Canada: almeno un miliardo di esseri marini uccisi dal caldo

A Vancouver, in Canada, a circa duecento chilometri da dove il termometro ha raggiunto gli spaventosi 49,6 C° le temperature sone state parzialmente mitigate dal mare. Ma il prezzo è stato pagato da più di un miliardo di animali marini.

Alle 16:20 del 30 giugno 2021 a Lytton, un villaggio nella provincia canadese della Columbia Britannica, vengono registrati 49,6 C° di temperatura. È record per il terzo giorno consecutivo. Nella provincia si contano già 130 vittime del caldo, e ancora non sono arrivati gli incendi. A Vancouver, sulla costa, le temperature non hanno mai sfondato i 40 C°, ma sono schizzate ben oltre la media stagionale delle massime, che è di 20 C°. L’oceano sembra aver assorbito la metà del calore in eccesso. Con quali conseguenze?

Rockweed (Fucus distichus), Canada | © Ryan Hodnett

Christopher Harley, professore all’Università della Columbia Britannica, se lo domanda da giorni. Sa che i mitili e un’alga bruna, che lì chiamano rockweed, non possono sopportare a lungo esposizioni oltre il 30° C. La risposta arriva pochi giorni dopo, quando gli incendi iniziano a devastare la Columbia Britannica e i morti salgono a 500.

Rockweed (Fucus distichus) | © Steve Sullivan

“La riva di solito non scricchiola quando ci cammini su. Ma c’erano così tanti gusci di cozze vuoti, sparsi ovunque, che non potevo evitare di calpestare animali morti mentre camminavo” – ha dichiarato Harley alla stampa.

In quel tratto di costa la zona mesolitorale, o intertidale, è molto estesa. Le ampie escursioni di marea plasmano ritmicamente i contorni del litorale. Migliaia di specie marine, dalle alghe ai crostacei, vivono in un habitat che si alterna tra acque profonde e bassissime, che col calore si sono trasformate in micidiali strumenti di cottura. Le segnalazioni da parte dei ricercatori, degli studenti universitari e dei semplici cittadini che partecipano a progetti di citizen science, arrivano come un fiume in piena. Tutto il litorale intorno a Vancouver e oltre è invaso da gusci di mitili morti. La conta delle vittime marine è presto fatta: se un’area grande come un campo da tennis contiene un milione di gusci – come il palmo di una mano ne contiene una cinquantina – lungo la costa la strage è di proporzioni apocalittiche.

 

Una esperienza travolgente e viscerale

Il massacro lascia di stucco anche gli esperti. L’iniziale stima di un miliardo di vittime si rivela una stima al ribasso. Man mano che le perlustrazioni proseguono lungo le spiagge della zona, il bilancio continua a salire. L’odore della decomposizione, racconta Christopher Harley, è un’esperienza travolgente, viscerale. È l’odore di milioni di lumachine, di stelle marine, vongole e mitili che marciscono nell’acqua bassa. Mentre l’aria intorno a Vancouver si aggira intorno ai 30° C, Harley e uno studente usano un sensore agli infrarossi per registrare le temperature sulla costa rocciosa. Il sensore indica 50° C. L’umidità raggiunge picchi del 90%. È il clima tipico di Bangkok nella stagione umida. La moria si estende dal Pudget Sound, nello stato di Washington, USA, allo stretto di Georgia, il braccio di mare che separa l’isola di Vancouver dal continente.

Sono migliaia di chilometri di coste. Harley si domanda quanti campi da tennis possono starci in un’area del genere. A White Rock, nella Columbia Britannica trovano un cimitero di cirripedi, crostacei stanziali che aderiscono a vari substrati che vanno dalle rocce agli scafi delle barche, alle epidermidi delle balene. Sono esseri cui è preclusa ogni via di fuga. In un solo chilometro ne contano 100 milioni. Tutti morti.

Effetto incalcolabile

L’importanza di esseri apparentemente insignificanti viene spesso sottovalutata anche dagli esperti. Tre anni fa incontrai ad una conferenza una ricercatrice del CNR esperta in mitili. Esordì affermando ironicamente che in confronto a delfini e tartarughe marine la cozza non ha decisamente lo stessso appeal. Ma nel palcoscenico acquatico, è un personaggio chiave. Se le dinamiche delle coste fossero una commedia la cozza sarebbe il tuttofare, una sorta di Barbiere di Siviglia. I mitili, lo sapete benissimo, sono degli eccellenti filtratori. Filtrano microalghe, azoto, batteri e altre sostanze che se lasciate libere di circolare sarebbero tossiche per l’ambiente. Filtrano anche metalli pesanti e microplastiche, se ve lo state domandando. I fondali puliti dipendono da loro. Come molti allevamenti ittici. Su di loro fanno conto molluschi, crostacei e uccelli marini come fonte alimentare.

