La ripresa del pianeta parte dal mare

Bren Smith | © Bill Wadman

Quando nel 1609 Henry Hudson entrò con la sua nave nella baia che oggi porta il suo nome, si trovò a navigare per miglia e miglia tra insidiosi banchi semiaffioranti. Non erano ovviamente barriere coralline, ma vaste colonie di ostriche. L’estuario ospitava un florido ecosistema marino che aveva sostenuto il popolo nativo, i Lenape, per generazioni ed era uno degli ambienti biologicamente più vari e più produttivi del pianeta. Si dice che nel diciannovesimo secolo i newyorkesi consumassero un milione di ostriche al giorno. Poi scarichi urbani, inquinamento industriale e dragaggi su larga scala hanno portato al collasso dell’habitat, fino a far scomparire completamente le ostriche, dopo più di 9000 anni di presenza documentata.

© Billion Oyster Project

Non è certo la foce dell’Hudson l’unica zona deprivata da questo prezioso mollusco. Le carte nautiche dei secoli precedenti ci segnalano un po’ ovunque estesi banchi che oggi non esistono più. Quelli scomparsi alle alte latitudini erano senza dubbio colonie di bivalvi. La loro scomparsa ha favorito l’erosione delle coste, il declino della qualità delle acque e della vita marina, ma il collasso non riguarda solo le ostriche. Anche le popolazione di merluzzo del Nord Atlantico si assottigliano, tanto che negli anni Novanta generano una delle crisi più profonde nell’industria della pesca mondiale. Intere flotte restano all’ormeggio, le sovvenzioni coprono parte delle perdite, ma le navi arrugginiscono nei porti. Dalla Nantucket di Melville fino al Labrador, porti e villaggi costieri ospitano disoccupati su un mare spento. 

Bren Smith | © owltail.com
Tra questi disoccupati c’é Bren Smith

pescatore canadese, uno che lascia la scuola a 14 anni per dedicarsi alla pesca commerciale. La sua vita in mare lo aveva portato lungo i Grandi Banchi del Newfoundland, quelli in cui si spinge George Clooney ne La tempesta perfetta, e poi nel Mare di Bering. Il lungo periodo di fermo gli impone una riflessione. Pensa alle reti a strascico e alla distruzione della quale è stato complice e cerca un riscatto ecologico. Lo trova nell’acquacoltura, la risposta alla pesca eccessiva. Poi Smith scopre che è semplicemente un altro modo per abusare dei mari, e degli animali. Scopre che l’acquacoltura si basa su mangimi per pesci, su antibiotici e pesticidi, su monocolture. Nel suo libro Eat like a fish, scrive:

“Gestivamo l’equivalente degli allevamenti di maiali dell’Iowa in mare”.

Si mette a coltivare ostriche, a Long Island, per otto anni. Poi arrivano gli uragani, sempre più frequenti anche così a nord. Irene e Sandy gli distruggono tutto. Bren capisce che deve adattarsi al nuovo modello climatico con una coltivazione resiliente e decide di far crescere le larve delle ostriche in vasca, per poi innestarle su supporti prima di traferirle in mare. “Il cambiamento climatico è stata la madre della mia invenzione”, dichiara Bren a Rolling Stones, e chissà se con qualche riferimento a Frank Zappa, intanto il magazine lo annovera tra le 25 persone più influenti del 2017. La sua invenzione prevede un sistema di corde sottomarine e di ancore a prova di uragano, strutture tridimensionali sulle quali attecchiscono una enorme quantità di alghe, capesante, ostriche, tra le quali i crostacei trovano cibo e riparo durante l’accrescimento. Chiama il suo metodo ‘agricoltura oceanica 3D’.

“Non usiamo fertilizzanti, non usiamo antibiotici, non usiamo pesticidi. Non devo nemmeno nutrire il mio stock”.

Sugar kelp | © Brittney Honisch

Un solo acro (circa un quarto di un ettaro) può produrre 250.000 crostacei e 10 tonnellate di alghe. Smith è particolarmente entusiasta delle alghe. Si tratta di un tipo di alga bruna che predilige i cordami, la Saccharina latissima, che gli anglosassoni chiamano sugar kelp. Apprezzatissima in Giappone come Kombu, la sugar kelp è ricca di proteine, sali minerali, iodio, rame, potassio, ferro, vitamina C, K, carboidrati e aminoacidi. Un super-food, insomma; ma l’alga può essere utilizzata anche dalle industrie cosmetica e farmacologica, è buona come fertilizzante e se utilizzata come mangime abbatte del 58% le emissioni di metano prodotto dai bovini. Infine, può essere trasformata in biocarburante.  

Sarebbe già abbastanza, ma ce n’è di più: l’alga bruna cattura grandi quantità di CO2, trasformandola in carboidrati e rilasciando ossigeno. Se gli oceani si potessero ricoprire al 6% con una delle sue acquacolture – afferma Smith – si potrebbe nutrire il pianeta e catturare tutto il carbonio prodotto dall’uomo.

