Oltre il riciclo: repair economy

Vent’anni fa usciva il film di animazione “Robots” di Chris Wedge, dove in un mondo popolato da buffi umanoidi il mercato dei “nuovi componenti” subentrava a quello dei più economici pezzi di ricambio. Aspirapolveri, tostapane, ferri da stiro, laptop, telefoni: questi e tanti altri elettrodomestici quotidiani ancora prima di arrivare nelle nostre case, solo durante la produzione, sono responsabili di un consumo di energia e di un rilascio di emissioni maggiore di quello relativo all’utilizzo, che è sempre troppo breve. Ed è questo il motivo principale per cui, una volta entrati in nostro possesso, dobbiamo utilizzarli in modo sostenibile, posticipando il loro pensionamento. Il diritto alla riparazione è già legge in Unione Europea, ma non basta. E saper aggiustare non deve essere solo un hobby per le giornate di pioggia: ci fa risparmiare denaro, sgombera le discariche e protegge l’ambiente. E in omaggio, una ricarica di autostima.

Il diritto di usare ancora

Nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la legge che dovrebbe contenere i danni dell’obsolescenza programmata degli elettrodomestici. Il punto cardine è l’obbligo per il fabbricante di fornire pezzi di ricambio e servizio di riparazione veloce e a prezzi ragionevoli, prolungando di un anno la garanzia laddove prevista, mettendo a disposizione nel migliore dei casi un dispositivo “di cortesia” mentre quello di proprietà è in riparazione, o proponendo l’acquisto di un apparecchio ricondizionato.

I negozianti più zelanti possono consegnare al cliente il Modulo europeo di informazioni sulla riparazione, che specifica tutti i dati di identità e contatto del riparatore, tempistica e costo inclusivo di pezzi di ricambio e lavorazione. La legge sollecita i produttori a non rifiutare di riparare un oggetto per motivi di pura convenienza economica, o perché è già passato fra le mani di un riparatore “indipendente” che potrebbe aver utilizzato pezzi di ricambio di seconda mano o stampati in 3D. E invita ogni paese membro ad attuare una strategia per promuovere la riparazione con campagne mirate, corsi di riparazione, sostegno alle comunità che cavalcano la repair economy, e lancio dei cosiddetti “repair voucher”, buoni validi per una riparazione a prezzo ridotto presso un’officina territoriale.

Buoni anti-acquisto

I voucher per la riparazione a esistono già in Austria, Francia e Germania: nel Regno Unito è partito il primo progetto pilota a Londra, con buoni finanziati dalla North London Waste Authority, che si prenotano on line e si possono spendere presso diversi laboratori di riparazione.

Ci sono poi ambulatori per elettrodomestici gratuiti, come le Fixing Factories  di Londra, vere e proprie officine green, dove si organizzano sessioni insieme a volontari che insegnano ad eseguire sul proprio oggetto guasto ispezione, diagnosi e riparazione. La novità sta proprio in questo: non si lascia l’elettrodomestico al tecnico per ritirarlo dopo qualche giorno, ma si aggiusta insieme a lui. Nella Factory di Camden a Londra, ad esempio, ogni giovedì mattina è possibile partecipare alla sessione di riparazione con un apparecchio elettronico, dal ventilatore all’ e-bike, mentre il pomeriggio si può seguire il corso di formazione per diventare fixer ed entrare nel team dei volontari. Il sabato è dedicato invece alla vendita di prodotti ricondizionati. Un progetto di questo tipo, oltre alla ricaduta positiva sull’ambiente, può rivelarsi un collante di comunità: le officine sono luoghi di aggregazione di persone che aspirano ad uno stile di vita calibrato sul riuso e la cura degli oggetti.

Una piccola grande rivoluzione in un mondo nutrito di stimoli all’acquisto e al consumo a breve termine di prodotti che potrebbero durare qualche anno in più se soltanto focalizzassimo la loro funzione piuttosto che la mera immagine. Inoltre, l’autoriparazione è un’attività che allena la manualità spesso addormentata specialmente fra gli adulti, e che rafforza la consapevolezza di essere capaci di risolvere problemi. E di essere riusciti a risparmiare annullando l’equazione guasto = inservibile.

Buttare o riparare: scelta per tutti

A sostenere lo sviluppo di comunità di riparazione in tutto il mondo è l’impresa sociale Restart Project: per aderire al movimento si devono organizzare “party del riuso” durante eventi pubblici o in luoghi di ritrovo come caffetterie, centri sociali, biblioteche, parrocchie. Come il Repair Cafè di Pavia, nato nel 2015 dopo un incontro con i restart-colleghi di Dublino; mentre il primo Repair Cafè italiano è Aggiustatutto, a Roma, un luogo dove oltre a riparare “si rompe per reiventare, cambiare destinazione d’uso”. Esistono in Italia circa cinquanta comunità di riparazione aderenti al progetto. Per chi fosse interessato, esiste un canale Telegram dove gli organizzatori e i volontari si incontrano e scambiano consigli. I nuovi gruppi possono registrarsi nella rete di Restart, per promuovere le loro attività.

