Alghe per cambiare il clima: è geoingegneria?

Sfamare l’umanità rimuovendo CO₂ dall’atmosfera è un obiettivo ambizioso che potrebbe essere raggiunto coltivando alghe su vastissima scala. Ma un mare sempre più caldo sta diventando un ambiente difficile anche per le alghe. Alcuni scienziati mettono sotto accusa il metodo che si vuole impiegare per nutrire e raffreddare le colture: pompare acqua dalle profondità del mare.

© Climate Foundation
Un premio da 100 milioni di dollari

La CCS, Carbon Capture and Storage (cattura e sequestro del carbonio) è una delle tante strategie che si stanno perseguendo per contrastare l’emergenza climatica. Per quanto si sia solo agli inizi le tecnologie CCS si prefigurano come costose, complesse e con scarsissimo, se non inesistente, ritorno economico. Le ricerche hanno bisogno del sostegno di enti governativi e fondazioni private. Tra tutte spicca lo XPrize Carbon Removal, della fondazione di Elon Musk. In palio, cento milioni di dollari per chi dimostrerà di poter rimuovere efficacemente il carbonio dall’atmosfera terrestre. Definita dallo stesso Musk una vera olimpiade della scienza, la competizione è già partita e si svolgerà lungo un percorso di quattro anni. Le start-up e gli istituti partecipanti ammessi alla gara hanno già ricevuto 1,5 milioni di dollari a testa. Durante questi quattro anni dovranno dimostrare di poter rimuovere efficacemente sempre più carbonio, arrivando all’ordine delle gigatonnellate all’anno. Una vera operazione di geoingegneria su vasta scala per ripristinare il clima del pianeta, in perfetto stile Musk. Tra le start-up che hanno ricevuto il milione e mezzo ed hanno iniziato a correre c’è la Climate Foundation, sulla cui home page si legge:

“Abbiamo scoperto che…
l’Antropocene è NON inevitabile o irrisolvibile.
Abbiamo scoperto che ci sono soluzioni.
Abbiamo scoperto che con il giusto aiuto, possiamo fermare le estinzioni di massa,
possiamo abbassare le emissioni di carbonio, possiamo invertire il cambiamento climatico.
Insieme, possiamo contribuire a salvare la Terra.”

Alghe che mangiano CO₂

A capo della Climate Foundation c’è un certo Brian von Herzen, un fisico il cui iter professionale, in alcuni tratti e per molti versi, è stato simile e a volte parallelo a quello di Steve Jobs. Un californiano cresciuto a pane e innovazione. La sua idea è molto semplice: se si creano le giuste condizioni le alghe crescono più velocemente e catturano più carbonio. La loro utilità per l’agricoltura, l’acquacoltura, la cosmesi e l’industria alimentare è nota; dei numerosi impieghi delle alghe ne abbiamo parlato già nell’articolo Alghe , spugne e New Green Deal. Purtroppo, le alghe in grado di catturare più carbonio sono fotosintetiche, hanno quindi bisogno di molta luce per trasformare la CO₂ in nutrimento sotto forma di zuccheri. La luce arriva in grandi quantità solo vicino alla superficie, dove le temperature si stanno alzando paurosamente. A causa di ciò la produzione delle alghe è calata globalmente del 20%. Iniziando dalle aree dove le tecniche di coltura erano state affinate per poi essere esportate in tutto il mondo.

Filippine

È in questo arcipelago che sono state messe a punto i procedimenti, spesso rudimentali, per questo tipo di coltivazione prima di diffondersi fino in Africa. Poi, il calo produttivo. Ed è nei pressi di Cebu nelle Filippine che Brian von Herzen ha lanciato il suo progetto pilota, un impianto artigianale, primitivo quanto lo erano le prime schede di memoria collegate ad uno schermo e a una tastiera. The Guardian descrive l’impianto di Climate Foundation come una pizza di 40 m di diametro già tagliata a fette, galleggiante su un mare blu quanto lo sono le acque profonde. Sotto, il fondale, scende a 300 metri. Il gigantesco anello è composto da camere d’aria e da una pletora di cime e di cavi che corrono verso il centro. Su quei cavi attecchiscono le alghe. Una piattaforma galleggiante, alimentata da pannelli solari, fornisce l’energia necessaria alla sua migrazione notturna nella colonna d’acqua. È la strategia adottata da Climate Foundation per nutrire l’alga, ma anche per evitarle lo stress dovuto alla temperatura in superficie, che si attesta sistematicamente intorno ai 30°C. I nutrienti si accumulano prevalentemente in profondità. Le alghe vengono spedite sul fondo di notte, quanto la fotosintesi non è attiva. Ma gli ultimi dati suggeriscono che non basterà. La superficie del mare si sta scaldando troppo, troppo velocemente, le alghe contraggono malattie. Come i coralli, iniziano a sbiancarsi. Il progetto rischia di fallire.