Ma ciò che preoccuopa di più gli scienziati è la lentezza del loro ciclo riproduttivo, che è di circa due anni per i mitili, di dieci per le stelle marine. A questo danno si aggiunge il colpo durissimo subito dal rockweed, Fucus vesiculosus, l’alga bruna. Per chi fosse a digiuno: alghe, fanerogame e coralli creano degli ambienti tridimensionali ‘a tettoia’ che danno protezione e sostegno a piccoli crostacei e molluschi, a larve e uova, e ai pesci durante la loro fase giovanile. Le chiamano nursery, nidi d’infanzia. Da questi ambienti dipendono le future generazioni dei mari. Cosa accadrà dopo il massacro?

L’unica cosa che sappiamo è come è potuto accadere

Sopra l’Oceano Pacifico, nonostante i 50° di latitudine nord, si crea una vasta cappa di calore che lentamente scivola verso il continente. Un perverso gioco di alta pressione atmosferica e umidità dell’aria impedisce alla bolla di risalire. L’aria calda, intrappolata dagli strati sovrastanti che la schiacciano verso il basso, per l’effetto della pressione aumenta di temperatura. La cupola è così grande, alta e pesante che riesce a deviare i jet-stream. Le forti correnti d’alta quota le girano intorno. Lungo la costa il mare assorbe gran parte del calore, ma nell’entroterra non c’è nulla che possa frenare il termometro. È un momento terribile, per il Grande Nord. L’artico non è mai stato così libero dai ghiacci e dal Canada alla Scandinavia non c’è tregua.

La Siberia, sinonimo di freddo estremo, non fa eccezione. Surriscaldamento, incendi e dissoluzione del permafrost flagellano il Nord del pianeta. Quel Nord che una cricca di economisti alla ‘mi chiamo Wolf e risolvo problemi’ aveva prospettato alle elite finanziarie e politiche come terra delle opportunità davanti al riscaldamento globale. Il loro mantra, anche se non conosciuto dal grande pubblico, è questo: ‘Agricoltura a nord, industria al sud (con manodopera a basso costo). Bisogna sapersi adattare, il cambiamento offre sempre grandi opportunità!’

Incendi, siccità e alluvioni mai registrate a memoria storica non fanno altro che rassicurarci sulla bontà dell’intuizione. Il pianeta sta già superando i modelli climatici ‘worst-case’. Non ho idea di quanti e quali membri della classe dirigente e industriale abbiano seguito le conferenze di questi guru, nè di cosa ne abbiano tratto per le loro strategie, ma di una cosa sono certo: cercare vie di fuga che per certi versi rispettino lo status quo è profondamente umano. Ma è esattamente il contrario di quello che scorre nella mente degli scienziati. O almeno nella maggior parte di loro.

L’ultima domanda

“La parte nerd-ecologista di me non vede l’ora di assistere a cosa accadrà nei prossimi anni, ma tutto il resto di me è depresso. Molte specie non saranno in grado di tenere il passo con il cambiamento. Gli ecosistemi si adatteranno in modi davvero difficili da prevedere. Non sappiamo dove siano i punti di non ritorno”. Cristopher Harley.

Mentre il professore si sta chiedendo come andrà a finire, e le temperature continuano a salire, la sua sembra la domanda che viene rivolta a Multivac, il supercomputer di un celebre racconto di Asimov. La moria di esseri marini non è un episodio localizzato, è un andamento globale. Le alluvioni e gli incendi, la pervietà del permafrost che intrappolava il metano, il più pericoloso dei gas serra sotto la coltre gelida e che ora entra nell’atmosfera, e poi ancora i morti per il caldo, per gli incendi in Canada e Stati Uniti, per l’alluvione in Germania e Belgio, sono parte della stessa domanda. Non sappiamo come andrà a finire ma sappiamo esattamente perché sta succedendo. Sappiamo quali sono le cause e cosa dobbiamo fare per rimuoverle. Dobbiamo ridurre le emissioni e lasciare gli alberi dove sono, piantarne altri. Potremmo, un giorno, farlo davvero, cominciare da lì. Per chi avesse ancora dubbi: è questa l’emergenza, la più grave di tutte nella storia dell’umanità.

 

   Facebook  Twitter  YouTube Linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.