“Stiamo lavorando insieme alle organizzazioni italiane coinvolte nella Campagna Right to Repair Europe, in particolare Zero Waste Italy, Reware, WeFix, per chiedere al governo italiano che adotti la direttiva UE in modo ambizioso, per combattere le lobby delle case produttrici che alimentano l’obsolescenza programmata  – dichiara Ugo Vallauri co-director di Restart Project – la legge suggerisce che gli Stati istituiscano fondi per la riparazione: un punto essenziale per far crescere la consapevolezza delle persone che un altro modo di concepire il nostro rapporto con gli oggetti è possibile. Ci battiamo per un diritto alla riparazione universale, perché le persone possano scegliere veramente quando riparare e quando sostituire un prodotto. Questo richiede prodotti progettati per essere semplici da smontare.”

E a proposito degli oggetti “rompicapo”: “La Commissione europea ha approvato, anche con il nostro contributo, altri regolamenti: quello che prevede che smartphone e tablet che entrano sul mercato da giugno di quest’anno dovranno essere più durevoli e riparabili, e che la maggioranza dei prodotti di consumo che contengono una batteria dovranno dal 2027 essere progettati per permettere ai consumatori di sostituire la batteria autonomamente. Questa è una grande vittoria, perché molto spesso le batterie sono saldate ai dispositivi (dagli spazzolini elettrici alle cuffie stereo…).”

Apparecchiature elettroniche dismesse recuperate dalla discarica per il riutilizzo | © Way Out West News | Flickr

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Apparecchiature elettroniche dismesse recuperate dalla discarica per il riutilizzo | © Way Out West News | Flickr

Quanto costa uno smartphone al pianeta

Il riutilizzo di prodotti, oltre a ridurre l’impiego di energia, contenere le emissioni di gas serra, ridurre il volume di rifiuti, incide anche sul flusso di importazioni di materie prime, un tema importante per i Paesi come l’Italia, ancora dipendenti dai noti forzieri mondiali.

Ha seguito la vocazione di economia circolare General Computer Italia, azienda aderente alla rete Repair.eu, che fornisce servizi di Post Warranty On-site (invio sul posto di un tecnico per la manutenzione di un dispositivo elettronico scoperto da garanzia) e di Hardware Refurbished (rinnovo di un dispositivo considerato obsoleto, per venderlo ad un cliente che non ha bisogno di un’elevata capacità di storage). Una recente unit business di GCI è ReOrbit, che rigenera gli apparati di data center, reintroducendoli sul mercato non come prodotti usati ma ricondizionati con tanto di garanzia.

Per comprendere il valore della riparazione in ambito high tech, pensiamo a cosa contiene un solo smartphone: oltre a ferro e plastica, tra i vari materiali, 250 mg di argento, 24 mg di oro, 9 mg di palladio, 9 g di rame e 3,5g cobalto, e almeno 1 g di terre rare, i metalli che fanno girare il mondo, e che per essere separati dagli elementi a cui sono associati in natura richiedono tecniche costose e dannose per l’ambiente con uso di acidi, insufflazione di gas, emissione di radiazioni. Quasi la totalità dei materiali viene estratto in Cina, e basta guardare alle cifre per capire il prezzo che paga l’ecosistema.

“Per un solo smartphone bisogna scavare almeno 30 kg di roccia, spiega Massimo Sangiovanni, Responsabile Marketing di GCI, che insieme al collega Maurizio Barbieri ha presentato il Rapporto – Economia Circolare, la prospettiva di GCI – .  Ogni anno nel mondo si vendono un miliardo e mezzo di nuovi dispositivi: 45 milioni di tonnellate di roccia del nostro pianeta.”

Acque inquinate in Mongolia | Cina | © Bert van Dijk | Flickr

Ogni smartphone ha un’impronta di 17,2 Kg di Co2 all’anno: oltre montaggio, distribuzione e trasporto, a pesare maggiormente sono l’estrazione e la lavorazione dei materiali. Un impatto ambientale che ha un triste testimone in Mongolia: il lago Baotou, una distesa artificiale di 11 km di liquami provenienti dalle fonderie di terre rare, che rilascia esalazioni tossiche responsabili dell’impennata di tumori nella popolazione, dove l’uso della mascherina è d’obbligo anche dopo la pandemia Covid. Un disastro che si potrebbe limitare salvando la vita ai dispositivi che cestiniamo per diagnosi di “morte apparente” o perché il gestore di telefonia offre un pacchetto che include l’ultimo modello di smartphone rateizzabile.

“Oggi solo il 15% degli smartphone viene riciclato, eppure il 96% dei materiali è recuperabile. – continua Sangiovanni – La maggior parte finisce nelle discariche o dimenticato in un cassetto, solo il 36% venduto nel mercato dell’usato.” Con l’argento dei telefonini dismessi si possono realizzare gioielli e pomate, con il rame asciugacapelli, cavi elettrici o pezzi di automobili, con il cobalto nuove batterie, con le terre rare altri smartphone. Un traguardo apprezzabile che si potrebbe ottenere semplicemente aspettando almeno tre anni prima di buttare via un telefonino che funziona o che può essere riparato.

 

Autore: Amelia Vescovi

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