L’Antartide ha la febbre a 40°

Antartide

Il 18 marzo 2022 la stazione meteorologica Concordia registra -12°C. Alle nostre latitudini sembrerebbe una temperatura normale, per una stazione meteorologica a 3200 metri di quota, ma per una base antartica a 1000 Km dal mare non lo è affatto. È un record assoluto, di ben 40°C superiore alla media stagionale.

Stazione meteorologica Concordia – Antartide | © Marco Buttu

La Concordia, costruita e gestita da Italia e Francia, è in una regione tra le più remote e fredde del pianeta Terra. Lì, durante l’inverno australe, si registrano temperature di -80°C. In quel periodo la abitano al massimo 16 ricercatori, che rimangono in completo isolamento. Durante il resto dell’anno possono essere riforniti solo con aerei Twin-Otter, dotati di pattini, oppure da mezzi cingolati che impiegano anche 12 giorni a raggiungere la base, sempre che il tempo lo consenta.

In Antartide i venti catabatici, vere e proprie cascate di aria gelida, possono raggiungere i 300 Km/h. E lì non c’è tecnologia dei trasporti che tenga. Il sex-appeal di un luogo così poco invitante sta tutto nello spessore dei ghiacci, che sotto la stazione Concordia è di circa 3000 metri. I campioni da lì estratti con i carotaggi contengono la storia della Terra e del suo clima. È anche il luogo dove vengono condotti esperimenti biologici ed osservazioni astronomiche che sono possibili solo in un ambiente isolato ed estremo. Sicuramente quel -12°C (-11,8° per esattezza) è stato il dato più sconcertante mai testimoniato dai ricercatori. Era la conseguenza di un evento accaduto a migliaia di miglia di distanza.

Alluvione a Brisbane – Australia | © Brook Mitchell
Verso la catastrofe a passi sempre più lunghi

Tre settimane prima, tra il 26 e il 27 febbraio, l’Australia orientale era stata colpita da piogge di una tale intensità che i ricercatori l’avevano paragonato ad uno tsunami dal cielo. Nell’area di Brisbane s’era abbattuto in due giorni una valanga d’acqua pari a 16 volte il volume contenuto nella baia di Sidney, sommergendo ponti, strade, decine di migliaia di abitazioni e di attività commerciali. L’evento, la cui intensità non aveva precedenti, era stato inquadrato dai meteorologi come una conseguenza fuori scala del fenomeno de La Niña, potenziato dall’ aumento eccessivo della temperatura della superficie del mare.

Alluvione a Brisbane – Australia | © Darren England/AAP Image via AP

Questo aumento, purtroppo generalizzato in tutti gli oceani, contribuisce al riscaldamento dell’aria sovrastante e facilita l’evaporazione verso l’atmosfera. La capacità dell’aria di trattenere l’umidità cresce con l’aumentare della temperatura di circa il 7% in più per ogni °C. Quando il sistema diventa instabile, cioè si mescola con masse d’aria eterogenee, l’umidità precipita sotto forma di pioggia, ma poi le particelle che condensano cedono calore all’ambiente circostante, innescando un circolo vizioso che si esprime in ulteriori fenomeni meteo estremi, come piogge torrenziali, aria sempre più calda e uragani sempre più potenti.

Poco dopo dall’Australia parte una sorta di fiume atmosferico dalle alte temperature che si dirige verso l’Antartide. L’aria umida trattiene il calore molto più efficacemente dell’aria secca e il fiume porta con sé il calore immagazzinato per migliaia di chilometri verso sud. Lungo i margini della calotta, in prossimità del mare, inizia a piovere. Il 15 marzo, nella regione orientale dell’Antartide, e cioè lungo il settore di costa che guarda all’Australia, i satelliti osservano un altro fenomeno: il collasso del Conger ice shelf, una piattaforma di ghiaccio grande come il comune di Roma si sta dissipando.

