Qualche anno fa il giornalista Jeff Goodell scrisse: “Se vuoi conoscere quali saranno i futuri effetti del riscaldamento globale, vai in Australia”, un continente con un clima già estremo dove i fenomeni violenti scatenati dal surriscaldamento stanno mettendo in ginocchio un’intera nazione.
Sono decenni che ci poniamo il quesito di come le piante e gli animali possano rispondere al cambiamento climatico. Se quindici anni fa la nostra attenzione era rivolta allo scioglimento dei ghiacci e alle conseguenze sulla fauna artica o costiera, oggi sappiamo che ogni essere vivente del pianeta sta mostrando i sintomi della febbre della terra, inclusi gli esseri umani.
Le alte temperature sono la causa dell’aumento di decessi per malattie cardiovascolari e respiratorie e della diffusione di malattie trasmesse da insetti che hanno potuto allungare le stagioni di trasmissione o ampliare la loro distribuzione geografica.
Gli effetti indiretti sulla salute umana sono da ricondurre ai disastri naturali legati al clima. Le inondazioni e gli incendi sono triplicati in frequenza negli ultimi 50 anni. L’aumento delle catastrofi si traduce irrimediabilmente in un aumento di vittime, che può essere quantificato in 60.000 vite umane ogni anno.
Solo nel mese di Aprile, in India, hanno perso la vita più di 300 persone, causa gli effetti diretti o indiretti del caldo. Nel sub-continente indiano non piove da così tanto tempo che, per scongiurare il rischio di incendi, il governo ha dovuto imporre il divieto di appiccare qualsiasi tipo di fuoco.
Tornando alla Piastra Petri dell’umanità, l’Australia, ci rendiamo conto che molti effetti che ipotizziamo per il pianeta intero, lì sono già in atto.

Gli incendi in Australia hanno mandato in fumo migliaia di ettari di terra coltivata e hanno portato con sé centinaia di persone. Il Bacino Murray-Darling, la regione considerata il granaio del paese, sta sperimentando un periodo di siccità che dura ormai da più di 20 anni. Durante le tempeste di sabbia il deserto sembra aver la meglio su tutto, persino sulla civiltà.
Soffermandoci a riflettere sull’entità dei danni, ci rendiamo conto che anche un paese ricco può essere messo in ginocchio da sempre più frequenti fenomeni atmosferici che di naturale, ormai, hanno poco o niente. Questo non vuol dire che l’intero continente scomparirà sotto le onde del mare di qui a poco ma che l’Australia è destinata a diventare sempre più calda, secca e povera, con l’ascesa di tensioni per l’accesso all’acqua, al cibo e all’energia.
Pensare che le catastrofiche trasformazioni dell’ambiente attuali non abbiano ripercussioni anche sulla nostra salute mentale sarebbe un’ingenuità.
Solo per fare un esempio, in India, nella primavera del 2015, a seguito di un precoce e inatteso arrivo dei monsoni che hanno distrutto gran parte dei raccolti, più di 600 agricoltori hanno deciso di togliersi la vita.
Come reagisce, invece, la nostra mente alle improvvise ondate di caldo?
Proprio sulla base di dati australiani dell’ultimo ventennio, un ricercatore della University of Technology del Queensland, Xin Qi, ha messo in relazione l’aumento del numero dei suicidi con gli incrementi repentini della temperatura. In particolare nelle città come Sidney e Brisbane, quando la differenza della temperatura media mensile supera di un grado Celsius la media del mese precedente, si riscontra un aumento del 3% del tasso di suicidi.
Secondo i dati elaborati da Xin Qi, non sarebbe il caldo in termini assoluti a condizionare la gente, piuttosto i rapidi incrementi di temperatura. Infatti la città di Darwin, l’unica con clima tropicale, ha registrato, in proporzione, un numero minore di decessi di quanto sia avvenuto in altre città con clima più temperato.
Il dato ci sconvolge particolarmente perché siamo abituati a credere che un paese sviluppato disponga delle risorse sociali adeguate per scongiurare reazioni simili a quelle vissute in India. In Australia, spiega il ricercatore, l’aumento del numero di persone disposte a compiere il gesto estremo è sintomo di una mancata percezione del benessere e di un sentimento di infelicità che, seppur legato ad altre condizioni sociali, si accentua, ad esempio, durante una soffocante tempesta di sabbia.
Nel paese esistono già piani nazionali in materia di prevenzione del suicidio ma pochi, sin ora, hanno considerato l’impatto dei fattori ambientali. A seguito di questa ricerca, sono stati istituiti dei gruppi di sostegno (Lifeline) per il supporto psicologico degli australiani che avranno il preciso compito di monitorare categorie vulnerabili come le vittime delle calamità naturali.
Benché tecnologicamente evoluti anche noi siamo animali che, in condizioni ambientali estreme, hanno bisogno di essere protetti. Se gli uomini, almeno teoricamente, possono contare sulla comunità mondiale per ricevere l’aiuto necessario per sopravvivere, gli altri esseri viventi non hanno la stessa fortuna.
Ogni tanto però leggiamo delle notizie che ci fanno ben sperare e ci fanno credere che la vita abbia ancora risorse nascoste cui attingere, prima di abbandonarsi all’inevitabile.
Fino a poche settimane fa pensavamo di non poter far altro che assistere alla lenta estinzione di tutte le barriere coralline del mondo. Uno studio appena pubblicato annuncia che potrebbe non essere così.
La sopravvivenza dei coralli si basa su una delicata relazione simbiotica con delle alghe specifiche. Quando il corallo è esposto contemporaneamente a luce intensa e a alte temperature , l’alga produce un eccesso di ossigeno, tossico per il polipo. Per liberarsi dell’alga il corallo la espelle e così si sbianca e si ammala. Lo sbiancamento dei coralli è stato spesso legato al surriscaldamento improvviso delle acque e rappresenta una delle cause principali di morte delle barriere coralline.

È recentissima la ricerca consultabile su The ISME Journal in cui, per la prima volta, è stato dimostrato che alcuni coralli sono in grado di dare ospitalità a nuovi tipi di alghe, più resistenti alle alte temperature, riuscendo a rigenerarsi dopo una fase di sbiancamento. Incredibile, vero?
Abbiamo fatto ammalare la nostra terra ma siamo stati miopi e non abbiamo capito che ogni pugnalata inflitta al pianeta si sarebbe, prima o poi, rivolta verso di noi. Gli esseri viventi hanno un piccolo margine per difendersi dai danni del riscaldamento globale ma ogni sforzo sarà inutile se non freniamo, ora, il surriscaldamento globale.
Intanto siamo alle porte di una nuova stagione estiva che, in Europa, si attende particolarmente dura. Per gli animali e le piante possiamo solo sperare, a tutti gli esseri umani faccio la raccomandazione più comune, ormai, tra gli australiani “Stay safe!”
Autore: Barbara Dalla Bona
Per approfondire:
- http://theconversation.com/heatwaves-linked-to-an-increase-in-australian-suicide-rates-23254
- https://www.sciencedaily.com/releases/2016/04/160420111139.htm
- http://www.rollingstone.com/politics/news/climate-change-and-the-end-of-australia-20111003
- http://www.theguardian.com/world/2016/apr/30/daytime-cooking-ban-in-india-as-heatwave-claims-300-lives



















