© Climate Foundation
Carbon sink

Affondare il carbonio. Canneti e mangrovie svolgono già un ottimo lavoro. A parità di suolo occupato gli attori del carbonio blu ne assorbono più delle foreste pluviali e lo trattengono nei sedimenti. Secondo i dati forniti da Climate Foundation le alghe sono ancora più efficienti. Ma la filosofia del CCS sostiene che il carbonio tolto all’atmosfera artificialmente andrebbe spedito nelle viscere della terra, da dove è venuto sotto forma di combustibile fossile. O in fondo al mare a grandi profondità. Il suo riutilizzo, secondo questa filosofia, equivale ad accettare una bomba a tempo; l’elemento chimico stoccato sulla superficie terrestre, anche se in forma non gasosa, rischia sempre di trasformarsi in un gas, il pericoloso gas serra che conosciamo.

Climate Foundation si difende affermando che il riutilizzo delle alghe come concime o mangime consente di per sé un notevole risparmio di emissioni. E soprattutto, afferma von Herzen: le alghe non bruciano. Ma il suo problema adesso non è la filosofia nata intorno al CSS. Il suo problema è fare in modo che le alghe riescano a sopravvivere in un ambiente marino in ebollizione. La soluzione proposta ha fatto molto discutere.

Upwelling | Immagine di Francis Chan | John A. Barth | Kristy J. Kroeker | Jane Lubchenco | Bruce A. Menge
Upwelling

Risalita delle acque profonde. In natura si verifica in determinate condizioni. Quella che conosciamo un po’ tutti è legata al fenomeno per cui a riva le acque diventano più fresche e limpide quando soffia il vento di terra. Accade perché il vento, spingendo l’acqua di superficie verso il largo, crea un gradiente che pompa acqua dalle profondità. In luoghi come l’Antartide, invece, entrano in gioco anche altri fattori, come salinità, temperatura, densità e correnti oceaniche. Secondo Climate Foundation, siamo in una situazione in cui la risalita delle acque profonde e fresche è ostacolata da uno strato troppo spesso di acque superficiali calde. Climate Foundation vuole ricorrere all’upwelling artificiale. Per alimentare le alghe vuole pompare in superficie acque più fresche e più ricche di nutrienti direttamente dal fondo. Ad un costo energetico zero. Le attrezzature che lo consentono sembrano delle grosse boe dalle quali pende un lungo tubo flessibile che pesca in profondità. Il movimento delle onde e il vento attivano una serie di valvole che innescano un sistema di pompaggio direttamente dalle acque profonde. Questa tecnologia non è una novità assoluta. Gli scienziati dell’Università di Kiel, in Germania, non ne hanno una buona opinione.

L’apprendista stregone

Nel non troppo lontano 2010 GEOMAR, centro per gli studi marini dell’Università di Kiel aveva prodotto uno studio proprio sull’upwelling artificiale. Le simulazioni al computer avevano confermato un dato interessante: il raffreddamento più cospicuo si sarebbe verificato non nell’atmosfera adiacente al mare, bensì sulle terre emerse. Dalla simulazione emerge un altro dato, allarmante: fermare le pompe potrebbe generare una situazione fuori controllo. Altri studi dello stesso centro tedesco suggeriscono che la variabile ancora sconosciuta, e diabolica, sarebbe la quantità di CO₂ accumulata in profondità con le carcasse di animali. Andreas Oschlies, della GEOMAR, ricorre ad una metafora per descrivere le implicazioni dell’upwelling artificiale:

“È come L’apprendista stregone, di Goethe. Una volta evocati gli spiriti, non puoi più fermarli.”

Brian von Herzen, di Climate Foundation, vede la faccenda da un altro punto di osservazione.

“Abbiamo geoingegnerizzato tutto da tempo e continuiamo a farlo, ogni volta che prendiamo un aereo siamo parte della geoingegneria.”

Come dire: l’alternativa è sedersi e guardare la catastrofe da spettatori, dopo averla innescata. La discussione è interessante. Va seguita. Se arrivasse ad un talk show sarebbe il confronto di più grande interesse per l’umanità ma non preoccupatevi, non succederà. Lo scopo dei talk show non è informare, è fare audience con argomenti seri trattati superficialmente. Peccato. Cercheremo di tenervi informati, noi qui ci proviamo, come abbiamo fatto con la petroliera Safer.

 

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