Il collasso del Conger Ice Shelf – marzo 2022 | © NASA-Worldview

Gli ice shelf contengono il progressivo slittamento dei ghiacciai terresti verso il mare, in questo modo mantengono basse le temperature e frenano l’innalzamento degli oceani. Ma il termometro sta salendo velocemente e sempre quel giorno la stazione Concordia registra -15,8°C. È già un record, ma il fiume d’ara calda continua a fluire, fino a far registrare i -12°C il 18 marzo. L’intero continente, quel giorno, è più caldo di 4,8°C in più sulla media annuale.

Nell’Artico una situazione quasi speculare

È sempre il 15 marzo e nell’Artico sta accadendo qualcosa di molto simile. Alle Svalbard si registra una temperatura record di +3,9°C, oltre 20°C sopra la media stagionale. Altre segnalazioni sullo stesso tono arrivano dalla Groenlandia una stazione a 3200 metri di quota, e poi da quelle al livello del mare, e ancora dalla Terra di Francesco Giuseppe, arcipelago russo nel Mare di Barents.

Isola di Northbrook – Terra di Fracesco Giuseppe | © Timinilya

Le stazioni meteorologiche disseminate all’interno del circolo polare registrano un aumento medio di 3,3°C rispetto alla media 1979-2000. Gli scienziati non nascondono le loro preoccupazioni. Lo scioglimento delle piattaforme nell’Artico, anche se non influisce con l’innalzamento degli oceani, contiene una insidia ancora più pericolosa. Il blu profondo del mare assorbe molto più calore di quanto faccia una coltre bianca, che invece lo riflette, innescando un altro circolo vizioso di surriscaldamento. E un mare sempre più caldo farà sempre più fatica a ghiacciarsi di nuovo. Per le nuove generazioni la formazione di una calotta artica sarà un evento sempre più raro, non una consuetudine.

Antartide
Oltre le previsioni

Kate Saunders è docente presso la School of Mathematical Sciences a Brisbane ed è una ricercatrice in climatologia statistica. Il suo obiettivo principale è realizzare modelli matematici per gli eventi climatici estremi e capire in che modo questi eventi possano essere influenzati dal cambiamento climatico. Secondo lei ed altri scienziati gli effetti di questi eventi atmosferici hanno superato le previsioni. Gli attuali modelli matematici sui quali si basa la meteorologia non sono più adeguati. I modelli sono stati messi a punto prendendo dati in un arco di tempo in cui i livelli di CO₂ erano notevolmente più bassi. Rispetto all’era preindustriale, per esempio, sono saliti del 50%. Intervistata da The Guardian, ha detto:

“La cosa veramente difficile da un punto di vista statistico è che hai solo 110 anni di dati.”

David Karoly, eminente scienziato dell’Università di Melbourne e autore principale presso IPCC, Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, riferendosi alla CO₂ ha affermato che “abbiamo aggiunto steroidi al sistema climatico”. Proprio leggendo l’ultimo rapporto di IPCC, passato in secondo piano sui media ‘grazie’ alla guerra d’invasione in Ucraina, ci si è accorti che le previsioni più pessimistiche erano in realtà ottimistiche. In molte aree il dissesto climatico ha superato il punto di non ritorno.

Oceano Artico
Intanto noi…

Molte compagnie di navigazione, petrolifere e minerarie, tifano per la pervietà dell’Oceano Artico. Le compagnie di navigazione non vedono l’ora che l’artico si liberi dei ghiacci perenni, tifano per avere un accesso a rotte che farebbero risparmiare miliardi in carburante e settimane di tempo di navigazione. Le compagnie minerarie e petrolifere non vedono l’ora di avere facile accesso alle risorse dei fondali marini, sempre meno ostacolati dai ghiacci. Mentre il mondo è preso dalla più grave crisi umanitaria e di sicurezza globale di questo secolo (e ci mancherebbe che non ne fosse preso), ai due poli, le aree climatiche più sensibili, sta accadendo qualcosa che ha superato già le più pessimistiche delle previsioni. Oggi più che mai è doveroso meditare su un dettaglio che fa parte del quadro: l’invasione dell’Ucraina è stata scatenata dal più potente dei petrolieri al mondo e l’arma più etica per fermarla si spunta proprio lì, sulla nostra dipendenza dai combustibili fossili.

 

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