiame mangia i suoi semi, che germinano poi più rapidamente con la deposizione fecale. Anche un’alta concentrazione di CO2 crea l’habitat ideale per quello che in Africa viene talvolta chiamato “l’albero del diavolo”. E il Sudafrica è al momento il Paese del continente che produce più emissioni climateranti.

© 2024 Manna Brew RSA

È l’afrikaner Brandt Coetzee ad aver individuato in una modalità di frenare il parassita un potenziale di impresa. Abituato a vivere fra gli arbusti selvatici del Capo Settentrionale, quando il Dipartimento degli affari idrici locale ha promosso un intervento contro le specie invasive, Coetzee ha scelto di dedicare al mesquite le sue conoscenze nel settore natura e salute.

Dai semi della pianta aliena ha realizzato una miscela che ha poi sottoposto ai laboratori dell’Università di Free State e della Glycemic Index Foundation del Sud Africa per valutarne la capacità di riduzione dell’indice glicemico: una volta ricevuta la conferma, la miscela è diventata l’ingrediente principale dei “superfoods” della Dune Foods & Manna Health Product, di cui Coetzee è cofondatore e CEO.

L’antica usanza dei nativi nordamericani di macinare i baccelli di mesquite per ricavare una farina dolce e tonificante, ma a basso contenuto di zuccheri, è diventata per Coetzee l’opportunità per creare una linea di energizzanti e di integratori per il controllo della glicemia e del peso che oltre al mercato sudafricano vengono esportati principalmente in Australia, Emirati Arabi Uniti e USA.

Ottenere l’approvazione per collocare sul mercato globale anche solo prodotti parafarmaceutici può comportare anni di attesa: per questo Brandt si è cimentato questa volta nella produzione di un alimento che potesse dare un’impennata al suo business e più lavoro alla gente del luogo. Nel 2020 ha lanciato così il brand MannaBrew, la bevanda zero caffeina realizzata con i semi tostati di mesquite, che se forse non convince del tutto i puristi del caffè, può incuriosire il target più salutista e quello predisposto all’acquisto solidale. Una bevanda adatta a tutte le bandiere, che si può preparare con la moka classica, con la caffettiera all’americana o alla francese, oppure nella teiera con bustine singole.

Ambientalismo in tazza

Meglio raccogliere che tagliare: così ha pensato Coetzee quando il Governo locale ha proposto di sradicare ed avvelenare le piante aliene, interventi molto costosi per le casse di uno Paese prossimo alla bancarotta. Per arginare la moltiplicazione di nuove piante infestanti sembra più efficace raccogliere i baccelli prima che si aprano e rilascino i semi, cosa che avviene a inizio gennaio.

È questo il momento dell’anno in cui Brandt Coetzee coinvolge la comunità locale di Karoo, un’area semidesertica dove la mesquite spadroneggia: chi vuole racimolare un piccolo stipendio ha tempo tre settimane, prima dell’arrivo delle piogge, per riempire qualche sacco di semi e portarlo alla fabbrica dove il tutto viene selezionato per la tostatura. E il setaccio è necessario non solo per separare i baccelli freschi da quelli troppo maturi, ma anche per eliminare qualche “clandestino” (ad esempio mattoni) che talvolta qualche lavorante infila nel sacco per galvanizzare l’ago della bilancia. Un ingenuo stratagemma che dimostra come sia ancora lunga la strada della serenità per chi ha salutato con entusiasmo la fine dell’apartheid.

”Il Capo Settentrionale ha il più alto tasso di disoccupazione in Sudafrica, circa il 40%. Perciò chi vive in case più o meno dignitose deve proteggersi con mura, recinzioni, inferriate.” Secondo gli economisti del World Economic Forum (www.weforum.org) criminalità, mancanza di lavoro e corruzione stanno portando il Sudafrica a diventare uno stato fallito. E se dalla fine dell’apartheid un’oligarchia nera detiene il controllo politico (anche se la storica coalizione ANC sta perdendo consensi), è ancora la minoranza bianca ad esercitare il potere economico-finanziario.

Semi di futuro

“Nel Capo Settentrionale i bianchi sono il 13% della popolazione, e sono benestanti, ma molti vivono in condizioni precarie. – spiega Brandt Coetzee – Poi ci sono le persone a sangue misto (coloured) e i neri (black) che vivono in case decorose, mentre una percentuale di sangue misto abita nelle “shanties”, baracche fatte di lamiera. Sono la classe più povera che sopravvive solo grazie a sussidi governativi.”

Di fatto la maggior parte dei non-bianchi in Sudafrica rientrano nella categoria HDI (historically disadvantaged Individual) con scarsi mezzi di sussistenza, nonostante siano state introdotte da anni misure per rendere più inclusiva l’economia. Di recente 70 multinazionali (fra cui Samsung, Ford, Nestlé) si sono impegnate ad acquistare beni da imprenditori neri. Che sono ancora troppo pochi in Sudafrica.

Per favorire l’occupazione l’ANC ha introdotto l’obbligo di applicare le “quote nere” nelle aziende con più di 50 impiegati. Percentuali che aumentano nelle regioni dove è più alta la disoccupazione. Alleanza Democratica, il primo partito di opposizione, presieduto da un afrikaner, sostiene che questo porterà al licenziamento di impiegati bianchi qualificati a favore di neri privi di competenze.

Bradt Coetzee ha un’altra visione: “Nel Capo Settentrionale vivono persone di etnie differenti che non possono farcela da sole: abbiamo bisogno l’uno dell’altro – dichiara– e c’è interazione fra i gruppi.” Certo il lavoro che offre ai locali per ora è la bassa manovalanza: l’azienda è ancora di dimensioni ridotte, e negli ultimi anni il livello di alfabetizzazione di base delle classi meno abbienti è peggiorato.

Ma dai semi di mesquite può germogliare l’opportunità di un futuro meno amaro per i nullatenenti del Northern Cape. “Più vendiamo MannaBrew e Mesquite Powder, più semi dobbiamo raccogliere, e questo significa più lavoro e maggiore impatto sull’ambiente. – spiega Coetzee – Se aumenta la domanda, per i locali si profila la possibilità di avere un lavoro stabile, non solo stagionale.”

 
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