Un progetto deriso

Come nelle favole, da Esopo ad Andersen, all’inizio i suoi ex colleghi lo prendono in giro dal molo. Un pescatore che alleva alghe li fa sorridere, ma poi vedono precipitare le loro catture, mentre il progetto di Bren Smith decolla ed attira un numero sempre più grande di partner importanti, come Google e Patagonia. Registra un marchio, GreenWave, e gli arrivano richieste di partecipazione e di sviluppo del programma da ogni parte del mondo. GreenWave garantisce l’acquisto dell’80% del prodotto dai nuovi acquacoltori per i primi cinque anni. Si presentano più candidati di quanti la sua organizzazione ne riesca a gestire. L’idea di far rivivere il mare attecchisce come la larva dell’ostrica sul suo supporto. Il suo obiettivo è formare sempre più persone per coltivare specie che non richiedono nessun mangime, nessun fertilizzante e che lavorano per ripristinare l’ecosistema circostante, come la filtrazione dell’acqua, l’assorbimento dell’azoto e il sequestro del carbonio. Tutto ciò senza interferire con i diritti dei diportisti, che possono ancora andare in barca e pescare sulle coltivazioni. Smith rende il suo progetto il più conveniente possibile per gli acquacoltori. Lo vuole accessibile a chi ha competenze minime e capitali minimi:

“Coltivare l’oceano, è un lavoro che offre alle persone comuni il libero arbitrio e l’autorealizzazione nella produzione del cibo, partecipando, al contempo, alla soluzione delle più grandi sfide del nostro pianeta: il cambiamento climatico e l’insicurezza alimentare”

Bren Smith ha un altro sogno: integrare il suo sistema con i parchi eolici off-shore. Intanto costruisce un centro per l’incubazione dei bivalvi in un quartiere locale a basso reddito creando posti di lavoro ben retribuiti. Il sistema, di facile posa, economico e replicabile, solo nel New England si riproduce in 15 start up. Smith Diventa una delle 25 persone che danno forma al futuro per Rolling Stone Magazine, la sua idea viene inserita da TIME tra le migliori invenzioni dell’anno, parlano del suo progetto CNN, The New Yorker, National Geographic e Wall Street Journal.

© Billion Oyster Project
Ostriche per la strategia climatica

La loro struttura, e il loro ruolo, può essere paragonato a quello delle barriere coralline, che offrono il loro servizio al mare, e al suolo, alle latitudini più basse. Una sola ostrica può ripulire fino a 200 litri di acqua al giorno, offre cibo ad altre creature marine ed i banchi sono un valido riparo per innumerevoli specie durante il loro accrescimento. Inoltre, proteggono le coste in quanto frangiflutti naturali, efficaci contro le onde scatenate dagli uragani. A New York Murray Fisher e Pete Malinowski, due docenti di scienze marine, hanno un’idea: ripristinare l’ecosistema di uno dei porti più trafficati al mondo. L’obiettivo è quello di reimmettere nell’ambiente un miliardo di ostriche vive entro il 2030. Sembra una follia, perché i metalli pesanti presenti in quelle acque ne impedirebbero il consumo, ma l’intento non è economico e lo slogan è chiaro: “Milioni di ostriche, ma neanche una da mangiare”. L’idea stuzzica l’interesse di enti come l’Office of Storm Recovery (ufficio per la difesa dalle tempeste) del Governatorato di New York.

In un’era di temperature marine in aumento, e di uragani sempre più violente e frequenti, le ostriche possono limitare i danni più di quanto facciano i frangiflutti artificiali. Nasce così il Billion Oyster Project, un tipico esempio di citizen science, che coinvolge ragazzi nelle scuole, gli insegnanti, e molti volontari. E i ristoranti. Anche se nell’Hudson le ostriche erano scomparse i nuovayorkesi non hanno mai smesso di consumarle. Uno dei punti chiave del progetto è proprio il riciclaggio dei gusci vuoti, gettati via giornalmente dai ristoranti di New York. Una volta raccolti finiscono in un giardino di Governors Island, un’isola tra Brooklyn e Manhattan, che ospita la New York Harbor School, centro di formazione professionale sulle scienze marine.

In quel giardino i gusci vengono bonificati al sole e poi trasferiti presso i laboratori della scuola. In un ambiente primaverile indotto artificialmente, gli studenti incubano le larve. Quando queste in una o due settimane sviluppano un piede, un piccolo arto ricoperto da un adesivo naturale, vengono rilasciate in un serbatoio contente i gusci. Trovato un punto d’ancoraggio, le larve iniziano la loro metamorfosi. Ogni guscio può ospitare dalle 10 alle 20 larve a seconda delle dimensioni. Non tutte sopravvivranno, ma l’obiettivo dei volontari e dei ricercatori è quello di ottenere almeno cinque nuove ostriche da ogni guscio. Successivamente le ostriche mature vengono immesse nelle acque del porto di New York in gabbie o reti, che permettono loro di saldarsi insieme e di iniziare a creare nuove colonie.

Il progetto, operativo dal 2014, ha portato all’inserimento di milioni di ostriche distribuite su quattordici barriere diverse. Con dei benefici già percepibili: “Siamo in grado di misurare un miglioramento della qualità dell’acqua e di vedere un impatto immediato sulla biodiversità ovunque mettiamo una barriera” ha dichiarato Pete Malinowski, capo del progetto, che ora coinvolge migliaia di studenti delle scuole superiori e delle scuole medie.

Due studentesse della New York Harbor Shoool al lavoro per il Billion Oyster Project | © Ben Von Wong
Ripartire dal mare

Nel suo celebre saggio Rewilding (titolo tradotto in italiano con Selvaggi) George Monbiot affronta il tema della rinaturalizzazione. Sul mare non ha dubbi: “Il mare è capace di ripristinare i suoi ecosistemi con una velocità sorprendente, molto più di quanto faccia la terra”. Figuriamoci, si potrebbe aggiungere, se viene fornito al mare un piccolo aiuto, come nei due progetti già citati. Gli oceani, che finora hanno assorbito più calore e più CO₂ di quanto abbiano fatto il suolo e l’atmosfera, già brutalmente impoveriti delle loro risorse, potrebbero diventare parte della soluzione e non più del problema. Basta avere delle idee, e gambe forti per portarle avanti. Come Forrest Gump.

 

 

   Facebook  Twitter  YouTube Linkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.