Una conferenza sugli oceani quasi invisibile

La Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani (UNOC) si è svolta quasi inosservata dai media. Poco è stato scritto o mandato in onda su ciò che avvenuto a Lisbona tra il 27 giugno al 1° luglio 2022, o sulla presenza del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres davanti a più di 6.000 partecipanti. Malgrado l’indifferenza della maggior parte dei media italiani, a Lisbona sono stati compiuti alcuni passi importanti per la protezione dei mari e consolidato il terreno per i prossimi appuntamenti con un solido consenso.

Aprire un nuovo capitolo nell’azione oceanica globale

La conferenza si apre memore di un recente, amaro fallimento: Il 18 marzo scorso, alle Nazioni Unite, il mondo aveva visto sfumare quella che era stata descritta come la possibilità del secolo per regolamentare gli oceani. Dopo ben quattro incontri, venti anni di studi, dieci di lavori, il fallimento: lo sfruttamento delle risorse oceaniche d’alto mare restano affidate soltanto alla coscienza e alla buona volontà degli operatori del settore.

António Guterres alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani | © Twitter @antonioguterres

Nel suo discorso d’apertura António Guterres ha parlato di emergenza globale oceani, e ha messo in chiaro che senza il superamento degli interessi nazionali e sullo sfruttamento delle risorse a breve termine, il degrado degli oceani continuerà inesorabilmente. Il Segretario Generale ha descritto la dicotomia tra posti di lavoro e oceani sani come una delle sfide chiave e ha chiesto nuove partnership, azioni concrete, di superare gli ‘egoismi’ (sue testuali parole) che hanno ostacolato i passi necessari per evitare la catastrofe.

Gli oceani, ha sottolineato, producono il 50% dell’ossigeno del pianeta, forniscono nutrimento e mitigano gli effetti dei cambiamenti climatici, ma senza azioni drastiche entro il 2050 la plastica in mare supererà il numero dei pesci.

Guterres ha insistito sul fatto che una gestione sostenibile degli oceani porterà fino a sei volte più cibo e generare grandi quantità di energia rinnovabile e sulla necessità di utilizzare le strategie che hanno funzionato in passato.

Ha chiesto una protezione maggiore degli oceani, da estendere alle persone le cui vite sono ad essi legate, sia per la loro sussistenza sia per la minaccia dell’erosione delle coste dovuta al cambiamento climatico. Ha chiesto di investire in infrastrutture resilienti al cambiamento, ha rimarcato la necessità di più scienza ed innovazione per poter scrivere un “nuovo capitolo dell’azione oceanica globale”.

Sul tavolo, tra gli annosi problemi mai risolti, la pesca eccessiva, l’inquinamento (soprattutto da plastica), l’eutrofizzazione, l’acidificazione e il riscaldamento degli oceani. Mitigare questi fattori entro il 2030 è lo scopo del SDG-14, Sustainable Development Goal, n°14 sull’agenda 2030.

Parlate con noi e non ‘per’ noi

Paesi africani e piccole comunità di pescatori hanno dominato la scena con critiche e proposte concrete. Tra le accuse quella rivolta ai leader mondiali e ad altri decisori di aver ignorato le loro voci per perseguire i loro interessi economici. In questo pianeta, hanno fatto notare, sono circa 120 milioni le persone che dipendono dall’attività della pesca, di queste ben il 97% vive nei paesi in via di sviluppo.

Più del 50% delle catture destinate al consumo umano viene pescato da imprese e comunità artigianali, ma il loro contributo alla sicurezza alimentare e alla protezione degli oceani, lamentano, non è mai stato sufficientemente riconosciuto. Sull’argomento Suzanne Njeri, vicepresidente dell’African Women Fish Processors and Traders Network, è stata chiarissima. La sua organizzazione conta su 44 paesi membri su 54 stati africani. “Vogliamo che i politici parlino con noi, non per noi”, ha affermato, “Noi vediamo i danni alle zone di riproduzione dei pesci. Siamo noi che combattiamo contro la malnutrizione”.

La delegazione dell’UA (Unione Africana) ha mostrato i passi compiuti sulla strada della Blue Economy in Africa ed ha inviato un segnale forte sulla disponibilità a proteggere e sviluppare in modo sostenibile le sue risorse marine, ma ha anche chiesto che l’Africa abbia l’accesso ai dati sugli oceani.

