Il rapporto AIE sulle emissioni: c’è una luce in fondo al tunnel?

Secondo il rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, le emissioni di CO₂ nel 2023 sono aumentate di circa 410 milioni di tonnellate rispetto all’anno precedente. Tuttavia l’AIE segnala un rallentamento. Secondo gli scienziati sarebbe andata molto meglio se non fosse entrata in gioco una siccità record. Un evento che induce una serie di riflessioni.

I record di un mondo sempre più energivoro

Le emissioni globali nel 2023 hanno raggiunto il livello di 37,4 miliardi di tonnellate di CO₂, un record assoluto nella storia dell’umanità. L’incremento di 410 milioni di tonnellate è stato minore rispetto all’anno precedente, che aveva segnato un aumento di 490 milioni di tonnellate. Le emissioni del 2023 sono quindi cresciute globalmente dell’1,1% rispetto al 2022, anno che aveva fatto registrare un aumento percentuale dell’1,3% rispetto al 2021.

Il quadro sarebbe quello di una modesta frenata, ma la lettura dell’AIE indica che c’è forse una luce alla fine del tunnel: l’aumento delle emissioni non rispecchia la crescita economica. Il GDP globale, considerato un indicatore del fabbisogno di energia, nel 2023 è cresciuto di un buon 3%, quasi tre volte in più rispetto alle emissioni. Secondo l’AIE dobbiamo questo scostamento alle politiche energetiche adottate negli ultimi cinque anni, soprattutto dai paesi ad economie avanzate.

Senza il solare, l’eolico e le fonti d’energia del New Green Deal implementate negli ultimi anni, le emissioni di CO₂ tra il 2022 e il 2023 non sarebbero aumentate di 900 milioni di tonnellate ma di almeno 2.700. In sostanza, al netto delle rinnovabili, l’aumento percentuale delle emissioni sarebbe stato maggiore della crescita economica: il 3,6% in più ogni anno. Ma, fa notare l’AIE, sarebbe andata ancora meglio se non fosse entrato in gioco un evento che si pone fuori dal controllo degli esseri umani. La siccità degli anni precedenti ha ridotto drasticamente il livello dei bacini artificiali, dei fiumi, e quindi la produzione di energia idroelettrica. Il fabbisogno è stato coperto bruciando combustibili fossili, soprattutto da parte di India e Cina.

Tempesta idroelettrica

Se il 2023 è passato agi annali come l’anno più caldo di sempre, il 2022 è stato l’anno con meno precipitazioni. Tutti ricordiamo le immagini del Po ridotto a un rigagnolo, e le foglie rossastre a macchia di leopardo ben prima dell’autunno lungo i pendii esposti a sud-ovest. Erano alberi bruciati dal calore e dalla siccità. In Europa il 2022 è stato registrato come il meno piovoso da almeno 500 anni, ma nel resto del mondo, grazie al Niño, non è andata meglio.

Le immagini della NASA mostrano l’entità del declino del Lago Mead | © Lauren Dauphin/NASA Earth Observatory
Le scarse precipitazioni ed il calore hanno lentamente impoverito fiumi e bacini artificiali. Quell’anno la NASA diffonde immagini satellitari in time-lapse sui livelli d’acqua del lago Mead, il lago artificiale più grande degli Stati Uniti. Le foto satellitari, scattate nell’arco di 12 anni vengono rimbalzate da CNN e CBS: il restringimento del bacino è drammatico. Fa seguito una diminuita erogazione di energia dagli impianti idroelettrici della diga Hoover, che contribuisce al fabbisogno del Nevada, dell’Arizona, e della California del sud, compresa l’area urbana di Los Angeles. Nonostante ciò, le emissioni degli Stati Uniti calano.

Diga Hoover | Nevada | Foto di Cédric Dhaenens | Unsplash

Diverso il discorso per le cosiddette tigri asiatiche. Sempre nel 2022 si registra una forte anomalia nei monsoni, un meccanismo climatico cui il sud est asiatico è profondamente legato, anche culturalmente. In Cina il livello del bacino artificiale a monte della Diga Tre Gole, la diga più grande del mondo, si abbassa drasticamente e tra il 2022 e il 2023 l’erogazione di energia diminuisce del 30%. Da sola la diga sopperisce al 3% del fabbisogno elettrico dell’intero paese ed il calo costa il fermo di numerose fabbriche e l’emissione di milioni di tonnellate di CO₂ in più. E anche l’India, la cui crescita economica in quegli anni si attesta al 6,8%, si trova a corto di energia idroelettrica.