Dalla Patagonia invece si è levata la voce di Daniel Caniullan, leader indigeno, subacqueo e pescatore, contro il disastro ecologico causato dagli allevamenti di salmoni, in piena espansione. Ha affermato che antibiotici e sostanze chimiche stanno rapidamente impoverendo la fauna marina, un impatto di cui risentono 400.000 persone. “Siamo noi che affrontiamo il problema, e noi abbiamo le soluzioni”.

Deep-sea mining | © UH at Mānoa/Amanda Dillon
L’intervento di Macron sul deep-sea mining

Emmanuel Macron, ha chiesto un quadro giuridico per fermare l’attività mineraria in acque profonde e ha esortato i paesi a investire nella ricerca per proteggere gli oceani attraverso una maggiore comprensione dei meccanismi.

L’estrazione mineraria in acque profonde comporta l’uso di macchinari pesanti sul fondale, i cui effetti su remoti ecosistemi e sul ciclo del carbonio contengono incognite inquietanti, (ne abbiamo scritto qui). Diverse nazioni, tra le quali il Cile, Palau e Fiji, si sono pronunciate per una moratoria globale su tutte le attività di estrazione in acque profonde proprio per la mancanza di dati scientifici sufficienti.

Non sorprende che la Cina, affamata di materie prime, sia contraria. Tuttavia le parole di Macron generano una certa sorpresa, o scetticismo a seconda dei punti di vista. La Francia, tramite l‘Institut Français de Recherche pour l’Exploitation de la Mer, (Istituto francese di ricerche per lo sfruttamento dei mari) ha contratti per un’area di circa 75.000 Kmq nella famosa zona di Clarion-Clipperton, in pieno Oceano Pacifico. Si tratta di una zona ricca di noduli polimetallici, la risorsa più ambita dalle industrie estrattive.

L’obiettivo protezione 30%

Uno degli obiettivi più ambiziosi è quello di proteggere il 30% dei mari globali entro il 2030. È anche l’obiettivo i cui passi intermedi sono tra i più disattesi.

Il ritardo sul suo raggiungimento è allarmante. Si distingue, per espansione di aree marine protette, il Regno Unito, che ha annunciato la creazione di altri santuari e lo stanziamento di ingenti fondi per la loro protezione. C’è però chi legge in questa mossa un astuto tentativo di espansionismo territoriale, di ocean-grabbing. Le aree protette più vaste sono state create intorno a minuscoli territori britannici nell’Indiano e nel Pacifico. Alcuni dei quali contesi. È il caso di Chagos, (ne abbiamo fatto cenno in questo articolo) che per una sentenza della Corte Internazionale del 2019 e poi una risoluzione delle Nazioni Unite del 2021, andrebbe restituito alla Repubblica di Mauritius, ma che il Regno Unito si rifiuta di ottemperare.

Non a caso la Repubblica di Mauritius e l’Unione Africana, di cui Mauritius fa parte, hanno organizzato un evento a latere per sensibilizzare gli altri delegati e sollecitare una soluzione su Chagos.

Conclusione dei lavori

Sono state più di 700, da parte di Stati, fondazioni, noti filantropi e istituti, le promesse di finanziamento, per un valore di miliardi di dollari da impiegare sui vari fronti, ma soprattutto sull’accelerazione della Blue Economy e la protezione del 30% entro otto anni. La Commissione Europea, come riportato dal Corriere della Sera, ha annunciato un piano di 7 miliardi di Euro. Gli Stati Uniti hanno stanziato 500 ml per combattere la plastica.

La Cina ha promesso un miliardo per la protezione di aree marine, anche in paesi in via di sviluppo, che si impegnerà a sostenere tecnologicamente per lo scopo. Tra le iniziative risalta un gesto economicamente piccolo, ma di grande importanza: otto paesi copriranno la metà dei costi per la bonifica della FSO Safer, la nave cisterna intrappolata dalla guerra in acque yemenite e che minaccia l’intero Mar Rosso. Ne abbiamo scritto qui.

Le riflessioni di IUCN sulla conferenza

Si legge dal blog, a firma di Minna Epps, direttore dell’Ocean team dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, che “ora è il momento di essere ambiziosi e pragmatici, di mantenere le promesse fatte e perseguire gli intenti”.

Lo stato di emergenza degli oceani è stato riconosciuto in un documento sottoscritto da 150 paesi, si è in accordo sulla necessità di avere al più presto un quadro legislativo per le risorse d’alto mare e lo sfruttamento minerario dei fondali, ma soprattutto, auspica la IUCN, avremo presto una Carta dei Diritti degli Oceani.

 

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