La diga delle Tre Gole che attraversa il fiume Yangtze | © Yao YilongImaginechina/AP Images

L’AIE stima che quella crisi energetica ha contribuito da sola al 60% delle emissioni in più da parte dell’India. Tornando in Europa, in quegli anni la Svizzera, che si affida alle dighe per oltre l’80% della produzione di elettricità, sperimenta una situazione paradossale: mentre l’agricoltura e le foreste soffrono per la siccità ed i bacini artificiali si prosciugano, alcune dighe rischiano di straripare per il rapido scioglimento dei ghiacciai. le riserve d’acqua vengono rilasciate senza poter essere trasformate in energia. Questo perché il clima, come previsto con largo anticipo dalle ‘solite cassandre’ ambientaliste, è infine entrato in un perverso meccanismo.

Acqua e calore

Il riscaldamento globale colpisce il ciclo dell’acqua soprattutto nei suoi serbatoi a rilascio lento, come i ghiacciai, i laghi e gli invasi. Con l’aumento delle temperature aumenta l’evaporazione ma anche la capacità dell’atmosfera di trattenere umidità. Diminuiscono le precipitazioni soprattutto quelle a carattere nevoso. L’acqua, nelle zone umide, si trasferisce nell’atmosfera che, quando scarica, rovescia veri e propri fiumi al suolo semplicemente perché contiene più acqua. È infatti la temperatura che segna la differenza tra le pioggerelle invernali e gli acquazzoni estivi.

L’aria più calda favorisce gli eventi estremi, come alluvioni ed uragani, che diventano sempre più frequenti. Sfortunatamente le precipitazioni tendono a concentrarsi sulle zone umide, incrementando i disagi nelle valli e nelle pianure alluvionali e la desertificazione delle aree più secche, che non riescono a trattenere rovesci di tipo temporalesco. La siccità del 2022 ha dunque influito sulla produzione idroelettrica in un gran numero di paesi. Per rimediare alla carenza di energia si è ricorso alla sorgente più disponibile e pronta all’uso: i combustibili fossili. Soprattutto il carbone, che in quanto ad emissioni è la fonte di energia meno efficiente e più dannosa in assoluto per il clima. Se non si fosse creata questa sorta di tempesta perfetta il mondo intero avrebbe compiuto un sensibile passo avanti nella decarbonizzazione.

Il mondo prima e dopo il covid

Sempre secondo il rapporto AIE, gli anni 2022 e 2023 hanno segnato il ritorno al turismo di massa, con una impennata nei consumi di combustibili nel settore trasporti, soprattutto in paesi come Cina e Giappone, dove il settore ha prodotto 200 milioni di tonnellate di CO₂ in più rispetto agli anni precedenti. Nell’Unione Europea, Stati Uniti e paesi dalle Economie Avanzate (come Canada, Australia, Giappone, Corea del Sud, Norvegia Svizzera e Nuova Zelanda) le emissioni invece sono calate. E non solo nel settore trasporti.

Nel solo settore energetico, il più vorace di combustibili fossili, le emissioni sono calate di 320 milioni di tonnellate e di 180 nei settori industriale ed edilizio messi insieme. In questi paesi le emissioni in generale sono tornate ai livelli del 1971-1973: ovvero ai cinquanta anni precedenti. Spaventa la crescita di emissioni di Cina, India, Indonesia e di altri paesi in via di sviluppo nel Sud-Est asiatico. Spaventa il loro uso massiccio di carbone anche se le emissioni pro capite di queste cittadinanze messe insieme restano più basse di quelle dei paesi avanzati.

Ed è questo il punto su cui Cina, e India soprattutto, battono ad ogni Cop. Qui l’analisi paese per paese. La siccità, segno del circolo vizioso in cui sta entrando il clima, e la risposta data da India e Cina alle due emergenze (climatica ed energetica) potrebbe contenere un messaggio chiaro ed inequivocabile: continuare a bruciare fossili, soprattutto carbone, è imboccare una spirale verso il basso. L’uscita c’è. E si vede.

 

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